
Lettere dalla fine del mondo
L’ultima strofa di Rodolfo Dami, grido di un uomo che attendeva solo Cristo
Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Lavoro e poesia furono i pilastri dell’ultima fase della vita di Rodolfo Dami. Gli amori erano finiti, tristemente, lasciando sul suo cammino solo l’affetto di una figlia che, credo, non poté mai conoscere suo padre: anche suo padre non poté mai assaporare il calore filiale di una propria creatura. Anche a causa di questo Rodolfo era tornato nella sua Yaguarón. La voce delle sue radici, finalmente, lo aveva convinto a tornare. Uno ritorna sempre e per sempre in quel luogo che l’ha visto nascere. Quando tutti se ne vanno, quando tutti ti abbandonano, la risposta alla disperazione è tornare a casa. E una volta tornato a casa, alla fattoria, Rodolfo scrisse la parte più bella della sua vita, quella parte che al tramonto forma una sola cosa con l’alba. Mi sembra di vederlo lì, nella sua stanzetta, seduto alla sua umile scrivania, circondato da migliaia di ricordi, col cuore gonfio di nostalgia e di attesa, con gli occhi profondi che scrutano l’orizzonte dell’eternità, quell’eternità della quale la poesia vive, in quanto cercatrice insaziabile e instancabile del significato di tutto.
«Seduto di fronte alla luce
È il poeta, è l’uomo Rodolfo Dami, è la struttura dell’uomo reale, è segno del cuore umano, è ciò che pretende la ragione.
Dell’inerte candela pensierosa
È il poeta, è sempre l’uomo, che si erge di fronte alla realtà e contempla l’orizzonte, lasciandosi provocare dalla realtà. Non è un’astrazione il suo pensiero, non è un’ideologia, un a priori: è l’affermazione del reale che si imprime nell’intelligenza coi suoi caratteri eterni.
Metto il punto finale a questo libro
La vita si sta spegnendo, il ritorno a casa è vicino.
Ed esco a vagare per il mondo della notte
La vicinanza della morte, la coscienza che il libro sta per chiudersi, inevitabilmente e inesorabilmente, suscita come primo sentimento uno smarrimento della mente, un’oscurità esistenziale piena di domande e di pretese di una risposta convincente.
Tra falò di lucciole
È la speranza, sono le radici, è l’humus della vita.
Torno a casa
Ora è una certezza, finalmente torna da dove era partito, torna dopo un lungo cammino nella notte del mondo, passando tra falò di lucciole, alla casa, alla dimora, al luogo definitivo, al riposo eterno.
So che qualcuno mi aspetta, in quella stella lontana»
A questo punto le sue parole diventano impotenti, lasciando spazio alla commozione di chi sente che questo è il cristianesimo.
Quell’incontro inseguito e mancato
Rodolfo Dami non è mai stato un cristiano praticante, perché non incontrò mai il cristianesimo, l’imprevedibile, l’Avvenimento. Il socialismo gli era sembrato la possibile esplosione della vita, degli ideali umani, di ciò che cerca il cuore. E sinceramente non possiamo non dargli ragione. Come avrebbe potuto incontrare, abbracciare un cristianesimo incapace di dare forma e contenuto alla vita, come spesso tutti verifichiamo?
Il poeta non vive di rassegnazione, il poeta non schematizza la vita, il poeta vive, descrive, abbraccia la realtà, si lascia interrogare, provocare dalla realtà. La parola del poeta, del genio, è evento, avvenimento, imprevedibile, inimmaginabile, possibilità, grazia, incontro, cambiamento, vita. Rodolfo Dami, con il suo desiderio inconsapevole di Cristo, ci direbbe, usando le parole del grande teologo Olivier Clément, «la fortuna del marxismo è stata aver incontrato un cristianesimo pauroso della vita».
Il suo ingresso nella nostra Clinica è stato per lui un cambiamento, una rivoluzione copernicana. Lo guardavo lottare con la morte e sorridevo. Ricevette l’unzione degli infermi e la confessione; poi mi guardò con quei suoi grandi occhi neri di arabo che esprimevano la sua allegria. Tentò un ultimo sforzo: scrivere una poesia sul dolore. Riuscì a mettere sul foglio la prima, incredibile strofa. Le uniche parole che sono riuscito a decifrare dicono: «Nunca pude saber… nunca pude saber por qué…». Difficile capire che cosa voleva comunicarmi. Ma credo che il «non potei mai sapere», ripetuto due volte, sia stato il grido pieno di tristezza e di speranza per non avere incontrato nella sua vita quel Fatto, quell’Uomo.
La morte di Rodolfo Dami è stata una provocazione per tutti noi che lo abbiamo conosciuto e che per grazia abbiamo incontrato il nome di quella «stella lontana» fatta carne: Gesù di Nazareth. Una provocazione a essere testimoni affascinanti per qualunque uomo che incontriamo sul cammino della vita. (2. fine)
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