Liberalizzazioni, facciamo un po’ di ordine. Come riconoscere quelle vere e quelle farlocche

Di Raffaello Vignali
20 Gennaio 2012
Liberalizzare significa creare un beneficio per i consumatori e moltiplicare i concorrenti in settori protetti. Per l’autore dello Statuto delle imprese «se scritte male, queste norme non fanno che “proletarizzare” le piccolissime aziende».

Pubblichiamo l’articolo del deputato Pdl Raffaello Vignali che appare sul numero di Tempi 03/2012, da oggi in edicola.

Il 20 gennaio, come annunciato dal presidente del Consiglio, il governo dovrebbe varare un decreto finalizzato alla crescita, nel quale avranno un largo spazio le liberalizzazioni, nelle quali si vede un elemento decisivo per la crescita di un’economia che tutti gli uffici studi danno in recessione per il 2012. Non esistono bozze ufficiali che circolano, ma solo indiscrezioni. In molti casi, ci sono smentite, dietrofront, semi-conferme; ad esempio, sul mercato del lavoro, ad oggi non si riesce a capire se ci saranno interventi e quali. Tuttavia, in merito ad alcuni settori non ci sono state smentite. Ad esempio, in relazione ai taxisti, alle farmacie e alle tariffe minime. Se ne era già parlato in occasione del varo del decreto cosiddetto “Salva Italia” del dicembre scorso, poi non se ne è fatto nulla, con la sola eccezione della liberalizzazione degli orari e delle aperture domenicali e festive degli esercizi commerciali. In questo caso, non si è trattato, a dispetto del nome, di un processo di liberalizzazione, quanto di una deregolamentazione, sulla quale sono state espresse parecchie perplessità sia da parte del Parlamento, che dei sindacati, che delle associazioni dei commercianti, che hanno contestato il favore alla grande distribuzione organizzata e il contemporaneo rischio di penalizzazione del piccolo commercio.

In effetti, sotto il nome di liberalizzazioni vanno provvedimenti di diversa natura e non sempre il termine risulta quello adeguato. Nel passato, in particolare all’epoca della presidenza D’Alema si è fatto passare per liberalizzazioni atti di semplice privatizzazione, che il più delle volte hanno portato ad un passaggio da un monopolio pubblico ad uno privato. Al massimo, si è passati ad oligopoli. Allo stesso modo, la separazione proprietaria tra Eni e Snam Rete Gas, su cui si è sviluppato un acceso dibattito (e che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Catricalà ha negato essere nel provvedimento) non costituirebbe in alcun modo una liberalizzazione, ma semplicemente il passaggio da un monopolista privato (seppur a controllo pubblico) ad un altro. Neppure le deregolamentazioni, poi, possono definirsi sempre liberalizzazioni, come dimostra la deregulation della finanza anglosassone che sta alla base della crisi economica che percuote il pianeta.

Le liberalizzazioni vere sono riconoscibili da due aspetti essenziali, che ne costituiscono il fine ed il test. Il primo consiste in un beneficio per i consumatori; il secondo nella nascita di (molte) nuove imprese in un settore che prima era protetto. Per i consumatori, il beneficio consiste nel poter scegliere tra una pluralità effettiva di concorrenti secondo un criterio di maggiore qualità al minor prezzo. Per le nuove imprese, faccio fatica, ad esempio, a contestare a Bersani la liberalizzazione delle parafarmacie. Spesso bollata anche dalla mia parte politica come un favore alle “Coop rosse”, in realtà ha prodotto la nascita di circa 4 mila realtà imprenditoriali, la maggior parte di esse fuori dai centri commerciali: piaccia o non piaccia, che alcune migliaia di dipendenti o disoccupati siano diventati imprenditori è un risultato apprezzabile.

Non è possibile entrare nel dettaglio di ogni intervento annunciato, ma si possono fare alcune domande al governo, sulla base delle notizie che circolano. Permettere la vendita dei farmaci di fascia C (quelli per cui è indispensabile la ricetta) al di fuori delle farmacie costituisce davvero un beneficio per i consumatori o ne può compromettere la sicurezza? Non è meglio allargare la pianta organica delle farmacie, ovvero aumentarne in qualche modo il numero? A consentire ai benzinai di scegliere il fornitore, dal momento che oltre il 40 per cento delle pompe sono in comodato a piccoli imprenditori ma di proprietà delle aziende petrolifere, non si rischia che queste si riprendano le pompe per gestirle direttamente? Non è meglio attuare una norma fatta dal governo Berlusconi che impone che nei distributori ci siano delle pompe in cui si può fare benzina senza il servizio del benzinaio avendo uno sconto di 7 centesimi al litro?

Occorre stare attenti anche a non spacciare per liberalizzazioni norme, come quella del risarcimento diretto per le assicurazioni delle auto. Questa significherebbe semplicemente un favore alle compagnie assicuratrici, che provano da anni a introdurla. Oggi un consumatore può scegliere, in caso di sinistro, se farsi aggiustare l’auto da un carrozziere o un meccanico anticipando il pagamento e facendosi poi rimborsare dall’assicurazione o se rivolgersi a uno convenzionato con l’assicurazione. Da quando questa norma è stata introdotta non è stato registrato nessun beneficio economico per i consumatori (anzi, a giudicare dall’aumento del costo delle polizze…). Inserire l’obbligatorietà del risarcimento diretto servirebbe unicamente a rendere gli artigiani sottoposti senza via di scampo ai prezzi imposti dalle assicurazioni.

In sintesi, liberalizzazioni finte o fatte male o su settori marginali rispetto al Pil, rischiano unicamente di “proletarizzare” i piccolissimi imprenditori (e questo vale anche per i taxisti), senza tradursi in un miglioramento a favore dei consumatori.
Per incidere effettivamente sulla crescita, occorrerebbe che gli interventi di liberalizzazione si attestassero ad un livello decisamente superiore. Da questo punto di vista, bisognerebbe intervenire prioritariamente su quei settori strategici nei quali il monopolio statale impedisce una concorrenza virtuosa necessaria allo sviluppo economico e sociale. A cominciare dall’introduzione di una effettiva libertà di scelta della scuola o dall’abolizione del valore legale del titolo di studio per creare una concorrenza reale e virtuosa che aumenti la qualità dell’istruzione del nostro capitale umano. O liberalizzare l’attività d’impresa, abolendo una volta per tutte permessi, autorizzazioni, licenze e concessioni o introducendo norme che tengano conto della piccola dimensione delle nostre imprese (e non come accade oggi, fatte a misura delle grandi). Se vogliamo abolire le rendite di posizione, dobbiamo cominciare da quelle dello Stato che, queste sì, frenano lo sviluppo.

*Raffaello Vignali, deputato del Pdl, è stato consigliere per le Pmi del ministro per lo Sviluppo economico Romani e tra gli estensori dello Statuto delle imprese

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