L’Ecclesialese tascabile

Di Rodolfo Casadei
29 Settembre 2000
"Aperture dialogiche", "Dinamiche interpersonali", "Itinerari e progettualità". Il carisma simboleggiato da una Gabibbo blu battezzato "carismino" e testi teologici presi per veri sebbene stesi da buontemponi. E' quello che documenta Il Piccolo Ecclesialese Illustrato (Editrice Ancora) di Roberto Beretta, giornalista di Avvenire, che con certosina pazienza ha passato al setaccio i testi di centinaia di Consigli pastorali, documenti episcopali, articoli di periodici cattolici, atti di convegni. Ecco un primo censimento dei termini e delle locuzioni della neo-lingua in auge nel mondo cattolico

Alterità. È la qualità principale dell’altro, ovvero l’essere diverso da chi parla. All’apparenza banale, è l’unica caratteristica che permetta ai cristiani più caritatevoli di esercitare la loro “prossimità”. Il concetto è bene espresso dallo slogan: “Occorre una nuova impostazione del problema: ripensare l’alterità in chiave di prossimità””.
“Apertura. La Chiesa moderna è per sua natura aperta, spalancata anzi, soprattutto ai “lontani” (v.).
In alternativa si consiglia un'”apertura dialogica alle istanze e provocazioni del mondo contemporaneo”, oppure una “rinnovata apertura ecumenica e interreligiosa”.
“Ateo. Da evitare. Molto più delicata l’espressione “non credente”, come cieco/non vedente, sordo/non udente, muto/non parlante. Essere “non credenti” può essere comunque titolo di preferenza per accedere all’insegnamento: pullulano infatti in tutte le diocesi le “cattedre dei non credenti”, organizzate dagli stessi vescovi. E’ assai più raro, invece, che al pulpito possa accedere un laico normalmente cattolico”.
“Autoreferenziale. Letteralmente: “che si parla addosso”. Per definizione nessun convegno o “sinodo” (v.), di nessuna parrocchia, di nessuna diocesi d’Italia è “autoreferenziale”: tutti sono sempre “partecipati” o “allargati”, “ricchi di dibattito franco e aperto”, “di ampio interesse”, in una parola “capaci di non avvolgersi su se stessi, ma di guardare avanti, di proiettarsi nel nuovo, di metabolizzare le spinte che l’attraversano trasformandole in dinamiche aperte all’universale e al futuro” (da un articolo del quotidiano cattolico)”.

Il dizionario del cattolico p.c.
E avanti così fino alla lettera Z per 156 pagine di spiegazioni esilaranti e testi deliranti, raffinatezze umoristiche e ironie taglienti, sprofondando a ogni passo di più in un linguaggio limaccioso come una palude, viscoso come una carta moschicida, vuoto come un alveare abbandonato. E’ Il Piccolo Ecclesialese Illustrato (Editrice Ancora, lit. 24 mila) di Roberto Beretta, giornalista cattolico del quotidiano Avvenire che con certosina pazienza e qualche aiuto esterno ha passato al setaccio i testi di centinaia di Consigli pastorali, documenti episcopali, articoli di periodici cattolici, atti di convegni, per fare il censimento dei termini e delle locuzioni della neo-lingua sorta nel mondo cattolico dopo il Vaticano II e svelarne gli arcani meccanismi.

L'”ecclesialese” è, secondo lo scomparso giornalista Giorgio Fallani, “una specie di deformazione di termini comuni fatta più per amore delle formulazioni intellettualistiche che della verità”, e il libro di Beretta ne sarebbe il primo dizionario tascabile. In realtà Piccolo ecclesialese illustrato fa molto di più: mette insieme una galleria di orrori espressivi che lasciano intravedere orrori mentali; raccoglie traduzioni di frasi idiomatiche dall'”ecclesialese” all’italiano corrente; sottolinea le formule che incarnano un certo politically correct post-conciliare; propone taglienti giudizi -che vanno ben al di là della questione linguistica- sull’evidente involuzione espressiva dell’ufficialità cattolica lasciandoli pronunciare a esponenti autorevoli di quello stesso mondo. Alla fine si richiude il libretto con la convinzione che l’oscuro e ridondante “ecclesialese”non è semplicemente una deformazione intellettualistica del linguaggio ecclesiale, ma il sintomo di una malattia ben più grave, quella che ha fatto dubitare a Eliot che non fosse il mondo ad aver abbandonato la Chiesa, ma la Chiesa ad aver abbandonato il mondo, e che spinge il cardinal Yves Congar (citato nel libro) a ironizzare: “In Francia, nonostante oltre 30 mila prediche ogni domenica, c’è ancora fede”. Un piccolo antipasto di quel che il libro riserva rende ragione di questo pessimismo.

Parole crociate?
C’è il convegno di pastorale giovanile tutto proteso a raccogliere “sfide”: “Le sfide antropologiche necessitano di itinerari e progettualità da costruire dentro il tessuto dei giovani”; “La sfida dell’educazione ricerca modalità per annunciare il Vangelo in tutta la sua forza interpellante e percorre tutti i sentieri della gradualità, della progressività, delle letture soggettive nell’elaborazione verso la conoscenza sempre più sentita e vera di Cristo Signore”. C’è l’ex presidente di Azione Cattolica che spiega così la famosa “scelta religiosa”: “Questo è lo sforzo per cui la scelta religiosa è scelta di apertura, di dialogo, è scelta di comunione, di essero dentro ed essere per, senza avere naturalmente la pretesa di essere tutto”. C’è il lettore di Avvenire che propone una parafrasi attualizzata del precetto evangelico “amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano”: “Apritevi all’altro, in una prospettiva di accoglienza che superi il mero fatto della ricerca di senso. Fatevi prossimo di chi si blinda nel rifiuto della vostra prossimità… aiutatelo a ricostruirsi secondo le linee e i colori dell’autentica icona che abbiamo ricevuto in dono, sulle fondamenta costituite dalle macerie residuate dalla demolizione di un falso io…”.

Soluzioni di sciarade?
Bisogna essere grati a Beretta perché il suo manuale aiuta a sciogliere alcune sciarade del tipo: “Attivare un processo dinamico di coinvolgimento” (= darsi da fare un po’ di più); “Incarnare le istanze della fede correlate da dinamiche interpersonali che ne accompagnino la fruizione” (= essere più cordiali col prossimo); “Rispettare la valenza morale e sociale del vissuto quotidiano di ciascuno di noi in ogni àmbito di vita” (= fare con coscienza il proprio dovere); “Pratica l’esercizio della prossimità col tuo simile”, “Esprimi l’intenzione di prossimità” (= ama il prossimo tuo come te stesso), ecc.

…e carnevalate
Che l’ecclesialese non sia solo una questione di linguaggio, ma anche una malattia dell’anima, lo si capisce da fatti e detti grotteschi che il libro ripropone. Nel febbraio scorso, in concomitanza col Carnevale, il settimanale diocesano di Venezia ha pubblicato un documento apocrifo della Commissione Cei per la famiglia intitolato “Sul matrimonio nella comunità” ricco di espressioni come “riportare alla valenza originaria la celebrazione eucaristica”, “riportare lo sguardo alla comunità dei fratelli nella fede”, “supporto alle attività pastorali”, ecc. Lo scherzo è riuscito tanto bene che gli esperti chiamati a commentare il documento lo hanno unanimente definito “molto opportuno” e “bello”. Intanto “una nota e diffusa associazione cattolica ha recentemente battezzato la propria mascotte (seconde le cronache “una specie di Gabibbo blu”) con un nome significativo: Carismino”, mentre un periodico cattolico titola “Alcune tracce di sinergia sono state individuate in un incontro della Caritas”, e un altro, evidenziando personalità che testimoniano l’azione dello Spirito Santo (in greco Pneuma):
“Ecco i pneumatici del terzo millennio”.

Da Testori a Baget Bozzo.
Quelli per cui tutto ciò “è flaccida carne in salamoia”

Inevitabilmente l’ecclesialese incute soggezione al gregge dei semplici fedeli come e più del dismesso latinorum, ma attira su di sé e sui suoi presupposti teologici i fulmini di chi è ancora capace di pensare: “Troppi prelati sperano con le loro parole di conservare la loro flaccida carne nella salamoia dei quotidiani”, si adirava l’indimenticato Giovanni Testori. “L’usura del dire chiesastico segue l’usura del pensare”, ammonisce Ferruccio Parazzoli. E il sempre tagliente don Gianni Baget Bozzo: “Le parole che hanno una dimensione trascendente vengono eliminate, restano solo quelle con significato secolare. E’ il dramma della Chiesa d’oggi, che sembra incapace di parlare di trascendenza e di mistero, e usa il linguaggio come barriera contro l’eterno, banalizzando la fede”. Ma il giudizio più penetrante, alla fine, è quello che esprime Beretta stesso: “L’ecclesialese nasce dalla riluttanza alla fatica di spiegare, anzitutto a se stessi, le ragioni del credere. “Rendete conto della speranza che è
in voi”, predicava san Pietro: ma chi parla l’ecclesialese crede invece di sbrigarsela con una formuletta, rifiuta inconsciamente di sottoporsi alla prova dei fatti che gli altri gli richiedono e preferisce rifugiarsi in un mondo piccino, protettivo, rassicurante piuttosto che accettare la “sfida” – questa magica parola che l’ecclesialese usa continuamente – di dire la fede con parole sue”.

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