Libia. Perché il generale Haftar minaccia di bombardare le navi italiane

Di Francesca Parodi
04 Agosto 2017
Il leader della Cirenaica ribadisce la sua pretesa di essere coinvolto nella gestione di crisi. Intervista all'esperto Gaiani di Analisi Difesa

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Il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito nazionale che controlla la regione orientale della Libia, ha minacciato di bombardare qualsiasi nave militare straniera che entri nelle acque territoriali del paese senza autorizzazione. Lo ha riferito negli scorsi giorni l’emittente televisiva degli Emirati arabi uniti, al-Arabiya, ma la notizia è stata smentita dal governo italiano che l’ha definita «inattendibile» e «infondata». Tuttavia il giornalista del Lorenzo Cremonesi scrive sul Corriere della Sera di avere ricevuto conferma dallo stesso Haftar, il quale avrebbe detto: «Noi siamo impegnati in prima linea nella lotta contro il terrorismo. Ci stupisce dunque che un paese amico come l’Italia interferisca tanto indebitamente nelle nostre operazioni. Non posso dunque che confermare che qualsiasi nave militare italiana o di qualsiasi altro paese che entrerà nelle nostre acque senza la nostra autorizzazione verrà bombardata dalle nostre forze». Negli scorsi giorni il governo della Tripolitania guidato da Serraj aveva chiesto l’intervento degli italiani per aiutare la Guardia costiera libica nelle attività di ricognizione delle acque e di blocco dei barconi di migranti, e la Marina militare italiana ha inviato in acque libiche la nave Comandante Borsini.

«Haftar ha già lanciato diverse minacce di questo tipo. Ha inoltre ribadito più volte di non considerare la missione italiana in Libia legittima, perché concordata tra il nostro paese e Serraj senza l’approvazione del Parlamento di Tobruk. Anche quest’ultima minaccia, se conformata, testimonia la pretesa del generale di essere coinvolto» commenta a tempi.it Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa. Secondo l’esperto, Haftar possiede i mezzi per effettuare un attacco aereo, «però che gli aerei libici siano in grado di minacciare le navi italiane è da vedere. E’ molto probabile che l’Italia disponga di una buona difesa aerea e l’aviazione di Haftar non ha armi intelligenti, dovrebbe colpire le nostre navi con bombe a caduta libera».

Incombe però anche un’altra minaccia: oltre a controllare la Cirenaica, Haftar ha delle milizie nell’estremo ovest della Tripolitania (la regione occidentale libica) che stanno avanzando verso la costa da dove salpano i barconi. «Se le forze di Haftar conquistassero quell’area costiera sarebbe al contempo una notizia buona e cattiva. Buona perché dalle zone controllate da Haftar non partono barconi; cattiva perché Serraj sarebbe in posizione ancora più debole, con Haftar sempre più vicino a Tripoli».

Quello che è certo, sostiene Gaiani, è che «la missione italiana è vista con fastidio da altri paesi che vogliono giocare in Libia un ruolo di primo piano. E questi sono gli alleati di Haftar, cioè Emirati arabi, Russia, Egitto e anche Francia». Da parte sua, l’Italia ha commesso degli errori nella gestione della risoluzione della crisi libica: «Prima appoggiavamo Tobruk, cioè la fazione di Haftar, poi quando è nato il governo di Serraj sostenuto dall’Onu abbiamo cambiato schieramento senza più riconoscere le forze della Cirenaica. I francesi, più scaltri, hanno tenuto il piede in due scarpe, appoggiando ufficialmente Serraj ma continuando a fornire armi e aiuti ad Haftar, che a Bengasi combatteva gli jihadisti. Questo atteggiamento dei francesi li rende più idonei a gestire un negoziato». L’Italia sta da tempo cercando di recuperare i rapporti con Haftar, per esempio con l’operazione Ippocrate a Misurata dove l’Italia ha creato un ospedale per i feriti libici. «Bisogna però tenere presente che gli interessi strategici italiani in Libia attualmente sono concentrati in Tripolitania perché da lì partono i barconi di migranti e lì inizia il gasdotto che porta il gas in Italia».

In luglio i flussi migratori approdati in Italia si sono dimezzati rispetto allo stesso mese del 2016 ma a quanto pare, sottolinea Gaiani, non per merito delle missioni italiane. «Sembra che abbia influito soprattutto il maggior impegno della Guardia costiera libica che ha intercettato molti gommoni e barconi. Questo perché Serraj si è reso conto che i trafficanti libici, tutti legati a gruppi islamisti, sostengono il suo avversario: non Haftar, ma Khalifa Ghwell, suo predecessore come primo ministro a Tripoli. Con l’appoggio dei Fratelli Musulmani e altre milizie islamiche, Ghwell sta cercando di scalzare il suo successore. Serraj ha quindi tutto l’interesse a combattere i trafficanti, così come l’Italia. Per questo noi siamo forse il suo miglior alleato».

Se non ci saranno sviluppi militari imprevisti, Gaiani crede che in Libia si stiano creando «delle condizioni per una grande conferenza di pace, che però non è alimentata solo dai diversi attori in campo. In Libia sta aumentando in maniera significativa l’export petrolifero, che garantisce alla società di Stato che la gestisce e alla Banca centrale libica un consistente ammontare di denaro. Con queste risorse si possono creare le condizioni finanziarie per avviare un percorso di pace che coinvolga tutti gli attori presenti in Libia e che tuteli gli interessi di tutte le parti, Italia inclusa. Non ci dimentichiamo che la Libia di Gheddafi si basava sulle ricche risorse petrolifere che permettevano di distribuire a ciascun interessato una fetta di benessere». Gaiani è consapevole del fatto che probabilmente non si tratta di una prospettiva a breve termine, ma «è un panorama in cui l’Italia può giocare bene se tiene il punto. La sua priorità deve essere fermare il traffico dei migranti, perché in questo modo verrebbe meno ai diversi gruppi criminali una risorsa finanziaria importante e sarebbe più facile stabilizzare il paese».

@fra_prd

Foto Ansa

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