
«Libertà è riconoscere di avere un padre». Lo dice il cardinale Biffi, spiegando la favola di Pinocchio
«Del mio primo incontro con il libro di Pinocchio conosco con esattezza la data: 7 dicembre 1935. Me lo comprò mio padre alla fiera di Sant’Ambrogio, quando avevo sette anni. Ricordo che era un’edizione economica. Fu così che il fatale burattino entrò nella mia vita, e vi rimase». Dice così, in un’intervista pubblicata oggi su Avvenire, il cardinale emerito di Bologna Giacomo Biffi, 85 anni. Un’intervista tutta da leggere, non solo perché rara – da anni il cardinale non ne rilascia – ma anche per il tema (Pinocchio), uno dei cavalli di battaglia di Biffi (il suo Contro mastro Ciliegia, edito nel 1977 dalla Jaka Book è un best long seller).
Sarà stato forse l’anniversario dell’opera (ricorrono i 130 anni dalla sua prima edizione) o forse un amore peril personaggio di Collodi (Biffi si autodefinisce un “pinocchiologo”), sta di fatto che il cardinale nel dialogo con Filippo Rizzi, ripercorre l’importanza del testo nella sua vita.
VERITA’ CATTOLICA TRAVESTITA DA FIABA. L’idea di scrivere un commento teologico su Le avventure di Pinocchio nacque in Biffi dalla convinzione che in esso non vi è solo «il carattere giocoso di intrattenimento e pura evasione», ma quello di contenere «un messaggio che svela il mistero centrale dell’universo». Pinocchio «è l’unico libro uscito in Italia dopo l’Unità che abbia avuto un successo mondiale. La spiegazione è una sola. Contiene un messaggio eterno, che tocca le fibre del cuore di tutti gli uomini di ogni tempo e cultura».
Per Biffi l’opera di Collodi è «un magnifico catechismo adatto ai bambini come agli adulti. Pinocchio è la verità cattolica che erompe travestita da fiaba. E soprattutto facciamo bene a darlo in mano ai ragazzini, in una società come la nostra così distratta, affascinata dalla civiltà dell’immagine e catturata più dalle cose superficiali che da quelle sostanziali. In quelle pagine vi è in fondo, a mio giudizio, la sintesi dell’avventura umana. Comincia con un artigiano che costruisce un burattino di legno chiamandolo subito, sorprendentemente, figlio. E finisce con il burattino che figlio lo diventa per davvero. Ma c’è anche molto di più. C’è, ad esempio, Lucignolo che rappresenta la perdizione: dove il destino dell’uomo non sempre è a lieto fine. C’è la figura di Maestro Ciliegia, vero maestro dell’antifede: un personaggio che non vuole andare al di là di ciò che vede e tocca. Quello che mi ha sempre colpito è l’oggettiva concordanza di struttura tra la fiaba e l’ortodossia cattolica».
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IL PRINCIPIO FEMMINILE DELLA SALVEZZA. Nel dialogo con Avvenire, Biffi passa in rassegna i personaggi della fiaba, spiegandoli attraverso la lettura teologica. Ad esempio, la Fata Turchina è «l’idea della redenzione e il “principio femminile della salvezza”; in lei vi è la salvezza donata dall’alto: e quindi Cristo, la Chiesa, la Madonna. Lo straordinario personaggio della Fata dai capelli turchini è posto appunto a indicare l’esistenza di questa salvezza che è donata dall’alto e può guidare al lieto fine la tragedia della creatura ribelle. Il protagonista raggiunge così il suo riscatto, e in tal modo scampa alla sorte di Lucignolo che non si è ravveduto; tutto si conclude con il ritorno al padre».
Il Gatto e la Volpe sono invece «le forze malefiche», così come l’Omino «corruttore mellifluo, insonne. Memorabili sono le sue parole: “Tutti la notte dormono, io non dormo mai”».
LA VERA LIBERTA’. Ma il tema principe di Pinocchio è per Biffi il tema della libertà, strettamente connesso con quello della paternità: «La scelta di un burattino legnoso come protagonista della narrazione è anch’essa una cifra: è in fondo il simbolo dell’uomo, che da ogni parte viene condizionato, è schiavo degli oppressori e dei persuasori occulti. E rimane legato a fili invisibili che determinano le sue decisioni e rendono illusoria la sua libertà. Se Pinocchio non resta prigioniero del teatrino di Mangiafuoco è perché a differenza dei suoi fratelli di legno riconosce e proclama di avere un padre. È questo il segreto della vera libertà, che nessun tiranno può portar via».
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1 commento
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caro giacomino, ci manca tanto! ad multos annos