
L’odissea di Xue in Cina: tre mesi di vita persi tra tamponi e quarantene

Xue Liangquan, avvocato cinese di 37 anni residente in California, non vedeva la sua famiglia da oltre due anni. Colpa della pandemia di Covid-19, dei lockdown, delle restrizioni ai viaggi attuate tanto dalla Cina quanto dagli Stati Uniti. Per questo il volo su cui si è imbarcato il 2 gennaio a Los Angeles, destinazione Guangzhou, aveva il sapore della gioia e della liberazione: finalmente avrebbe rivisto i suoi genitori.
Un incubo durato tre mesi
Almeno questo è quello che pensava Xue, perché il suo viaggio in Cina si è invece rivelato in un’odissea, un incubo fatto di tamponi, quarantene, ospedali, centri per l’isolamento, al termine del quale, l’1 aprile, l’avvocato si è ritrovato nuovamente nella sua casa di Los Angeles senza mai essere riuscito a incontrare la sua famiglia. E senza potersi capacitare di come abbia potuto perdere tre mesi di vita. Per questo Xue ha scritto la sua storia in un lungo post su Wechat:
«Ho pensato, se non lo scrivo mi sembrerà davvero soltanto un incubo: è come se avessi fatto un brutto sogno l’1 gennaio nel mio letto a Los Angeles, mi fossi risvegliato nello stesso letto l’1 aprile e il tempo in mezzo fosse semplicemente svanito».
Capodanno lunare in ospedale
Armato di tampone molecolare negativo, Xue si è imbarcato a Los Angeles il 2 gennaio. Arrivato a Guangzhou, ha fatto un nuovo test all’aeroporto e poi è stato portato in un hotel per la quarantena obbligatoria di due settimane. Neanche il tempo di stendersi sul letto, che il suo telefono ha trillato: il tampone effettuato all’aeroporto aveva dato esito positivo.
Di conseguenza – ingabbiato in una tuta bianca anti-Covid, munita di cappuccio, mascherina e visiera – è stato portato in ospedale dove sarebbe dovuto rimanere per quattro settimane. Durante tutto il periodo, disturbato solo da una leggera tosse, ha telefonato ai genitori ogni giorno, ha lavorato per la sua società da remoto e ha mangiato i magri pasti forniti dall’ospedale.
Anche il Capodanno lunare, la festa più importante in Cina, quella che sperava di passare in famiglia, Xue l’ha trascorsa seduto sulla branda, da solo, guardando la televisione. Ma l’avvocato non si è lasciato abbattere: contagiarsi in Cina è la cosa peggiore che possa capitare, ma sapeva che dopo qualche settimana ne sarebbe uscito e avrebbe finalmente rivisto la sua famiglia. Almeno così pensava.
La seconda quarantena in Cina
Un mese dopo da quel primo test positivo, l’1 febbraio Xue è stato rilasciato e trasferito in un altro ospedale, per pazienti guariti, dove sarebbe stato sottoposto a due ulteriori settimane di «osservazione». Passati altri quattordici giorni, convinto che fosse finalmente tutto finito, l’avvocato di Los Angeles ha preso un aereo per Shanghai: inizialmente voleva recarsi nella provincia dello Shandong, dove si trovavano i suoi genitori, ma la quarantena all’ingresso era troppo lunga. Così, cambiando piani, ha fatto rotta sulla capitale finanziaria della Cina, dove si trovavano altri suoi parenti.
All’aeroporto di Shanghai ha effettuato un nuovo test: negativo. «Ero finalmente libero per la prima volta», appunta Xue nel suo racconto. Ma si illudeva. Il 19 febbraio le autorità sanitarie di Guangzhou gli hanno telefonato: l’uomo seduto di fianco a lui sull’autobus che dal secondo ospedale l’aveva portato in aeroporto era risultato positivo e la loro vicinanza, certificata tramite app, era tale che Xue doveva essere considerato un suo “contatto stretto”. Risultato: altri 14 giorni da trascorrere in un hotel per la quarantena a Shanghai.
La terza quarantena e il ritorno a Los Angeles
Il 6 marzo, giorno in cui poteva finalmente uscire dall’hotel, Xue è quasi scoppiato a piangere quando ha sentito il suo telefono squillare di nuovo: secondo le autorità di Shanghai, il suo ultimo tampone era positivo. L’avvocato cinese, esasperato, ha chiesto il certificato per controllare la veridicità di quell’evento quasi impossibile ma i funzionari si sono rifiutati, ingiungendogli di tornare alla casella di partenza: due settimane in un ospedale Covid e poi altre due in un hotel.
Liberato di nuovo dalle maglie della prevenzione sanitaria il 31 marzo, Xue, esausto, ha infine rinunciato a incontrare la sua famiglia: «Non potevo rischiare di sacrificare altri tre mesi di vita». Solo suo fratello minore è andato a salutarlo in aeroporto, prima che il suo aereo decollasse per Los Angeles. Traumatizzato, ha deciso di non tornare mai più a casa, in Cina, fino a quando le restrizioni Covid non saranno allentate. Un futuro che sembra ancora molto lontano all’orizzonte.
L’arma pandemica nelle mani del regime
Il viaggio di Xue non è appena un’avventura kafkiana: simboleggia l’approccio ossessivo e patologico del regime comunista alla pandemia. La strategia “zero Covid”, che ha risucchiato l’avvocato californiano in un girone infernale e asettico, dove il tempo è scandito non dall’alternarsi del giorno e della notte ma solo dai tamponi che è obbligatorio effettuare ogni due o tre giorni, non ha affatto lo scopo di prevenire la diffusione del contagio, come dimostra il lockdown infinito di Shanghai, quanto di impedire il libero svolgimento di ogni più elementare attività umana.
Un potere inedito, con innumerevoli implicazioni politiche e sociali, che oggi è in mano al Partito comunista cinese, il quale può spegnere a piacimento per mesi la vita dei suoi cittadini. Basta un’app e un click.
Foto Xue Liangquan
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