Macché Playstation. I vostri figli portateli a caccia

Di Matteo Brogi
14 Gennaio 2021
Non rassegnatevi al divano e alle bugie ambientaliste. Il “prelievo” venatorio è il modo più consapevole che ci sia di curare il creato
Padre e figlio a caccia

Articolo tratto dal numero di gennaio 2021 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

I giovani sono coloro cui è stato tolto di più in questi tempi di pandemia, saranno loro a pagare il prezzo più alto dell’emergenza, con il lavoro e le legittime aspettative che il futuro prossimo sembrano frustrare. Alcuni cercano di dare un senso diverso a vite altrimenti spese davanti al monitor di un computer o allo schermo di un televisore, a giocare alla Playstation o a guardare l’ennesima serie su Netflix. C’è chi cerca un’alternativa e chi si adegua alla sorte. Il virus ha funto da acceleratore, accentuando una deriva avviata da molti anni: tutti chiusi in casa a studiare-giocare-esibirsi sui social media. In assoluta solitudine. Ma un’alternativa c’è. O meglio, ci sarebbe se solo padri e madri riuscissero a non rassegnarsi e fossero capaci di farsi promotori coinvolgenti di stili di vita differenti. Uno, tra i tanti, è quello che io chiamo la via del bosco.

Ho respirato l’odore della polvere da sparo, dell’olio dei fucili, dei cani, della natura misto al profumo del sigaro di mio padre da quando avevo sei anni. A lungo l’ho seguito per boschi e campi finché, con l’adolescenza, anche io mi sono lasciato lusingare dalla via della Playstation per qualche tempo. All’epoca eravamo prevalentemente analogici: interminabili battaglie di Risiko, partite a Subbuteo, qualche serata spesa in una sala da biliardo, moto, chiacchiere e ragazze erano i nostri interessi prevalenti. Esperienze che, rispetto a quelle di oggi, avevano il pregio di essere comunitarie, di strappare noi adolescenti di allora dal comfort della nostra cameretta e di imporci il confronto con la vita reale. 

Quest’anno, se a marzo non fossero state bloccate anche la caccia e le attività di gestione, per la prima volta avrei portato mia figlia, anche lei seienne, a fare il censimento dei caprioli sull’Appennino bolognese. Il censimento annuale è l’attività che anticipa e giustifica scientificamente un prelievo consapevole nella successiva stagione venatoria. Maria Elena avrebbe visto nel loro contesto naturale i maschi con il palco in velluto e le femmine impegnate nella cura dei piccoli dell’anno. La pandemia e lo stato confusionale di chi avrebbe dovuto darci regole certe e ragionevoli per il contenimento del contagio ce l’hanno negato. Ma la via del bosco resta ad aspettarci là fuori, gratis e disponibile per tutti, pronta a insegnarci a vivere. Efficacissimo antidoto a stili di vita che ci hanno allontanato dalla nostra essenza più profonda. 

La natura è ingiusta, grazie a Dio

Se ci lasciamo coinvolgere dalla natura impareremo ad apprezzare anche la caccia, che oggi pure non gode di una buona reputazione. La cattiva gestione delle generazioni di cacciatori che ci hanno preceduto e la visione fintamente buonista oggi prevalente fanno della caccia una tra le attività più scorrette che si possano immaginare. Meglio drogarsi o spacciare, piuttosto. Si troverà sicuramente qualcuno disposto a giustificare. Ma la caccia no, va nascosta, semmai tollerata come quei vecchi film che vengono preceduti da un avvertimento: attenzione, stiamo per trasmettere contenuti scorretti o discriminatori.

La natura ci insegna molto e ci ricorda chi siamo. Non è giusta, come non lo è la vita, non è un videogioco a lieto fine. Non è un film Disney con paperi miliardari e topi investigatori. In natura il debole soccombe. È uno dei tanti doni che ci ha fatto il Creatore, affidandocela e permettendoci di sfruttarla: per farlo dobbiamo prendercene cura nel rispetto della sacralità di ogni vita e della possibilità di fruizione da parte delle generazioni che ci seguiranno. 

Se l’uomo può disporre liberamente del creato, la caccia è il modo più consapevole di sfruttarlo che conosca. Partiamo dalle basi: protezione della natura e sua fruizione non sono in antitesi tra loro. Non lo dico io, o solo io, ma lo dicono gli ambientalisti, quelli non ottenebrati dall’ideologia, i conservazionisti, i biologi e pure qualche teologo coraggioso. Per chi vuole un nome e un cognome, faccio quello di don Markus Moling, docente presso lo Studio teologico accademico di Bressanone. 

Quelli che si sporcano le mani

Se guardiamo al tema senza pregiudizio, scopriamo che la caccia ha una valenza centrale nella nostra società: protegge interessi economici (agricoltura e silvicoltura), procura l’alimento più sano che possiamo portare sulla nostra tavola, garantisce la sicurezza sulle strade (grazie al contenimento delle popolazioni di ungulati, spesso causa di incidenti), aiuta a preservare l’ecosistema contribuendo a mantenere livelli di consistenza faunistica adeguati alla capacità del territorio, provvede alla conservazione delle specie minacciate grazie agli interventi di cura degli habitat attuati dai cacciatori, ormai tra i pochi attori davvero interessati all’ambiente. E tutto questo si fa sporcandosi le mani, non dalla poltrona del salotto buono degli ambientalisti.

La caccia ci insegna a badare a noi stessi in un contesto che può essere ostile, ci impone di essere creature responsabili, a confrontarci con le doti di forza e maestria e le virtù laiche di coraggio e onore. Prendersi la responsabilità di abbattere un animale e macellarlo, anziché comprare al supermercato quattro cosce di pollo spennate e incellofanate in un’asettica vaschetta in polistirolo, fa la differenza tra una vita vissuta e una subita. La caccia è fare comunità, perché richiede una rete di relazioni. La caccia è la rivendicazione di un ruolo centrale nella creazione, antidoto allo spirito dei tempi genericamente compassionevole che con il senso religioso della vita non ha niente da spartire. 

La caccia ci insegna a non confondere i piani: uomini e donne siamo fatti a Sua immagine e somiglianza e non dobbiamo attribuire agli animali diritti che neghiamo ai nostri simili, ai piccoli, ai deboli, agli anziani, agli indifesi di ogni genere. 

Qualcosa di reazionario

Non lasciamo l’ambiente in mano agli ambientalisti di professione, per i quali la vita di un cinghiale abbattuto per le strade di Roma vale quella di un bambino che non nascerà. Non permettiamo che i nostri figli siano traviati da cattivi programmi educativi che ci espropriano del nostro ruolo di genitori. Insomma, facciamo qualcosa di reazionario. Aiutiamoli a discernere e, se proprio non possiamo portarli a caccia, almeno non ostacoliamoli a cercare la via del bosco. 

Non rinchiudiamoli in casa ad agonizzare su un divano. Incendiamoli, i divani, e lanciamo nella natura i nostri ragazzi a respirare i profumi dell’inverno. Ce ne saranno grati. Con un fucile in mano, un arco, una canna da pesca o anche solo un binocolo apprenderanno qualcosa in più del senso della vita e del mistero della morte.

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Matteo Brogi, autore di questo articolo, è direttore editoriale di Armi Magazine, Armi e Tiro, Caccia Magazine

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