Ma è vero che in Piemonte le scuole paritarie impediscono l’apertura di asili pubblici? «Le cose non stanno proprio così, anzi»

Di Francesco Amicone
01 Agosto 2014
Polemica per la mancata apertura di un asilo statale a Bibiana per il veto degli istituti paritari. Intervista a Giampiero Leo, autore della norma incriminata

Ma è proprio vero che in Piemonte un asilo pubblico non può essere aperto se c’è l’opposizione degli istituti privati locali? È vero, come sostiene il Fatto quotidiano, che nella Regione governata da Sergio Chiamparino «una scuola pubblica non deve essere aperta» se «può far diminuire gli studenti e le sezioni di quella privata»?

Le domande sono relative a un caso scoppiato qualche giorno fa. Ne ha parlato per prima la Stampa. Il quotidiano torinese aveva dato la notizia di un asilo nel piccolo paese di Bibiana, provincia di Torino, finanziato per più di 1 milione di euro da Regione Piemonte, Unione Europea e Comune, costretto a non aprire i battenti. A congelarne l’apertura è stato un parere della Fism (Federazione italiana scuole materne). La sigla che riunisce molte scuole cattoliche paritarie si è espressa negativamente sul nuovo istituto, in base a una norma regionale del 2013 che limita la proliferazione di istituti pubblici laddove la copertura dell’offerta formativa sia già ampiamente assicurata.

A spiegare il senso della norma a tempi.it è l’autore del testo incriminato, l’ex assessore all’Istruzione del Piemonte, Giampiero Leo (Ncd). «Partiamo da una premessa – esordisce Leo – le paritarie, secondo la Costituzione, non sono istituti privati ma scuole che svolgono un servizio pubblico». «Da più di dieci anni – prosegue l’ex assessore – la Carta sancisce che l’istruzione pubblica in Italia poggia su due pilastri: scuole di Stato e scuole paritarie. Ogni Regione, con la sua diversa sensibilità politica, ha messo in pratica questa parità giuridica che porta la firma del centrosinistra e di Luigi Berlinguer. In Piemonte lo abbiamo fatto prima con il buono scuola basato sulle fasce di reddito, poi con l’emendamento di cui tanto si parla oggi». L’obiettivo della norma, spiega Leo a tempi.it è «impedire che le due gambe del servizio pubblico si sgambettino a vicenda o che svolgano un servizio inefficiente, causando sprechi di denaro pubblico».

leo_cultura-hMolti contestano la sua norma. Non va a danno delle scuole statali?
La regola vale per tutti gli istituti pubblici: statali e paritari. Se l’apertura di un asilo pubblico costringe alla chiusura di una classe di un altro asilo pubblico, allora non si deve aprire, a maggior ragione nel caso in cui l’eventuale apertura costituisse una spesa maggiore e un minor risparmio rispetto alla valorizzazione delle strutture esistenti, come nel caso della scuola statale nel Comune di Bibiana. Nel paesino ci sono 100 bambini. Bastava a coprire il bisogno la scuola paritaria locale. Soprattutto in questi tempi di spending review, che senso ha spendere soldi per un nuovo asilo pubblico, a mezzo servizio, mettendo in crisi un altro istituto pubblico già esistente da decenni e perfettamente funzionante?

Un motivo potrebbero essere il costo delle rette, per esempio. A Bibiana molte famiglie potrebbero risparmiare rivolgendosi al nuovo asilo statale.
Il costo reale di uno studente nell’asilo di Stato è maggiore. Non c’è un risparmio ma un aumento della spesa e delle tasse. Sì, è vero, alcune famiglie risparmierebbero 500 euro all’anno, pagando le rette 100 euro al mese anziché 150. Tuttavia lo Stato si troverebbe a pagare migliaia di euro in più. Ogni studente iscritto alle scuole paritarie, infatti, costa ai contribuenti 500 euro, mentre ogni studente delle statali 6 mila. È evidente che per la collettività non c’è alcun risparmio nel trasferimento degli alunni da una scuola paritaria ad una statale, ma un aumento di spesa che è quasi dieci volte più grande di quanto risparmiano alcune famiglie. Cosa accadrebbe se tutti i comuni facessero lo stesso?

La singola famiglia di Bibiana, però, risparmierebbe 500 euro all’anno. Non pochi.
Capisco che è facile per i politici locali agitare slogan ideologici contro le paritarie e promettere risparmi alle famiglie, però si deve fare i conti con la realtà. Un comune come Bibiana potrebbe usare quei soldi per far risparmiare ai suoi cittadini la stessa cifra, senza sprechi di risorse, senza costruire una nuova struttura e senza mettere a rischio i posti di lavoro di un altro asilo pubblico.

Come?
Valorizzando l’esistente, cioè l’istituto paritario. Basta un semplice calcolo: il Comune ha versato 300 mila euro per la costruzione dell’asilo statale, anche se quello paritario aveva posti disponibili. La restante parte, 1 milione e 200 mila euro, è stata finanziata dalla Regione e con i fondi europei. Il risultato di questo investimento quale sarebbe? L’asilo paritario viene costretto a chiudere una classe e quello statale a svolgere un lavoro a mezzo servizio. Se invece, per ipotesi, la giunta avesse utilizzato quei finanziamenti per calmierare le rette della scuola paritaria, le famiglie di Bibiana avrebbero risparmiato gli stessi 500 euro all’anno almeno per i prossimi vent’anni, senza alcun costo aggiuntivo per lo Stato e per il territorio.

Però perché dare un potere di veto agli istituti paritari sull’apertura di nuove scuole?
A decidere dell’apertura di nuove sezioni o istituti, ci sono Regione e ministero dell’Istruzione. La scelta di inserire anche la voce degli istituti paritari è più che logica. Il nostro sistema dell’istruzione si chiama “sistema integrato”. Che integrazione ci sarebbe se a decidere dell’istruzione pubblica fossero solo Regione e ministero? Si può fare l’esempio delle società partecipate: non è solo lo Stato ad avere voce in capitolo.

Quindi lei crede che il suo emendamento non vada modificato?
La ragionevolezza della norma è evidente. Non è un caso che a Bologna il sindaco Virginio Merola (Pd) abbia combattuto contro il “referendum Rodotà” che invocava l’azzeramento dei finanziamenti alle paritarie: per i comuni le paritarie sono un risparmio. Credo che il Pd anche in Piemonte capirà la ragionevolezza dell’emendamento.

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12 commenti

  1. Giovanni Cattivo

    Un asilo paritario può parire dove esiste già un asilo pubblico?

    1. Carlo

      Mi pare che in tutte queste discussioni si dimentichi sempre la cosa più importante: se stiamo parlando di scuola dell’infanzia, non stiamo parlando di scuola dell’obbligo, pertanto ogni ragionamento legato alla libera scelta, alla costituzione, ecc… non è valido. Non essendo scuola dell’obbligo non esiste un problema di libertà di scelta della scuola, la scuola dell’infanzia è un servizio di assistenza socio-educativa prescolare.
      Infatti se i posti ci sono i bambini ci vanno, se non ci sono si creano le liste d’attesa.
      Quindi in questo caso è corretto ragionare in termini puramente economici di costo del servizio e di risparmio e ogni discorso legato alla “libertà di scelta educativa” non si pone…

  2. Giava

    Già, già… e la tanto sbandierata “libertà di scelta educativa” dove la mettiamo? In questi casi non vale più?

    E poi, egregio giornalista, mi pare proprio che l’articolo confermi l’esistenza di un diritto di veto all’apertura di una scuola pubblica da parte di una scuola privata: per correttezza, corregga il titolo!

    1. articolista

      E come la mettiamo con le regole del mercato? Inoltre stando alla sua logica anche l’asilo statale è privato, visto che si paga una retta.

      1. Giava

        Innanzi tutto l’intervista conferma l’esistenza del diritto di veto, giustificandolo con le regole di mercato, quindi il titolo è volutamente fuorviante.

        Poi, siete proprio voi di Tempi che rivendicate il diritto inviolabile alla libertà di scelta educativa (che evidentemente non vale nel caso un genitore non voglia mandare suo figlio in una scuola cattolica! Allora la libertà di scelta si deve piegare “alle leggi del mercato”).

        Ancora, siete sempre voi che parlate di “libera concorrenza” tra le scuole, che farebbe emergere le scuole migliori con un risparmio della spesa, piegando così l’educazione alle leggi del mercato (e sbagliando clamorosamente due volte!). Io, invece, non vedo il costo dell’istruzione come una “spesa” ma come un investimento per il futuro.

        Inoltre, le retta della scuola materna comunale non esiste, in quanto vi è solo un contributo per chi si avvale della mensa; nel caso contrario è completamente gratuita (e Lei lo dovrebbe sapere bene!).

        Infine, continuate a riportare falsi costi delle scuole pubbliche, falsando il confronto: la CEI (nota pastorale del 30 luglio 2014) parla di costo medio per alunno di circa 5.000 euro (e non 6.000), ma anche questo dato è calcolato con un metodo errato, come del tutto errata è la stima del costo sulla collettività della chiusura delle scuole private (vedi Fondazione Agnelli). Ma anche questo lo sapete benissimo.

        Se volete portare aventi una battaglia (per me strategicamente sbagliata) dovreste farlo nella verità, senza falsare i dati e con un minimo di coerenza.

        1. Giannino Stoppani

          A dire il vero a me pare che l’idea di una scuola pubblica gestita più o meno direttamente dallo Stato non sia così ignobile da esser perorata con lo strabismo intellettuale di cui pare affetto il signor Giava.
          In primo luogo a Giava giovi (il gioco di parole è intenzionale ma innocente) ricordare che già a suo tempo gli avevo fatto notare che la Fondazione Agnelli non contestava la sussidiarietà nel ramo educativo, ma i dati messi sul tavolo dal ministro renziano dell’istruzione, la quale sosteneva (come diremmo noialtri toscani, “a bischero sciolto”) che la chiusura delle paritarie avrebbe aumentato i costi della PA semplicemente di un importo pari al numero degli studenti delle paritarie per risparmio medio che essa realizza per ciascuno di loro. E’ chiaro che si tratta di un conto grossolano e nel suo documento la Fondazione Agnelli tenta di spiegarne il come e il perché anche se Giava capisce un tantino a modo suo.
          Secondo, se la scuola paritaria facesse risparmiare anche un solo euro a uno Stato con il prelievo fiscale più alto del sistema solare non vedo cosa ci sarebbe di male.
          Terzo, la legge di mercato funziona se gli operatori si fanno concorrenza leale, e bisogna giocoforza che Giava riconosca che un istituto Statale è può anche essere largamente finanziato con la fiscalità generale e non deve certo la sua sopravvivenza alla qualità dell’insegnamento e, conseguentemente, alle rette pagate dai genitori. D’altra parte la sua missione non dovrebbe essere quella di fare concorrenza, ma quella di garantire l’istruzione per tutti e dappertutto.
          E comunque io mi stupisco che ancora ci sia gente che coltiva ideologie stataliste che nel secolo scorso hanno dato ampia prova di essere devastanti per la vita delle nazioni.

          1. Giava

            Stavo iniziando a preoccuparmi per il ritardo della sua risposta!

            Sinceramente a me pare intellettualmente più strabico chi rivendica la libertà di scelta per sé e la nega agli altri; o chi invoca la libera concorrenza e poi vuole agire in monopolio.

            Correttamente Lei afferma che la “Fondazione Agnelli non contestava la sussidiarietà nel ramo educativo”: ma io non ho mai affermato ciò! Come spesso accade (quando mi attribuisce pensieri ed intenzioni non mie) la sua smentite non smentisce nulla!

            Se prova a rileggere attentamente i miei ripetuti interventi sull’argomento, io contestavo le cifre, a dir poco ballerine, che vengono richiamate per giustificare il risparmio per i conti pubblici grazie alla presenza delle scuole private. Per alcuni oltre 7.000 euro ad alunno, per altri 6.000, altri ancora (la CEI) circa 5.000. Queste cifre sono il frutto di una semplice (quanto metodologicamente errata divisione). In realtà il costo di una ipotetica chiusura delle scuole private sarebbe di gran lunga inferiore (e non sto qui a citare chi, addirittura, conteggiando anche i trasferimenti alle private non solo dello Stato ma anche degli Enti locali, Comuni e Regioni, ipotizza un risparmio per le casse pubbliche!).

            Per quanto riguarda il discorso del risparmio, si entra nella scelte personali: io trovo che piegare alcuni ambiti sociali al risparmio e farne una discriminante sia un errore strategico e, anche dal punto di vista cattolico, molto pericoloso: ma, come dicevo, questo riguarda la visione personale dei rapporti sociali.

            Concordo nuovamente con Lei per ciò che riguarda la libera concorrenza: anzi penso che alcune realtà sociali debbano essere sottratte al mercato, come l’istruzione, che sogno di qualità, accessibile a tutti, ed aperta a tutte le idee per un costruttivo confronto. Temo che, alla lunga, la libera concorrenza nelle scuole sottintenda lo smantellamento dell’istruzione pubblica (altrimenti che concorrenza leale sarebbe?).

            Ideologie staliste??!!
            Mi pare (ma potrei sbagliare) che Lei tende a confondere “statale” con “comunista”. Proprio nel secolo scorso, la tanto vituperata scuola pubblica è stata in grado di portare il nostro Paese da un analfabetismo a due cifre ad essere uno dei primi Paesi al mondo. E tanti imprenditori, giornalisti, politici ed intellettuali devono alla scuola pubblica (che ora disprezzano) se sono quello che sono. Nel frattempo la scuola cattolica ci ha regalato Silvio Berlusconi e Moana Pozzi (scherzavo, solo per una battutaccia).

            Gent. sig. Stoppani, Le rinnovo l’invito a continuare questo confronto in forma privata, alla mail che Le ho comunicato. Penso che un civile e franco confronto possa essere interessante e costruttivo (almeno per me). Non abbia timore, è solo uno scambio di idee.

            Cordiali saluti e buone ferie.

          2. Giava

            Chiedo scusa per il doppio intervento, ma non visualizzavo il primo ed ho ripetuto. Solo dopo ho visto che ve ne sono due sostanzialmente uguali.

          3. Giannino Stoppani

            Mi spiace di averti fatto aspettare, caro Giava, ma io mi dedico a commentare su questo sito solo per diletto e a tempo perso.
            Mi spiace anche di aver generato l’equivoco sull’opinione della fondazione Agnelli, ma io riportavo semplicemente cosa c’era scritto nell’articolo che avevi linkato tu stesso l’altro giorno, dove a dire il vero si criticavano più le affermazioni di una ministra che la scelta della sussidiarietà e dove c’era ben poco che mettesse in dubbio il tragico gap tra il costo per alunno sostenuto dalla scuola pubblica e quello sostenuto dalle scuole paritarie.
            Sebbene io ritenga che la “libera concorrenza” sia una di quelle cose di sui si parla a vanvera come obbiettivo ben sapendo della sua irrealizzabilità nella realtà effettuale esattamente come accade quando si magnificano le virtù (?) del “pubblico”, bisogna considerare che il risparmio, o meglio l’efficacia e l’efficienza della pubblica amministrazione non è affatto una scelta personale di qualcuno, ma è una guerra santa a cui si dovrebbero dedicare anima e corpo tutti i nostri amministratori.
            Che poi tu consideri la spesa nella pubblica istruzione come un investimento è una faccenda per niente attinente alla sua efficacia ed efficienza.
            Uno spreco rimane tale a prescindere se sia fatto in conto corrente o in conto capitale.
            Insomma Giava, l’argomento secondo me è complesso e il manicheismo tra pubblico e privato serve a ben poco.

          4. Giava

            Gentile sig. Stoppani,
            vede che se ci confrontiamo serenamente troviamo tanti punti sui quali convenire? A volte mi pare che partiamo da posizione differenti (ed è un bene anche questo!), forse dovuti a diverse esperienze personali, ma poi ci ritroviamo su tante questioni fondamerntali.
            Le rinnovo i miei saluti, con la speranza di continuare a cercare ciò che ci unisce.

      2. Giava

        Se ci tenete tanto alle “leggi del mercato” allora dovreste accettare che una scuola che non riesce a stare sul mercato debba chiudere. Non è coerente rivendicare le regole del mercato per agire un monopolio!

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