L’eredità di De Gasperi

Di Carlo Marsonet
15 Febbraio 2025
Una raccolta di saggi sul grande statista democristiano che ne mette in luce la sua figura e le sue idee sul ruolo dello Stato e del mercato
Un comizio di Alcide De Gasperi durante la campagna elettorale del 1948 (Ansa)
Un comizio di Alcide De Gasperi durante la campagna elettorale del 1948 (Ansa)

Nel 2024 sono ricorsi i 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi (1874-1961). In virtù di ciò, molti eventi sono stati organizzati per commemorarne la memoria e l’eredità. Si è a tal proposito costituito il “Comitato Nazionale per i 150 anni di Luigi Einaudi”. Diversi libri, inoltre, sono stati pubblicati per metterne a fuoco il pensiero e gli insegnamenti economici e istituzionali. Tra questi, ad esempio, La via lunga. Il liberalismo scomodo (Effigi) di Alberto Giordano, e Luigi Einaudi (Centro Studi Piemontesi), volume originariamente uscito nel 1964 che raccoglie alcuni interventi sul piemontese – tanto uomo delle istituzioni quanto studioso – scritti da Wilhelm Röpke, Bruno Leoni e Giovanni Spadolini. Il 2024 è stato però anche l’anniversario dei 70 anni dalla morte di Alcide De Gasperi (1881-1954).

Ebbene, come ha scritto Nicola Rossi in Un miracolo non fa il santo. La distruzione creatrice nella società italiana, 1861-2021 (IBL Libri), il boom economico italiano seguito alla fine della Seconda guerra mondiale non sarebbe stato possibile senza il binomio Einaudi-De Gasperi: entrambe le personalità, pur con storie culturali differenti e ruoli istituzionali diversi ma complementari, erano «convinte che non ci sarebbe stata ricostruzione se non si fosse fatto pieno affidamento sullo spirito di iniziativa e sulla volontà di riscatto degli italiani (nella loro qualità, in particolare, di risparmiatori e di imprenditori)». Se Einaudi fu in particolare (ma non solo) l’uomo di pensiero, De Gasperi fu l’uomo politico colto, lo statista riformista che in qualche modo diede vita concretamente allo sviluppo italiano di cui ancora oggi il Paese beneficia.

Radici degasperiane

D’altro canto, ha scritto mestamente a inizio gennaio sul Foglio Antonio Campati, la figura dello statista trentino rimane per la maggior parte degli italiani ignota. Ricercatore in Filosofia politica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Campati ha riportato i risultati di un’indagine promossa dalla Fondazione De Gasperi e realizzata da Ipsos: esiti che non sono certamente incoraggianti. Il che, a ben vedere, non desta tuttavia molta sorpresa: la storia difficilmente viene vista come una disciplina rilevante nel sistema d’istruzione.

La bibliografia sullo statista trentino è nutrita. Per chi volesse immergersi in una prospettiva plurale di lettura, l’editore Il Mulino ha da poco pubblicato un volume pregevole: L’attualità di De Gasperi. Lezioni di storia e di politica (2004-2024). Curato da Giuseppe Tognon, l’opera raccoglie le lectio degasperiane che si sono tenute negli ultimi due decenni presso la Fondazione Trentina Alcide De Gasperi. Come scrive il curatore, non sarebbe pensabile la Repubblica senza le sue radici degasperiane – dimenticate? – che sono molte e varie, di carattere culturale e valoriale, spirituale e istituzionale: l’importanza della moderazione e il ripudio dei fanatismi politici; il rispetto dell’uomo, della sua dignità e della sua libertà; la tutela del pluralismo sociale, dei corpi intermedi e delle minoranze; la centralità dell’europeismo come polo orientativo su scala internazionale; l’assoluta preminenza dei principi cristiano-cattolici sopra qualunque ideologia. La difesa etico-politica, per riassumere, della democrazia come «metodo della libertà», al cui centro risiede la coscienza morale del singolo.

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Società e Stato

I punti messi a fuoco sono molteplici e tutti importanti per cogliere l’uomo “intero” De Gasperi. Particolarmente interessante, anche al fine di delineare una parte fondamentale dell’eredità degasperiana (e anche einaudiana), è quanto scrive l’economista Stefano Zamagni. Egli invita a considerare il compromesso degasperiano, in riferimento alla politica economica, come un’idea di «economia civile di mercato fondata sulla triade Stato-mercato-società civile organizzata».

De Gasperi intendeva valorizzare appieno la vitalità della società civile, come motore dell’innovazione, chiave del benessere e agente del mercato, senza per questo ritenere lo Stato un nemico. Come del resto sosteneva anche Einaudi, si tratta di capire quale tipo di Stato serva una società libera, gli interessi individuali e di ordine collettivo, se un’istituzione di tipo inclusivo oppure estrattivo (per riprendere la dicotomia di Daron Acemoglu e James Robinson): «Senza vincoli – sosteneva il piemontese – nessuna società civile può esistere».

Capitalismo e collettivismo

In un saggio apparso nel 2019 sui Quaderni Degasperiani per la storia dell’Italia contemporanea (Rubbettino), Flavio Felice ha fatto notare che De Gasperi in alcuni interventi si richiamò alle riflessioni del già citato Röpke. Critico tanto del capitalismo laissez-faire quanto del collettivismo, il pensatore tedesco ma svizzero d’elezione pensava a una civitas humana al cui centro si staglia la persona.

Un ordine che emerge dal basso, dalla cooperazione interindividuale ispirata a buoni principi di derivazione cristiano-liberale, in cui lo Stato faccia la sua parte: cioè quella di tracciare «il limite tra l’agendum e il non agendum». Per richiamare Dario Antiseri, uno Stato «che sia forte ma non affaccendato».

Resta da capire dove ci troviamo ora: la risposta potrebbe non essere affatto confortante.


Giuseppe Tognon, L’attualità di De Gasperi, Il Mulino, 392 pp, 35 euro. Lezioni di P. Scoppola, L. Elia, U. De Siervo, J.-D. Durand, S. Romano, I. Rogger, F. Traniello, G. Vacca, V. e S. Zamagni, P. Castagnetti, M. Cau e M. Mondini, N. Galantino, S. Mattarella, Ch. Cornelissen e E. Letta, A. Panebianco e P. Pombeni, M. Odorizzi e S. Malfatti, M. Cartabia, G. Guzzetti e G. Tremonti, S. Fabbrini, D. de Pretis, I. Maffeis.


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