Mantovani (Lombardia): «Vogliamo continuare ad offrire ai lombardi l’eccellenza. Serve una riforma della legge regionale»

Di Redazione
13 Novembre 2013
«Salvaguardare la libera scelta, garantire l'accesso e la qualità dei servizi, favorire il privato sociale». Intervista all'assessore regionale della Sanità

Anticipiamo l’intervista all’assessore Mario Mantovani presente all’interno dello Speciale Sanità in edicola in allegato al numero 46 di Tempi.

Libertà di scelta tra le varie strutture sanitarie disponibili (pubbliche e convenzionate), universalità del servizio sanitario, qualità dei servizi offerti al passo con le innovazioni e i progressi della scienza medica. Sono questi i tre capisaldi che Mario Mantovani ha ereditato quando, da nuovo assessore in Regione Lombardia, ha assunto la responsabilità politica e amministrativa della sanità lombarda. E sono questi i capisaldi a cui intende attenersi in quel lavoro di innovazione di cui il sistema sanitario ha bisogno a distanza di 16 anni dalla legge regionale 31/97: la ricerca medica e le sue applicazioni sono progredite e l’adeguamento delle strutture è ora il nodo da risolvere per rendere questi progressi fruibili da parte di chi ne ha bisogno. Inoltre l’aumento delle aspettative di vita ha mutato la platea degli utenti: accanto al paziente acuto, che soffre di un incidente episodico e ha bisogno di cure limitate nel tempo (una persona, ad esempio, che abbia subito una frattura in un incidente stradale), ci sono coloro che in gergo tecnico si definiscono “cronici”, persone bisognose di un’assistenza costante e prolungata nel tempo. Malattie un tempo mortali possono ora essere, se non sconfitte, tenute almeno sotto controllo così da attenuarne l’impatto. Una gestione che però richiede un’assistenza nel tempo e strutture adeguate.

Assessore Mantovani, facciamo un check up della sanità lombarda…
La Lombardia si colloca al trentesimo posto tra 262 regioni europee quanto a sanità, un risultato di eccellenza. Nei prossimo anni vogliamo ulteriormente migliorare la nostra offerta, modificando una legge che risulta superata dalle circostanze: le situazioni infatti mutano rapidamente, la ricerca evolve ed emergono nuovi bisogni. Per questo lavoriamo a un modello che tenga conto delle tante novità emerse.

Le linee d’azione per migliorare questa posizione?
C’è una massima che recita “Salus populi, suprema lex”. Partirei da questo assunto per dire che sulla salute dobbiamo mettercela tutta, è un diritto sancito dalla Costituzione. Vanno salvaguardati alcuni principi: anzitutto occorre mantenere la libera scelta; la possibilità di scegliere il medico e il luogo di cura è un principio fondamentale. La Campania sta pensando di introdurre alcuni limiti alla possibilità di recarsi in strutture sanitarie fuori regione, ma direi che così si violano norme sancite a livello europeo e nazionale.

La sanità è un diritto della persona e come tale pone un dovere di tutela a chi organizza la convivenza civile tra cittadini.
Questo comporta l’universalità dell’accesso ai servizi, vale a dire garantire la facoltà di usufruirne indistintamente a prescindere dal reddito. Sui giornali leggiamo storie di persone che decidono di sottoporsi a un minor numero di esami per evitare la spesa del ticket: non possiamo pensare che possano verificarsi episodi del genere, è una problematica di cui tenere conto. A oggi in Lombardia il 52 per cento dei cittadini è esente dal ticket. Si tratta già di un buon risultato, ma l’auspicio è di ampliare la platea di chi non dovrà più pagare.

L’esenzione dal ticket, vien da dire, è un po’ il “minimo sindacale” che dovrebbe essere riconosciuto ai lombardi.
Il terzo caposaldo accanto alla libera scelta e all’universalità è la qualità dei servizi che la Lombardia offre. Il mio obiettivo è riuscire a garantire che la qualità offerta sia la più alta possibile.

Qui il dovere verso i cittadini si fa oneroso per chi è chiamato ad assolverlo.
I costi delle attrezzature sono alti, ogni paziente vorrebbe poter fare un accertamento nella struttura più efficiente, di certo non aspira a farsi fare una Tac in una realtà che ha al suo interno apparecchiature di dieci anni fa. Si tratta di studiare nuove formule organizzative e territoriali, che consentano di garantire la qualità dei servizi e di capire chi possa essere coinvolto in tale progetto.

Ecco la necessità di riformare la legge regionale in tema di sanità, come?
Dal mio punto di vista i tetti alla presenza di strutture pubbliche e convenzionate possono anche essere superati. Penso ad esempio al privato no profit: in molti stati è un modello applicato con successo anche alla sanità, perché non può essere adattabile in Italia? Le fondazioni, per esempio, potrebbero giocare un ruolo importante in questo senso. Il privato sociale ci ha permesso di superare difficoltà importanti, come le case di riposo pubbliche. Trovo che lo Stato debba sempre più assumere la funzione di vigilanza e coordinamento e che tra pubblico e privato convenzionato, piuttosto che competizione, ci debba e possa essere integrazione e collaborazione.

L’idea che una degenza ci rimetta in piedi e in ordine come se nulla fosse successo è dunque una visione fuorviante o sfocata?
Dopo la fase acuta esistono molte opzioni per la persona tra le quali è difficile orientarsi. La vita oggi si è allungata, la cronicità è un dato di fatto, le liste di attesa pure. Mi convinco sempre di più della necessità di una riforma della legge regionale.

L’ambizione della Regione nel settore delle cure?
Offrire ai lombardi l’eccellenza, al punto da divenire offerta di salute a livello internazionale.

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