Mani in alto dottore, lei è in arresto. Così il boom (ingiustificato) delle denunce penali scoraggia i medici e affonda la sanità

Di Francesco Amicone
14 Aprile 2014
Spinti dagli avvocati o dal terrorismo mediatico sulle "cliniche degli orrori", sempre più italiani trascinano i medici in tribunale. Con conseguenze devastanti per tutti. I rappresentanti della categoria: «Depenalizzare la professione»

medici-giustizia-penale-tempi-copertinaImperizia, negligenza e l’impossibilità di dimostrare di aver chiesto al paziente il consenso informato sono gli elementi che, stando alle norme italiane, portano alla condanna di un medico. In tutti i casi di “insuccesso”, una prestazione sanitaria rischia di approdare in tribunale. L’ombra dei processi incombe su tutti gli operatori sanitari, sul medico di base come sul chirurgo.

Non si tratta soltanto delle cause civili, che in Italia si aggirano attorno alle 30 mila all’anno. «A spaventare i medici sono anche le denunce», spiega a Tempi Giovanni Belloni, presidente dell’Ordine dei medici di Pavia. Il caso più noto e più estremo riguarda Pier Paolo Brega Massone. Sulla vicenda processuale dell’ex chirurgo della Clinica Santa Rita, per il quale i pm hanno di recente chiesto l’ergastolo (poi effettivamente concesso giovedì 10 aprile, ndr), Belloni ha espresso le sue titubanze in una nota preoccupata. «Non entro nel merito della vicenda, ma il fatto che per giudicare la condotta di un medico, una Corte d’Assise non abbia riconosciuto la necessità di ricorrere a una perizia super partes, oltre a quella delle parti, trasmette inquietudine a tutti i medici».

La questione, infatti, può avere ripercussioni che vanno al di là del singolo caso giudiziario. Secondo Belloni, «in campo medico non c’è verità assoluta. Si possono dare due versioni differenti della stessa operazione. Così se i pm del tribunale di Milano hanno ritenuto non necessari o inutili le operazioni di Brega Massone, in un caso al vaglio anche del tribunale civile i periti nominati dal giudice hanno dato ragione al dottore del Santa Rita».

«I casi di denunce a carico dei medici sono aumentati», spiega Belloni. «Nell’80 per cento dei casi si arriva all’assoluzione, ma bisogna affrontare un percorso estenuante che dura quattro, cinque anni». Perché il fenomeno è in crescita? «I pazienti vengono spinti dall’opinione pubblica e dagli avvocati. E il risultato è che sono diminuite le domande di iscrizione a specialità come chirurgia e ostetricia. Ma il problema non è solo quello di ricevere una denuncia. Per queste specializzazioni bisogna pagare polizze da 15 mila, 16 mila euro all’anno. Cifre folli». Per il presidente dell’Ordine dei medici di Pavia, «ci sono troppi pareri e sentenze. Senza la definizione univoca di “atto medico” e un intervento legislativo che preveda la depenalizzazione completa di questo, in Italia non si potrà mai avviare un processo di civiltà nell’ambito medico».

L’escamotage per abbreviare i tempi
Belloni non è l’unico a puntare il dito contro l’anomalia delle norme italiane. «Gli unici paesi dove c’è la responsabilità penale per l’atto medico sono Polonia, Messico e Italia», spiega il neurologo Sergio Barbieri, vicepresidente del Coordinamento italiano medici ospedalieri (Cimo) e responsabile del dipartimento di Neurofisiopatologia al Policlinico di Milano. Non si parla di dolo, ovviamente, ma di errori. Secondo Barbieri, «è ora che l’Italia distingua la colpa medica dall’omicidio colposo, come fanno quasi tutti gli altri paesi».

Barbieri ha ricoperto più volte il ruolo di perito nei tribunali ed è convinto che «molto spesso la denuncia sia solo un escamotage per accorciare il processo civile. Perché in sede penale il processo è più rapido e poi può essere usato nel civile, per ricevere gli indennizzi». Il problema della penalizzazione dell’atto medico è un problema anche in corsia: «I casi di “near missing”, ovvero di errori nelle operazioni, non vengono registrati perché non è garantito l’anonimato del medico. Così non si migliora l’approccio diagnostico e il risk management è fallimentare».

Nonostante la severità della legge, secondo una ricerca dell’Ocse sulla malasanità nel 2006, i cittadini più terrorizzati d’Europa dagli errori medici sono proprio gli italiani. Il 97 per cento dei nostri concittadini si dice preoccupato. Una discrepanza notevole con chi afferma di aver subìto un errore medico (solo il 30 per cento). Nella ricerca dell’Ocse, si afferma che le cause civili sono aumentate dagli anni Novanta in tutti paesi membri. Agli inizi del 2000, in Italia, le cifre dei risarcimenti erano schizzate a 2 miliardi e 400 milioni di euro. Un’enormità a confronto di paesi come l’Austria, in cui gli assicuratori pagavano 29 milioni all’anno, Germania (250 milioni), Francia (350 milioni), e superiore anche ai 750 milioni di euro del Regno Unito.

Negli ultimi anni, invece, le cause civili si sono stabilizzate. Gli errori sanitari denunciati alle assicurazioni sono diminuiti, ma allo stesso tempo i costi continuano a salire. Quello medio per sinistro è passato da 40 mila euro a 66 mila. In totale, in nove anni, sono stati pagati risarcimenti per 1,5 miliardi di euro, di cui 300 milioni solo nel 2012. L’ultimo report, targato Medmal Italia di Marsh, ha analizzato i dati di 96 strutture pubbliche, prendendo in considerazione i casi denunciati dal 2004 al 2012. Il rapporto mostra che anche il valore assicurativo medio è aumentato: per il personale medico varia fra i 5 e i 6 mila euro.

Come mai le cause civili in Italia costano così tanto? Per Barbieri esistono due problemi enormi: «La prescrizione lunga delle cause contro i medici (10 anni) e l’assenza di un tetto tariffario ai risarcimenti». Per quanto riguarda il primo problema, precisa il vicepresidente del Cimo, «in Italia un paziente può aspettare dieci anni prima di avviare una causa legale. In Germania 3 anni. Questo ovviamente non fa che aumentare l’entità delle polizze assicurative sottoscritte dai medici e le assicurazioni devono dotarsi di molta liquidità non avendo certezza statistica».

Il secondo problema per le compagnie assicurative e dunque per i medici e il loro portafogli è che «non c’è alcun ordine nella tariffazione. In Danimarca e in Svezia hanno fissato dei tetti. In altri paesi non si va nemmeno in tribunale, ma viene automaticamente fissato un indennizzo per il paziente che ha subìto danni». La differenza con l’Italia è abissale. «Nel nostro paese, per la stessa fattispecie di errore, un giudice può assegnare milioni di euro di risarcimento, un altro poche decine di migliaia». L’ultimo esempio, ricorda Barbieri, «è il caso di una coppia che si è vista assegnare un risarcimento di 7 milioni di euro da un giudice, perché il ginecologo non avrebbe garantito la possibilità di abortire una bambina nata down».

Quanti esami inutili
L’entità dei risarcimenti continua a salire e così anche i costi per la sanità pubblica della cosiddetta “medicina difensiva”, cioè quella serie di pratiche e di esami che vengono erogati dal sistema sanitario anche in assenza di una reale necessità. «La cifra oscilla fra i 10 e i 14 miliardi di euro all’anno. Cioè il 10 per cento del fondo sanitario nazionale», spiega Barbieri. «Quanti casi di cefalea possono essere sintomo di una emorragia infracranica? Uno su diecimila. E nonostante le statistiche il medico è portato a far eseguire al paziente una Tac». Ovviamente i costi lievitano e le liste di attesa si allungano a scapito della salute dei pazienti e dei conti pubblici.

Qualcosa sulla responsabilità medica è cambiato negli ultimi anni. Se la Suprema Corte nel 2008 ha confermato che la responsabilità civile è a carico sia della struttura sanitaria sia del medico, sul fronte penale, a seguito dell’intervento Balduzzi, si specifica che il medico che «si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, non risponde penalmente per colpa lieve». Il problema è che, a causa dello stesso decreto, l’esclusione della responsabilità penale lieve non fa venir meno l’obbligo di risarcire il danno. E dal 15 agosto 2014 tutti i medici saranno tenuti a sottoscrivere una polizza di responsabilità civile professionale.

«Questo significa che i medici dovranno sottoscrivere un’ulteriore assicurazione», spiega Raffaele Latocca, dirigente medico al San Gerardo di Monza. «Gli ospedali non copriranno più la responsabilità professionale per colpa lieve». Strutture pubbliche o private, la questione non cambia. «Da agosto i medici dovranno assicurarsi. Anche se il danno da risarcire non è dovuto a una pratica strettamente collegata al loro lavoro». Per capire: «Se in un reparto rubano una dentiera, a risponderne è il primario, non l’ospedale. Toccherà a lui risarcire i danni». Naturalmente si prevede un ulteriore aumento dei premi assicurativi. «Certo il governo ha auspicato che le associazioni mediche specialistiche vadano incontro ai medici, ma è molto difficile che ciò accada. E per le tasche del medico le cose si complicano. In settori come la chirurgia uno specializzando guadagna 25 mila euro e un terzo del suo stipendio dovrà usarlo per assicurarsi», spiega Latocca.

Come risparmiare
Per Barbieri è chiaro quali interventi dovrebbe fare il legislatore: «Per quanto riguarda il penale, il legislatore dovrebbe introdurre il concetto di “colpa medica”. Per quanto riguarda i risarcimenti, potrebbe accollarseli lo Stato, come fa la Danimarca». Il modello è definito No-blame: «Il medico non paga assicurazioni, è tutto a carico dello Stato. Ciò ovviamente consente di risparmiare sui costi della medicina difensiva».

In ballo c’è il concetto di responsabilità del medico. Una professione delicata quanto quella dei magistrati (gli unici, in Italia, a non avere responsabilità civile diretta). Quello che bisognerebbe chiedersi è se per la tutela della salute non valga lo stesso discorso della giustizia. Se un medico ha paura, se evita operazioni difficili, se fa esami inutili prima di intervenire, a chi giova?

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14 commenti

  1. Elena Pirola

    Buongiorno, scusate se mi permetto di intervenire. Sono una giovane chirurga. Amo la mia professione nonostante i sacrifici, le ore interminabili di guardia, il maschilismo quotidiano, amo i miei pazienti, nonostante siano alle volte maleducati…alle volte solo molto spaventati. Bisogna rendersi conto che lavoriamo per la vita anche se alle volte sbagliamo …solo chi non lavora non sbaglia, lavoriamo e prendiamo decisioni difficili a volte in urgenza-emergenza per salvare una vita. Non siamo eroi e non siamo Dei. Dobbiamo renderci conto che più si va avanti e più siamo in pochi…chi vuole fare una professione come la nostra con la paura di essere denunciati in penale?! Saremo sempre di meno. Meno persone che fanno un lavoro per la vita…la vostra vita.

  2. Elena Pirola

    Buongiorno, scusate se mi permetto di intervenire. Sono una giovane chirurga. Amo la mia professione nonostante i sacrifici, le ore interminabili di guardia, il maschilismo quotidiano, amo i miei pazienti, nonostante siano alle volte presuntuosi e maleducati…alle volte solo molto spaventati. Bisogna rendersi conto che lavoriamo per la vita anche se alle volte sbagliamo …solo chi non lavora non sbaglia, lavoriamo e prendiamo decisioni difficili a volte in urgenza-emergenza per salvare una vita. Non siamo eroi e non siamo Dei. Dobbiamo renderci conto che più si va avanti e più siamo in pochi…chi vuole fare una professione come la nostra con la paura di essere denunciati in penale?! Saremo sempre di meno. Meno persone che fanno un lavoro per la vita…la vostra vita.

  3. Andrea (uno dei tanti)

    Questi presidenti degli ordini=CASTE (notai, medici, banchieri etc. etc.) che difendono SEMPRE e COMUNQUE la loro categoria non mi vanno giù.

    Belloni dice:

    «Non entro nel merito della vicenda, ma il fatto che per giudicare la condotta di un medico, una Corte d’Assise non abbia riconosciuto la necessità di ricorrere a una perizia super partes, oltre a quella delle parti, trasmette inquietudine a tutti i medici».

    Giovanni Rizzitano, 69anni, è entrato in clinica per un polipo alla prostata e ne è uscito senza un polmone.

    http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/14_aprile_10/brega-massone-mi-tolse-polmone-senza-motivo-non-si-mai-pentito-6ebca490-c090-11e3-95f0-42ace2f7a60f.shtml

    Possibile che a Belloni non venga qualche dubbio?
    E Amicone (junior, suppongo) gli regge pure il moccolo!

    1. Daniele

      Ma quale “casta”? Ma lei sa quanto siano bistrattati e sottopagati i medici in questo Paese? Ha idea di quanto lavorino in più rispetto al contratto che firmano solo per la salute dei cittadini? Il fatto che qualcuno faccia delle irregolarità – i delinquenti ci sono anche fra i medici, ovvio – non giustifica la sua operazione indiscriminata di screditamento e calunnia verso un’intera categoria per la quale gli Italiani, che godono di un servizio sanitario fra i migliori al mondo, dovrebbero dimostrare solo profondo rispetto.

      1. Andrea (uno dei tanti)

        Ha ragione, non chiamiamola casta.

        Però Belloni dice di non voler entrare nel merito e invece lo fa. E non mi pare proprio che Rizzitano sia stato smentito, basterebbe solo il suo caso per parlare di “clinica degli orrori”.

        Oppure, altro caso, un ragazzo (Federico Aldrovandi) viene pestato a morte durante il fermo e gli agenti di polizia giustamente sospesi vengono difesi dai sindacati (di polizia) se vanno a manifestare (in modo MOLTO poco civile) contro la sentenza SOTTO LA CASA della povera madre che ha perso un figlio diciottenne.

        Ecco, ho usato il termine casta impropriamente, però ho maturato la convinzione che spesso i presidenti degli ordini e i sindacati non siano lì per migliorare i servizi che la loro categoria offre ma coprire le magagne quando saltano fuori.

      2. filomena

        Che oggi si faccia un uso quantomeno discutibile delle denunce per malasanità al solo scopo degli eventuali risarcimenti, purtroppo è una realtà che tra l’altro produce solo medicina difensiva.
        Detto questo non sarò certo io a difendere l’operato di alcuni medici della clinica Santa Rita che eseguivano interventi chirurgici non necessari solo per ottenere i rimborsi della regione. Va inoltre sottolineato che questo è il rischio che si corre privatizzando la sanità e questo non perché i medici delle strutture private siano più brutti e cattivi di quelli delle strutture pubbliche ma perché le strutture private hanno obiettivi diversi da quelle pubbliche. I privati sono società a scopo di lucro che devono fare profitti, e questo è il loro obiettivo prioritario per sopravvivere, il pubblico non ha questa necessità e l’unico obiettivo che si pone è far si che la persona sia guarita il prima possibile senza moltiplicare le prestazioni per aumentare le entrate.

        1. Luca_P

          Anche quello che scrivi non è corretto, non è questione di lucro non lucro.
          In quanto anche alla maggior parte del personale pubblico interessa riscuotere lo stipendio a fine mese e del resto chi se ne frega.
          Il fatto e che tante cliniche sono private per modo di dire, in quanto vivono di soldi pubblici.
          Il problema non sono i privati, ma queste società convenzionate molto pubbliche e poco private che mangiano a spese del pubblico.

      3. Luca_P

        Se non te sei accorto ti ricordo che facciamo parte del G7 ossia, siamo una delle sette Nazioni più avanzate del mondo, e che servizio sanitario vorresti dare agli italiani quello del Burundi?
        *******
        “un’intera categoria per la quale gli Italiani, che godono di un servizio sanitario fra i migliori al mondo, dovrebbero dimostrare solo profondo rispetto”
        *******
        Ma che stai a dire, ma viviamo in un paese civile e democratico oppure in una repubblica delle banane, distinto per caste e livelli sociali?
        Se non lo sai ancora ti ricordo che un medico è un essere umano come tutti gli altri, e che quindi il primo che avere profondo rispetto per gli esseri umani che gli capitano tra le mani come pazienti, è lui il medico che deve rispettare i pazienti, chiaro il concetto?
        Se non si fosse medici per grazie divina, in quanto, in questa italietta negli enti pubblici una volta nominati nemmeno il padreterno riesce a rimuovere nulla, forse le cose andrebbero meglio,
        Che vorresti un popolino alla stregua di zerbini in cui i potenti ci si possano pulire le suole delle scarpe?

  4. Anna

    Se i medici fossero meno cani questo non accadrebbe. Io, per fortuna, non ho ancora mai avuto seriamente a che fare con medici per la mia salute personale, ma già tremo al solo pensiero: più che della malattia dell’incompetenza dei medici.
    Per esperienze di famigliari prossimi, con disturbi anche gravi, so infatti la maniera approsimativa con cui operano i medici: quando gli racconti i sintomi ti ascoltano a mala pena, e se ti ascoltano invece di essere loro a guidarti nella raccolta dati per anamnesi, sei tu che devi raccontargli tutto quello che ti viene in mente di attinente, e loro segnano e segnano sul blocchett come se fossero degli analisti anziché dei medici. Non parliamo poi di quelli con le diagnosi stardard: per cui hanno 5/6 malattie d’eleziole a cui tentano di ricondurre tutti i sintomi dei loro pazienti e tutta la casistica stessa dei pazienti, anche contro ogni evidenza. C’è poi la categoria cdi quello che ti guarda perrennemente con la faccia interrogativa e perscrive 7/8 esami a caso, non per verificare un’ipotesi ma nella speranza di trovare un indizio.
    Non capisco poi come possiate pensare di difendere il caso Santa Rita dove non si tratta neppure di errori medici, ma addirittura di operazioni fatte al solo scopo di intascare i rimborsi della regione.

    1. Daniele

      Quindi i medici sono incapaci. Immagino che lei abbia studiato Medicina per giudicare l’operato di un medico mentre la visita o raccoglie l’anamnesi. O forse mi sbaglio?

      1. Luca_P

        Queste tue frasi ti qualificano, come persona poco saggia, anzi direi presuntuosa e un pò arrogante che vuole zittire gli altri con ragionamenti del tipo lei non è abilitato TACCIA.
        Stai tranquillo che ti sbagli, soprattutto sulla visione della vita.

    2. Cecilia

      Credo che tu abbia avuto esperienze negative e di questo da medico mi rincresce..ti assicuro che nn é sempre e solo così..te lo dico soprattutto nella mia veste di paziente (i due ruoli a volte si intrecciano).ti ti porto all’attenzione che spesso siamo costretti a ridurre il tempo di visita al minimo per l’espletamento di pagine e pagine di burocrazia..x cui siamo schiacciati dal peso di una direzione,e che ci spinge a fare tutto riducendo xo tempo e risorse..Quando mi iscrissi a Medicina lo feci x mettere a disposizione lo conoscenza acquisita per la comunità. Il primo pensiero nn é certo ora quello di come e quanto danneggiare un paziente..la situazione é più variegata di quanti sembri e le sciocche categorizzazioni nn giovano a trovare insieme soluzioni

  5. Su Connottu

    Qualche avvocato, e qualche giornalista, si dev’essere accorto che un paziente morto rende più di un paziente vivo

  6. leo aletti

    Quando le affermazioni demenziali contenute nella costituzione italiana saranno pedissequamente applicate, essa afferma la salute è un diritto e non un dono, è un diritto invece l’asstistenza. Il medico che sbaglia sarà sempre messo alla gogna con la gioia degli avvocati,che ci guadagnano, delle assicurazioni. che ci speculano fino a non assicurarti più, dei giornalisti che scrivono quotidiamamente di malasanità; chi ci rimette è sempre il paziente trattato come un protocollo da seguire e il medico che deve seguire non la clinica ma il protocollo e chi più ne ha ne metta.

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