
Le scuole paritarie sono dei cantieri sempre aperti. Lo Stato dia vera autonomia

Caro direttore, ho visto con piacere che sull’ultimo numero di Tempi sarà presente uno speciale sulla scuola paritaria.
Con piacere, essendo un tema che interessa tanti – perché la libertà di educazione è un bene per tutti, anche per chi non lo capisce – ma di cui in realtà si pre-occupano in pochi.
Ho partecipato ieri sera a un incontro, in realtà un’ottima cena, cui hanno partecipato rappresentanti di una decina di scuole paritarie che si snodano lungo l’asse della Via Emilia, da Rimini a Piacenza, uniti dal desiderio di offrire una educazione/istruzione di qualità e dall’intento di aiutarsi a far funzionale bene, pur in mezzo a tante difficoltà, le scuole in cui operano.
Non è la prima volta che ci si incontra, potremmo dire che è ormai un tavolo di lavoro (oltre che enogastronomico…) consolidato, tuttavia non è affatto scontato che ci si trovi né che ci si voglia confrontare su temi che talvolta sono delicati e che possono anche mettere in crisi la modalità con cui qualcuno gestisce determinati aspetti della propria opera.
Ieri sera mi sono balzati agli occhi due aspetti importanti, che credo valga la pena di raccontare per poi fare qualche considerazione più generale:
Il primo è la condivisione del lavoro maturata nel tempo (e per nulla scontata) tra i consigli di amministrazione (organi di responsabilità gestionale formati perlopiù da volontari che offrono tempo e energie gratuitamente) e gli altri livelli di responsabilità operativa nella scuola, come i direttori generali, i presidi e alcuni docenti. Tutti guardano nella medesima direzione, il bene degli alunni e delle loro famiglie, e si è diventati più capaci di lavorare insieme. Una volta questi organismi erano abbastanza impermeabili, ora non è più così. Ne è nata una ricchezza di intelligenza delle cose (nel senso proprio di “guardare dentro”) che è davvero sorprendente.
Nella scuola statale purtroppo questo non accade. Il gestore è lo Stato, con tutta la sua macchina infernale di burocrazia, sindacati, pressioni politiche e corporative, che anziché favorire la mission della scuola finisce per ostacolarne la realizzazione. Insegnanti e dirigenti, anche quando fossero animati dalle migliori intenzioni, finiscono spesso per essere stritolati dalle maglie della burocrazia ed è difficilissimo che riescano a lavorare insieme. Tanto più che devono ottemperare a disposizioni del gestore (lo Stato, appunto) che spesso e volentieri vanno in direzione contraria alle loro pur buone intenzioni e finiscono per essere terribilmente demotivanti…
Il secondo aspetto è che, pur con tutti i limiti che inevitabilmente permangono, queste scuole paritarie sono diventate un luogo di pensiero, azione, creatività, davvero grande e commovente. L’attenzione continua a “cosa serve davvero a questi bambini/ragazzi e alle loro famiglie?”, come pure a tutte le persone che a vario titolo lavorano dentro le scuole, fa sì che non ci si fermi mai ai risultati conseguiti. Queste scuole sono dei cantieri sempre aperti, scuole di pensiero e di innovazione educativa e didattica, capaci di generare iniziative che vanno a beneficio sia degli utenti che del territorio in cui si collocano.
Pensiamo ancora una volta alla scuola statale e per un attimo paragoniamo le esperienze: che diversità di approccio, di preoccupazione, di lavoro insieme, di creatività e di possibilità.
Non voglio, con questo, affermare a priori che tutte le scuole paritarie siano così né che la scuola statale sia da tutta da buttare. Mi ha colpito però quanto visto e udito ieri sera perché mi sono sorpreso a pensare: “che bello, se tutte le scuole potessero lavorare così, se tutte avessero questa preoccupazione verso i nostri figli, se tutte potessero esprimere questa ricchezza!”
Non esiste un meccanismo che lo garantisca, ma l’esperienza delle scuole paritarie ci dice che due fattori sono importantissimi: l’identità del soggetto che guida e la possibilità giuridica di attuare quanto, chi guida, intende fare.
Per questo, non mi stancherò mai di ripetere che lo Stato deve mollare la gestione e dare vera e completa autonomia alle scuole, a tutte le scuole, riservandosi il compito di controllore. È ora di uscire dal sistema rigidamente centralistico in cui l’istruzione italiana si trova mortalmente immersa e innestare un percorso di autonomia e concorrenza virtuosa, in grado finalmente di dare respiro e orizzonte ad una scuola che stenta nelle comparazioni internazionali e non solo. Servono scuole che siano autonome nei percorsi formativi come nell’utilizzo delle ricorse economiche assegnate (magari individuando il costo standard). Che lo siano anche e soprattutto nella scelta del personale docente, potendo assumere, licenziare e retribuire in libera scelta. Scuole che siano in grado di esprimere una identità ideale e progettuale.
Perché non provare – magari inizialmente con progetti pilota – aperture organizzative significative, lasciando allo Stato un ruolo più marcatamente di controllo e meno, appunto, di gestore diretto, come avvenuto in altri Paesi? È ormai chiaro agli occhi di tutti che non bastano più piccole riforme di aggiustamento, ma che è necessario il coraggio di passi significativi per migliorare i risultati formativi.
Ogni anno che passa diventa sempre più indispensabile liberare quelle energie positive che pure esistono nelle scuole e non riescono ad essere messe in campo perché imbrigliate in un sistema burocratico fuori dal tempo e dal buon senso. E ogni anno che passa, è un anno perduto nella rinascita di questo Paese, e nel riscatto delle generazioni più giovani, per le cui condizioni ci indigniamo a intervalli regolari ma rimanendo sempre nella genericità della lamentazione e nell’inconsistenza delle buone intenzioni senza seguito…
Le scuole paritarie incontrate ieri sera sono un seme di speranza, ma occorre il coraggio di “estendere la coltivazione” e curare adeguatamente il terreno.
Buon lavoro
Marco Lepore via email
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