
Libia, una polveriera al di là del mare

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Lo scenario da incubo che ci aspetta, purtroppo il più probabile di tutti, è quello di un intervento militare occidentale in Libia contro le basi dell’Isis all’indomani di un accordo posticcio fra le due principali entità politiche del paese, quelle che per convenienza chiamiamo “governo di Tripoli” e “governo di Tobruk”. Non appena l’intervento comincia l’accordo si sfalda, e quelli che dovevano essere i nostri alleati diventano i nostri avversari oppure si defilano, mentre l’afflusso di migliaia di jihadisti libici e stranieri produce una crescita ipertrofica della finora asfittica provincia libica del califfato. Insomma, ci tocca scegliere fra la peste e il colera: se non interveniamo l’Isis continua a rafforzarsi e, sfruttando la debolezza dei suoi avversari, arrivato a un certo stadio di sviluppo se li mangia e si prende tutta la Libia; se interveniamo unilateralmente ci mettiamo contro tutto il mondo arabo e facciamo diventare l’Isis libica il magnete che attira e la spugna che assorbe tutti i jihadisti e gli aspiranti jihadisti di Libia e dintorni. Nel secondo caso andiamo incontro a una sconfitta militare, perché con gli Stati Uniti indisponibili a inviare una quantità importante di marines sul posto, dopo qualche mese gli europei (francesi, britannici e italiani principalmente) dovranno suonare la ritirata vista l’impossibilità di vincere la guerra.
I nodi della temeraria operazione che portò alla caduta del regime di Gheddafi e al suo assassinio vengono al pettine, i nostri atti ci seguono: come è successo o sta succedendo in tutti i paesi arabi, quando si toglie di mezzo il dittatore con operazioni eterodirette, non arriva la democrazia ma crolla tutta l’impalcatura dello Stato e le forze ideologicamente estremiste prendono il sopravvento.
La consistenza attuale dell’Isis in Libia è modesta, ma è in crescita e soprattutto riveste un’importanza strategica nei piani a lungo termine di al Baghdadi. Attualmente lo Stato Islamico controlla una striscia costiera di quasi 250 chilometri al centro della quale si trova Sirte, la città che diede i natali a Gheddafi, e ai due estremi ovest ed est le località di Bu’ayrat al Hasun e Bin Jawad. Verso sud si spinge fino alle vicinanze delle oasi di Giofra, con una profondità anche in questo caso di circa 250 chilometri. Ma questo non è tutto. I militanti dell’Isis combattono al fianco delle milizie jihadiste che nella città e nella provincia di Bengasi resistono all’offensiva del generale Heftar (governo di Tobruk) chiamata “Operazione Dignità” che va avanti dal maggio 2014. Sempre nell’est l’Isis combatte contro le forze del governo di Tobruk ad Ajdabiya all’interno di una coalizione con altre formazioni islamiste. Il gruppo è presente anche nei campi di addestramento a sud di Sabrata e con cellule più piccole a Tripoli, Khoms, Misurata e altre località della costa mediterranea. Da Derna, la prima località libica di cui si sono impadroniti nell’autunno del 2014, gli uomini dell’Isis sono stati cacciati nel luglio scorso da una coalizione locale di milizie jihadiste, ma restano presenti nei dintorni della città e soprattutto sulle vicine montagne.
La strategia dello Stato Islamico
Di quanti uomini dispone l’Isis in Libia? I suoi avversari locali tendono a esagerare il numero, sicuramente per scroccare più armi e denaro ai loro sponsor internazionali, e parlano di 5 mila unità. Molto più probabilmente i miliziani combattenti sono 3.500, un po’ più della metà dei quali libici e un po’ meno della metà stranieri. Le milizie di Misurata, l’entità militare più forte del panorama libico, contano da sole 40 mila uomini. La Brigata dei martiri del 17 febbraio, che è la principale forza della coalizione di islamisti e jihadisti che dall’estate del 2014 combatte contro il generale Heftar sotto il nome di Consiglio della shoura dei rivoluzionari di Bengasi, da sola ha più o meno la stessa consistenza dell’Isis. La minaccia rappresentata dai seguaci libici del califfato non sta nella loro attuale consistenza, ma nelle prospettive di sviluppo. Diversamente dagli altri gruppi l’Isis riceve non solo armi e denaro, ma anche combattenti dall’esterno, cosa che non accade con le altre milizie, quasi integralmente libiche con l’eccezione di Ansar al Sunna, che ha una certa quota di tunisini nelle sue file.
In secondo luogo, l’Isis può sperare di attrarre molti combattenti dalle file delle milizie jihadiste e salafite libiche che oggi lo combattono, mentre già sta assorbendo quelli di Ansar al Sunna, l’organizzazione più simpatetica con gli obiettivi del califfato.
In terzo luogo, la paralisi politica del paese alimenta il degrado economico e quello delle condizioni di sicurezza, oltre che la marginalizzazione di alcuni gruppi di popolazione, e tutto ciò rappresenta il brodo di coltura ideale per le organizzazioni jihadiste e takfiriste (quelle che accusano di apostasia altri musulmani) come l’Isis, come dimostrano i casi dell’Iraq e della Siria.
La strategia dell’Isis in Libia sta cambiando proprio per capitalizzare questi vantaggi. Nella misura del possibile cerca di evitare gli scontri con le milizie ideologicamente affini, contro le quali ha combattuto ferocemente sia a Derna che a Sirte, e di concentrare gli attacchi su quelli che sono i comuni nemici di Isis e della vasta coalizione islamista-salafita Alba libica nata per reazione all’Operazione Dignità di Heftar: tutte le forze fedeli al governo di Tobruk. Nel mese di gennaio le milizie dell’Isis da una parte hanno aumentato la loro visibilità a fianco delle forze del Consiglio della shura dei rivoluzionari a Bengasi, dall’altra hanno concentrato i loro attacchi nel bacino della Sirte, contro le installazioni petrolifere controllate dalla milizia Petroleum Facility Guards di Ibrahim Jadhran, afferente al governo di Tobruk.
Diversamente dallo Stato islamico in Siria ed Iraq, quello della Libia non dispone di proventi dal contrabbando del petrolio, perché non controlla nessun centro di estrazione. Il suo primo obiettivo allora è di attaccare e mettere fuori uso gli impianti nell’est del paese la cui produzione attualmente avvantaggia il governo di Tobruk. In questo modo indebolisce il nemico e guadagna meriti agli occhi degli altri gruppi jihadisti e salafiti che stanno battendosi contro le forze del generale Heftar: costui non ha abbastanza forze per combattere a Bengasi e rintuzzare gli attacchi dell’Isis nel bacino della Sirte, e ne avrà sempre meno con la diminuzione del gettito da export petrolifero conseguente all’azione di logoramento condotta dall’Isis. La quale nel medio termine può sperare di appropriarsi dei pozzi che ora si limita a mettere fuori uso e di sfruttarli a proprio vantaggio.
Lealtà al califfato
L’importanza che l’Isis di Raqqa e Mosul attribuisce alla sua filiale libica è dimostrata dal crescente numero di combattenti internazionali che il califfato sta trasferendo a Sirte e dintorni. Derna, la prima città a cadere nelle mani dell’Isis in Libia ma anche la prima a essere perduta, vide innalzare la bandiera nera del califfato nell’ottobre 2014 grazie al fatto che sin dalla primavera avevano fatto ritorno in Libia 300 uomini della Brigata al Battar, cioè i volontari libici che avevano combattuto a Der Ezzor (Siria) e a Mosul (Iraq) con l’Isis.
Al tempo del regime di Gheddafi Derna era il più importante bastione del Gruppo combattente islamico libico, affiliato di al Qaeda. Da essa partivano frotte di volontari per il jihad in Afghanistan, Iraq e infine Siria. Come tanti alqaedisti di Iraq e di Siria, i volontari libici sono passati in massa all’Isis. Non tutti, se è vero che per reprimere i jihadisti locali che non accettavano l’ascesa al potere dell’Isis sotto il nome di Consiglio della shura della gioventù islamica al Baghdadi ha dovuto inviare a Derna centinaia di combattenti tunisini e il suo braccio destro iracheno Abu Nabil al Anbari (poi ucciso in un raid aereo). Non è servito, perché nel luglio successivo l’Isis ha dovuto abbandonare il controllo della città.
A Sirte, invece, l’Isis è riuscita a insediarsi grazie alla combinazione di forze interne ed esterne. A cavallo fra il 2014 e il 2015 sono arrivati in città combattenti Isis da fuori, principalmente tunisini ed egiziani, e i residenti locali affiliati o simpatizzanti di Ansar al Sunna hanno dichiarato la loro lealtà ad al Baghdadi.
Il ruolo dell’Italia
A metà febbraio si è compiuta sulla spiaggia di Sirte la strage dei 21 immigrati cristiani egiziani vestiti con le uniformi arancioni dei prigionieri di Guantanamo e sgozzati in favore di telecamera. Il filmato prodotto con gli standard tipici dell’Isis e diffuso secondo le sue modalità ha fatto capire a tutti che non ci si trovava davanti a imitatori della propaganda del califfato, ma che esisteva un legame organizzativo preciso e forte fra Raqqa-Mosul e la filiale libica. Degli otto “emirati” che nel mondo hanno dichiarato la loro affiliazione allo Stato Islamico (Nigeria, Afghanistan, Egitto, eccetera), solo uno è governato direttamente da uomini inviati o nominati da al Baghdadi: quello di Libia.
Secondo l’Espresso, «nel quartier generale comanda un pachistano, la prigione è in mano a un uomo del Kuwait, l’Università è presieduta da un nigeriano di Boko Haram». Mentre Voice of America pochi giorni fa informava che «nelle ultime settimane del 2015 circa 500 dirigenti e comandanti di alto livello dello Stato Islamico hanno lasciato i loro posti in Siria ed Iraq, una mossa per rafforzare la presenza del califfato in Libia». Camionisti libici presi in ostaggio dall’Isis e rilasciati dopo un mese raccontano che stranieri integrano l’Isis libica dai bassi ranghi fino ai vertici: iracheni, sauditi, egiziani, tunisini, yemeniti, sudanesi. Gli affiliati libici d’altra parte non mancano, e appaiono destinati ad aumentare di numero e a rappresentare una solida maggioranza anche a causa di dinamiche locali. «Anche se la Libia non è caratterizzata da divisioni settarie (come Iraq e Siria, ndr), non è una coincidenza che l’Isis abbia messo radici a Sirte, la città natale di Gheddafi», scrivono Stefano Torelli e Arturo Varvelli. «Sin dalla caduta del suo regime, la tribù Gheddafi è stata ostracizzata e marginalizzata da Tripoli e da Tobruk. C’è un crescente consenso fra gli osservatori sul fatto che l’Isis sta attraendo membri da Ansar al Sunna libica e da segmenti di popolazioni emarginate nella “nuova” Libia. (…) Usama al Karrami, il capo libico (a livello religioso, ndr) dello Stato Islamico nell’area di Sirte, è imparentato e membro dello stesso clan familiare di Ismail Karrami, capo dell’agenzia anti-droga sotto il regime di Gheddafi e leader di una milizia pro-Gheddafi durante la rivoluzione. Ciò sembra una conferma del fatto che alcuni sostenitori del colonnello sono stati riciclati nello Stato Islamico».
In un quadro del genere, che ruolo dovrebbe svolgere l’Italia? Certamente non quello di protagonista di un intervento militare che preveda l’invio di truppe da parte nostra. La presenza di soldati italiani sul suolo libico è il più grande regalo che si potrebbe fare all’Isis e agli altri gruppi jihadisti messi nel mirino, perché conferirebbe automaticamente loro la patente di resistenti contro il ritorno della potenza colonialista che compì un genocidio contro il popolo libico. Il combinato di amnesia e di ipocrisia che permette agli italiani di scaricare tutte le colpe del passato sul regime fascista considerato come un corpo estraneo alla storia d’Italia e qualcosa contro il quale gli italiani hanno resistito, attivamente o passivamente, con le popolazioni delle ex colonie non funziona. La loro memoria storica racconta e rivive continuamente un’altra storia, quella di massacri di civili da parte delle truppe italiane che vanno dalla rappresaglia per l’eccidio di Sciara Sciat (1911) alle deportazioni del 1930-31 che causarono decine di migliaia di morti anche fra donne e bambini, senza dimenticare torture e brutalità sui ribelli in armi prima dell’impiccagione o della fucilazione. La riconciliazione con la Libia era stata firmata dall’Italia nel 2008 a Bengasi, ma colui che firmò per parte libica il trattato di amicizia che metteva fine a decenni di ostilità fu ucciso tre anni dopo grazie anche all’azione politico-militare italiana.
L’unica cosa sensata da fare resta quella di aiutare quanti sul posto sono disponibili a combattere l’Isis. Occorre cercare di ampliare il loro numero e migliorare i mezzi a loro disposizione in tutti i modi possibili e immaginabili.
Foto Ansa
Articoli correlati
4 commenti
I commenti sono chiusi.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!
C’è un’ altra alternativa…NATURALE…………… metterà fine a tanti caos e solleverà gli occhi di tanti animi a ciò che è ESSENZIALE….. pensateci.
Non ci arrivo.
In principio:
“…se interveniamo unilateralmente ci mettiamo contro tutto il mondo arabo…”
In coda:
“…L’unica cosa sensata da fare resta quella di aiutare quanti sul posto sono disponibili a combattere l’Isis…”
Mi pare un quasi-ossimoro, che oltretutto non pone la domanda fondamentale: come mai il mondo arabo (o la stragrande maggioranza di esso, ai vari livelli della società e nelle varie nazioni in cui è non solo al comando ma semplicemente presente), è così tiepido – per usare un eufemismo – nei confronti dell’Isis?
E quali misure stiamo prendendo contro questo “essere tiepidi” (non ho detto “conniventi”, ma la sostanza è uguale)?
Il mondo arabo deve fare finalmente una chiara scelta , o stare coi terroristi islamici (isis,al qaeda,ecc) o stare contro di loro,non c’è piu tempo per tergiversare o dissimulare (cosa purtroppo molto diffusa tra i sunniti ).O SI o NO, non c’è altra possibilita !