
A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva
A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa. A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.
COME SI APRE UNA FREE SCHOOL. «In tutta Inghilterra sono state presentate al ministero dell’Istruzione 400 domande per fondare free school», ha esordito Rossetti. «La nostra è una delle 102 che sono state accettate». Probabilmente proprio perché «il nostro progetto rispondeva a un bisogno reale del territorio». È dal 2011, infatti, che il governo di Londra consente ad ogni singolo cittadino o gruppo di cittadini, spesso comitati composti da professori e genitori, di fondare una scuola. O, perlomeno, di provarci. Ma avviare una free school non è così semplice come può, a prima vista, sembrare. E non tutti ci riescono. Non solo perché le free school sono ancora viste da più parti come un «eccessivo tentativo di deregulation operato dalla middle class londinese», ma anche perché l’iter da seguire è complesso e puntiglioso. I controlli dell’organismo indipendente preposto a vigilare sui requisiti richiesti non lasciano scampo a nessuno.
Non appena individuato uno stabile, il primo passo, ha raccontato Rossetti è stato quello di «redigere un budget decennale, stressato del 5/10 per cento. Ci siamo riusciti, stringendo alleanze educative con altre scuole locali e ricorrendo inizialmente all’autofinanziamento e al coinvolgimento di tanti volontari, tra i quali anche un ex banchiere di Goldman Sachs in pensione e del presidente di Montessori Uk». Poi ci «siamo attivati per reclutare preside e docenti, spiegando loro che avrebbero dovuto lasciare un posto sicuro per uno in una scuola che ancora non c’era! Ma ci siamo riusciti». Rossetti e quei genitori che si sono coinvolti con lui in questa avventura sono «passati alla fase più propriamente politica, ovvero quella di dimostrare che di una scuola a Richmond c’era veramente bisogno. Perciò abbiamo incontrato le istituzioni locali, le famiglie, i residenti di lungo corso, abbiamo organizzato volantinaggi e public meeting per sensibilizzare le persone». Il riscontro è stato ancora una volta positivo.
LIBERI DI SCEGLIERE. Giunto a questo punto, Rossetti si è recato al ministero dell’Istruzione con il progetto in mano, 260 pagine con tutti i dettagli, dai corsi alla governance, fino a cosa sarebbe successo nel caso i numeri degli studenti iscritti fossero stati inferiori alle aspettative. Il faldone è stato esaminato e approvato. Ed è seguito il primo finanziamento da 220 mila sterline per provare a far partire la scuola. Si chiama fase di «pre-opening», ha spiegato ai presenti Rossetti, «ma se non raggiungi i numeri che ti eri preposto e non riesci a far partite la scuola, chiudi». Se ci riesci, invece, cosa succede? «Semplice – ha proseguito – sei bombardato da professionisti che vogliono entrare nel progetto per aggiudicarsi quei soldi». Rossetti sa benissimo che, nonostante il 25 per cento delle free school inglesi sia gestito da alleanze educative di genitori e professori e il 15 per cento da enti religiosi o caritatevoli, ci sono anche grandi gruppi commerciali che stanno provando a puntare il piede, nel caso in cui, in futuro, questo modello di istruzione dovesse dimostrarsi anche profittevole. Ma Rossetti non ha ceduto alle lusinghe.
LA SCUOLA, OGGI. Oggi la Thomson House School ha due classi, due prime elementari da 26 alunni ciascuna, e a settembre ne partiranno altre due. L’obiettivo è quello di arrivare a 364 alunni a regime nel 2019. Le immatricolazioni avvengono in base a un criterio di prossimità territoriale all’istituto. Criterio che è stato preferito a quello della lotteria. Oltre ai finanziamenti dello Stato, pari a 4 mila sterline per studente, come per le scuole totalmente gestite dal pubblico, l’istituto può fare fundraising e chiedere un contribute ai genitori (il 70 per cento ha deciso di versarlo), e può anche aspirare a fare margini di profitto tra il 5 e il 10 per cento. A patto, però, che le risorse siano reinvestite nella scuola. Se economicamente non si sostiene da sé, la scuola viene chiusa.
Un organismo indipendente monitora periodicamente i risultati assegnando un punteggio che va da outstanding (eccezionale), good (bene), need to be improved (da migliorare) a unsatisfaction (insufficiente). Così che anche i genitori possano conoscere la qualità della scuola dove iscrivere, oppure no, i loro figli. Piena, invece, è la libertà nel selezionare (e licenziare) il personale e il corpo docente. Totale l’autonomia finanziaria. Rossetti, per esempio, ha cambiato la preside due settimane prima dell’apertura, perché aveva trovato qualcuno che poteva meglio rispondere alle esigenze della scuola. È un ex preside in pensione. E ha pensato che era la persona più adatta. Le ha proposto un contratto di un anno, per valutare i risultati, cambiando in corsa.
UNA POLITICA LUNGIMIRANTE. Le free school non sono nate ieri. A spalancare le porte dell’autonomia scolastica alla pubblica istruzione inglese è stato, anzitutto, il governo conservatore del primo ministro Margaret Thatcher con un libro bianco del luglio 1988. Una riforma che, spiega Rossetti, ha avuto il merito di «devolvere poteri, che una volta appartenevano allo Stato centrale, a livello delle istituzioni scolastiche, soprattutto per quanto concerne l’amministrazione finanziaria e la gestione delle risorse umane. È così che si è venuto a creare un vero e proprio mercato del lavoro per i docenti». Che è tutt’ora la vera «precondizione necessaria perché il modello delle free school possa funzionare». Una cosa che, purtroppo, «in Italia non avete ancora, e francamente non capisco perché». Il libro bianco, inoltre, ha introdotto il principio per cui «i finanziamenti statali devono seguire l’alunno». Che è un fatto indubbiamente positivo, perché significa «riconoscere la libertà di scelta per i genitori», che così possono decidere a quale scuola iscrivere i loro figli.
L’esecutivo laburista guidato da Tony Blair ha, poi, proseguito sulla strada tracciata dalla “Lady di Ferro”, introducendo nell’ordinamento scolastico inglese le cosiddette «academy schools» o «free schools», finanziate dallo Stato ma indipendenti da esso, che sono l’equivalente delle charter school statunitensi. E lo ha fatto «devolvendo ancora più poteri alle scuole, che ora possono scegliere liberamente i programmi, a patto di rispettare determinati criteri, e anche come strutturare il tempo, la durata delle giornate e dei trimestri». Ma, soprattutto, «ha permesso agli istituti di assumere i professori anche al di fuori dei contratti statali». Una free school, del resto, spiega Rossetti, «per competere deve poter offrire condizioni, anche contrattuali, attraenti ai candidati che aspirano a entrare nel corpo docenti». L’ultimo passo, infine, è stato compiuto nel 2011 dal ministro dell’Istruzione Michael Gove, conservatore del governo di coalizione Cameron, che ha aperto a tutti i cittadini la facoltà di fondare una free school. Proprio come ha fatto Rossetti. L’Italia, invece, ha fatto notare Serena Sileoni, vicedirettore dell’Istituto Bruno Leoni, «non le avrà fino a che non cambierà il mercato del lavoro».
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