La gara degli applausi a Mattarella tra il pubblico della Scala e i giornalisti

Di Piero Vietti
09 Dicembre 2021
Nella narrazione sdraiata dei giornali il tributo del teatro milanese al capo dello stato diventa la voce del Paese che reclama un bis al Colle contro le manovre del Palazzo. Anche meno
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, saluta il pubblico alla prima della Scala (foto Ansa)

«Un applauso lunghissimo durato cinque minuti e molti “bravo” hanno accolto stasera alla sua entrata nel palco reale del Teatro alla Scala di Milano scortato dai corazzieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che per la prima volta dall’inizio del suo mandato partecipa alla prima del 7 dicembre. Un lungo applauso rieccheggiato dietro il palco, dove coristi e maestranze si sono unite all’ovazione».

La Scala come metafora dell’Italia

Quello che avete letto non è lo stralcio di uno dei tanti articoli pubblicati dopo la prima della Scala su siti e giornali per dare conto degli applausi del pubblico al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma l’incipit di un articolo di Avvenire del 7 dicembre 2018. Toni analoghi si trovano in quasi tutte le cronache del 2019 (quando per qualcuno gli applausi al Capo dello Stato erano un chiaro segnale della «popolazione che si ribella al sovranismo») e in molte degli anni prima, comprese quelle dei tempi di Giorgio Napolitano.

Gli applausi del borghesissimo pubblico milanese della Scala al presidente della Repubblica non sono una novità di quest’anno, anche se non si direbbe, a leggere diversi commenti in questi giorni. Sarà questione di memoria selettiva, o di pigrizia, ma ogni volta le cronache della prima del teatro milanese sembrano stupirsi (favorevolmente, sia chiaro) degli applausi a Mattarella. E, probabilmente invidiosi di chi era lì e ha potuto battere le mani quando i capelli bianchi del presidente hanno fatto capolino dal palco, i giornalisti hanno cominciato la tradizionale gara a chi applaude di più.

«Il Paese ha fatto udire la sua voce»

Sono giorni di retroscena quirinalizi dalla vita più breve di un fiocco di neve, e tutto fa brodo. I sei minuti di applauso a Mattarella («interminabile» lo ha definito Marzio Breda sul Corriere, facendo venire in mente – si scherza – quell’episodio raccontato da Solzenicyn in “Arcipelago Gulag”, quando al termine di una conferenza regionale del Partito comunista tutti i funzionari si alzano in piedi ad applaudire un messaggio di fedeltà a Stalin, ma nessuno ha il coraggio di smettere per primo, temendo di essere visto dagli altri e accusato di poca fedeltà, e l’applauso diventa davvero interminabile), e i «bis» arrivati dal pubblico infarcito di ministri, amministratori delegati di grandi aziende partecipate, star della tv e virologi sono diventati la notizia in prima pagina, la scusa per parlare ancora di Quirinale, l’ennesima occasione per giurare fedeltà via stampa al presidente.

«Come sempre la Scala ha parlato», avverte Egle Santolini sulla Stampa, raccogliendo le opinioni del tenore spagnolo Placido Domingo e del ballerino Roberto Bolle sulla necessità di un rinnovo del settennato. «Un messaggio che i partiti non devono sottovalutare», ammonisce nella stessa pagina Ugo Magri, che sotto sotto vorrebbe che l’applausometro del teatro milanese sostituisse il Parlamento: «Se c’è qualcosa che dannatamente stride con la standing ovation della Scala sono le manovre piccole e grandi della corsa al Quirinale».

Che noia la democrazia e la politica, perché non fondare un’oligarchia guidata dal pubblico della Scala? «Mentre i partiti cercano un bandolo della matassa il Paese fa udire la propria voce reclamando figure di garanzia da tutti rispettate, non intriganti ma capaci di intervenire quando serve e, al momento giusto, di lasciare senza rimpianti la propria poltrona». La Scala come metafora del paese, Giorgio Armani e Riccardo Chailly portavoce delle istanze del popolo.

«L’urlo della platea» per Mattarella e contro i no vax

Ancora Breda ammette che sì, forse la Scala rappresenta più la borghesia elitaria di una sola città che non il popolo, ma si affretta a sottolineare il «valore simbolico» del fatto che «le urla per il bis vengano in particolare dal loggione, sede interclassista dei melomani». A posto così allora, la volontà di tutti è chiara. «Molto più di un tributo», hanno scritto Alessia Gallione e Giulia Zonca su Repubblica, «la speranza che accetti una rielezione». Le cronache ci raccontano un Mattarella «visibilmente emozionato» nel palco insieme ad altri rappresentanti delle istituzioni «tutti rigorosamente con mascherine» (casomai ci fosse venuto il dubbio), e nell’orgasmo del racconto i «bis!» diventano «l’urlo della platea».

E ancora: «Sono stati ben sei i minuti di applausi ininterrotti per Mattarella, dalle 18 in punto alle 18.06», calcolano i ragionieri del Fatto Quotidiano, mettendo d’accordo chi ha osato parlare di «cinque minuti» o addirittura di «quattro». E se gli applausi di due anni fa indicavano «voglia di unità» contro le destre populiste, c’è chi spiega che quest’anno la standing ovation era un no ai no vax, oltre che naturalmente «un plebiscito che commuove» (Avvenire). Anche meno, colleghi.

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