
Le “lettere al Giornale” della dottoressa che «serve Dio attraverso l’uomo»
«La prima volta che ho letto (e pubblicato) una sua lettera inviata al giornale ho provato commozione, era come una carezza spuntata fra le tante tribolazioni (grandi o piccole, motivate o esagerate) segnalate alla rubrica. Eppure quella lettera parlava di malati terminali, di esistenze che si spegnevano», scrive Andrea Valesini, caporedattore de L’Eco di Bergamo, nella prefazione di “Lettere al Giornale, frammenti di riflessioni sulla vita, la morte, il morire” (edizioni Lubrina, 84 pagine, 12 euro). Il libro raccoglie le lettere di una dottoressa e di un sacerdote al giornale: Antonella Goisis, dirigente dell’hospice della casa di cura Beato Palazzolo di Bergamo, e Renzo Caseri, professore di teologia morale presso il seminario del Pime. Lui entra nel dibattito etico sul fine vita. Lei lo racconta con i suoi occhi.
ELUANA ENGLARO. Goisis, dirigente medico dell’Unità operativa di Cure Palliative, scrive sempre dell’«occasione d’amore» che «sono stati tutti, uno per uno» i suoi pazienti. Inviati a fronte di eventi particolari, di portata nazionale, internazionale o privata, i suoi scritti per il giornale sono tutti legati da un grido d’amore, che caratterizza questo medico che ha curato fino alla fine della loro vita oltre 2 mila malati. Come si capisce anche da una lettera del 16 novembre 2008, pubblicata prima della morte di Eluana Englaro: «Sono un medico che, quando ha letto la sentenza della Cassazione, ha pianto, e non mi vergogno ad ammetterlo». Continua: «Padre perdonali perché non sanno quello che fanno (…) non hanno capito, perché non sanno che non si vede bene che col cuore. “L’essenziale è invisibile agli occhi” (…) non sono stati capaci di cogliere in Eluana quella straordinaria occasione d’amore che questi malati rappresentano».
IL BISOGNO DEI MALATI. «Perdonaci tu Eluana, perché non siamo stati capaci di ascoltarti (…) di capire cosa si nasconde negli stati d’animo, nella tristezza, nella malinconia, anche nelle gioie degli altri», scrive ancora Goisis. Come a sottolineare una mancanza di impegno, di desiderio, di bisogno che ci rende incapaci di ascoltare e di vedere la profondità delle cose, che significa «anche cercare di cogliere sino in fondo l’importanza del linguaggio delle parole (…) del silenzio, dei volti, delle lacrime e del sorriso, del corpo e del cuore». Il medico racconta poi del bisogno di ogni paziente di essere curato, accompagnato e assistito. E la richiesta di eutanasia, se a volte è arrivata, è venuta raramente, da quei parenti che non sanno stare di fronte alla morte.
SERVIRE DIO ATTRAVERSO L’UOMO. Ma c’è un altro scritto, inviato alla redazione durante l’Avvento del 2008, in cui si capisce cosa permette a Goisis di stare di fronte alla morte e ai malati. È sul Natale che dice, sia al medico che al malato: «esisti perché Dio è nato per te e ti ha visitato», perciò «al medico viene data una grandissima possibilità: servire Dio attraverso l’uomo, quindi posso vedere in chi curo il volto di Dio». Il medico che cura, dunque, riceve mentre «anche il malato può vedere nel volto di chi lo cura il volto di Dio». Allora, ricorda anche ai “sani” il medico, «ogni uomo è il volto vivente di Dio (…) “Mostrami il tuo volto, Signore”, quante volte abbiamo fatto questa esortazione senza pensare che, forse, il volto di Dio è nel fratello che vedo tutti i giorni», così «io posso prendere Dio tra le braccia, essere abbracciato da Lui».
LA VITA CHE RINASCE. C’è poi il richiamo all’umiltà che sola può unire medici, pazienti, parenti e uomini che si incontrano per strada. Scrive ancora la dottoressa il 2 novembre 2012, parlando dei cari che non ci sono più: «Quante volte abbiamo pianto da soli, mentre loro facevano lo stesso nel loro letto di morte, perché nessuno voleva turbare l’altro, e siamo rimasti ciascuno solo con sé stesso, proprio nel momento in cui il bisogno più grande era quello di un abbraccio». Ricordando, però, «la speranza», «nell’attesa di riabbracciarli in un tempo e in una dimensione diversi (…) che forse sono già presenti». Per questo sulla prima pagina del volume il vescovo della diocesi di Bergamo, Francesco Beschi, scrive che in queste pagine c’è «la vita di chi si prepara al grande passaggio, la vita che, nel tempo della prova, rinasce attraverso la morte».
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