Le spire dello Stato brigante disvelate dalla crisi virale

Di Luigi Amicone
13 Novembre 2020
Alla radice della decadenza, da che l’Italia da paese di bon vivant s’è trasformata in una Rsa di inebetiti piagnucoloni, non vi è che la putrefazione di un sistema incapace di riformarsi
Negoziante di Napoli protesta contro le chiusure imposte dal governo contro il coronavirus

Articolo tratto dal numero di novembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Se guardo dal mio limitato e singolare punto di osservazione l’Italia che adoro, mi ci trovo isolato come isolato e avvolto nelle spire di uno Stato brigante mi sembra si trovi il volgo guastamestiere. Tre cose mi sono infatti parse evidenti da quando apparve la crisi virale che ci ha trovati (meritatamente, da che il voto seguì i ciarlatani) privi di una politica e di un parlamento rappresentativi. E in conseguenza privi di un governo che non sia espressione di un clericalume imposto dal solito tran tran di pizzicagnoli di qua e di là dal Tevere. Prima cosa: c’è un’Italia di garantiti che grossomodo coincide con l’area dell’impiego statale e dei vari redditi di cittadinanza, emergenza, bonus e prebende varie. E c’è un’Italia di addetti dell’impresa privata, piccoli imprenditori, partite Iva, professionisti freelance, ristoratori… insomma coloro che non hanno posto sicuro né tanto meno a vita, i quali ovviamente soffrono ben più dei lavoratori del sistema pubblico il lockdown di fatto di ogni forma di socialità, consumi, attitudine allo scambio di beni (a vantaggio di Amazon e degli altri cannibali digitali, le cui piattaforme non sono mai andate in tilt come quella dell’Inps). 

La seconda evidenza che si connette alla prima è la stoltezza infingarda di un sistema fiscale fondato su aliquote progressive che non garantiscono affatto la giustizia e la proporzionalità della tassazione. Ma semmai garantiscono il contrario. Garantiscono l’evasione in basso: ci credete voi che la metà degli italiani che compilano la dichiarazione dei redditi non guadagna annualmente più di 15 mila euro, primo scaglione, e versa poco più del 2 per cento di Irpef? E garantiscono l’evasione in alto, ovvero i grandi ricchi dai beni finanziari che si possono spostare felicemente tra un paradiso fiscale e l’altro. Nel mezzo, negli scaglioni infernali nei quali lo Stato italiano ha fatto registrare proprio il mese scorso il nuovo record europeo di pressione fiscale (ben il 48 per cento!), c’è tutta la classe media che – tra imposte dirette e indirette – versa fino al 70 per cento del proprio reddito.

Dove mai può finire un paese retto da questa diseguaglianza fondamentale che la sinistra postcomunista supporta e nasconde? Con il Covid, dopo il Covid, non si può più scappare da una riforma del fisco che faccia vera proporzionalità e quindi vera giustizia. Non ci può essere una metà di italiani garantiti al ribasso, con stipendi bassi ma sicuri, e all’occorrenza integrati con redditi di cittadinanza e sussidi, e un’altra metà di cittadini che invece tira la carretta. 

Al fondo del generale piagnisteo e dell’“alzi la mano chi non si sente vittima”, alla radice della confusione e dello smarrimento profondo del paese squadernati dalla pandemia (sì, certo, radicalizzati dal pessimo lavoro compiuto da pezzi dello Stato piazzati a fare i dobermann del proprio potere, come insegna il caso Palamara), alla radice della crisi economica, civica, e direi anche esistenziale, da che l’Italia da paese di bon vivant si è trasformata in una Rsa di inebetiti piagnucoloni o di cazzari alla Non è la D’Urso, alla radice della decadenza non vi è altro che la putrefazione di uno Stato centrale incapace di riformarsi. 

E siamo alla terza evidenza emersa dall’incalzare del Generale Covid. Gioventù tradita. Trattata paternalisticamente da autorità intellettuali e politiche ruffiane. Ma si capisce, anche con disaffezione e senza uno scatto di vera simpatia e intelligenza che non sia di piaggeria e sentimentale. I giovani. O sono movida e psicologia alla Recalcati, o sono banchi a rotelle dell’Azzolina. Anche qui: si consente che un terzo del milione di garantiti statali vinca una cattedra e il giorno dopo la lasci scoperta per tornare al paesiello. Si consentono continue infornate di posti sindacali a vita. Si consente che, da 50 anni, il 95 per cento degli investimenti scolastici finisca in stipendi. E non si consente nessuna libertà di impresa educativa. E anzi, chi ha la passione deve morire, chiudere le scuole, chi insegna fuori dallo Stato non ha diritto a niente come non lo aveva il negro nel Sudafrica dell’apartheid. 

Infine la Chiesa si vergogna di Cristo. Dove vogliamo andare se l’Ideale indicato al popolo mi diventa la minchia della tarantola Golia dell’Amazzonia? 

Succederà qualcosa. Deve succedere. Infatti. Non c’è solo il Covid che picchia. C’è anche Erdogan.

Foto Ansa

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