
Lavagna. L’unico giudizio ragionevole sulla scelta di quella madre di fronte alla libertà del figlio

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La politica fa pena, ma non merita comprensione né compassione. È irreale, situata in un mondo a sé stante, la recita in un circo dove i clown non fanno ridere né piangere. Boris Godunov ha visto ben altro, nella sua esistenza di russo rivoltoso. Fiamme e sangue, e Dio ce ne scampi in Italia. La rivoluzione italiana (1992-1993) ha mostrato già lo scempio di quando i cambiamenti prendono la strada della violenza giudiziaria, dove i puri indossano le pelli d’agnello ma hanno denti di lupo, o forse di iena, applaudita da una folla allora armata di fax taglienti, anticipo dei tweet delle nuove tricoteuses. L’anniversario di Mani pulite è stato l’occasione di rievocazioni annoiate, e qualche volta nostalgiche. Nostalgiche di che? Certo il male della corruzione era insopportabile, ma l’alternativa aveva il volto dei boia.
Oggi la politica politicante fa di tutto per farsi dar la colpa, con la sua inettitudine, della infelicità che si respira. E Boris bussa alla porta di quel castello poco incantato perché getti uno sguardo commosso sulla vita. Anche la vita quotidiana, certo, fa pena, ma ha in sé un dramma che ci coinvolge ancora, ci strappa dal sonno della coscienza. Così i fatti di Lavagna.
Un ragazzo di nome Giovanni, 16 anni, scuola e pallone, si è ucciso gettandosi dalla finestra della sua camera, durante la perquisizione della Guardia di Finanza. Hanno trovato 10 grammi di hashish. Era stata la madre a chiamare le forze dell’ordine. Aveva capito che cercava lo sballo con le canne. Durante i funerali ella ha parlato, non voleva che Giovanni attraversasse la palude dove ci si perde nella ricerca dello sballo. Ha salutato il figlio in cielo. Si capiva che gli parlava davvero, finalmente, e lui l’ascoltava. Boris vaneggia. La speranza talvolta somiglia a follia, ma è la sola cosa ragionevole. La madre non ha detto: ho sbagliato a chiamare le guardie, oppure che esse hanno esagerato, non ha giudicato nessuno, neppure se stessa, tantomeno Giovanni. Il suo giudizio è stato che sbagliato è drogarsi. Non importa con quale sostanza, oggi può essere la cannabis, domani la cocaina o le pasticche: sono strumenti per uscire dalla realtà, per fuggire dai problemi uccidendosi mentre si vive.
I primi commenti sui giornali sono stati pieni di rispetto, di sospensione del giudizio in quel mare di dolore, ma soprattutto miracolosamente ha prevalso l’ammirazione. Con il passare dei giorni ha preso invece il sopravvento la condanna. Che madre è chi si fa sostituire dalla polizia? Che invece del dialogo fa sperimentare al figlio l’umiliazione di una perquisizione di uomini in divisa tra le sue cose, nella sua intimità? Il più duro è stato Roberto Saviano. Non ha attaccato la madre in sé, ma la sua presunta ignoranza. Infatti la cannabis – dice Saviano – fa assai meno male delle sigarette. La legalizzazione di hashish e simili avrebbe evitato l’intervento dei militari, e forse il suicidio.
Il commissario chiamato da Gennarino
A Boris non importa contrastare la valutazione sui danni da canna. Ci sono eccome. Ma non è questo il punto. La madre di Giovanni ha cercato, da poveretta, ponendosi mille dubbi, di impedire che il figlio scegliesse lo sballo come ideale di vita, come momento supremo della sua giovinezza. La droga in qualsiasi forma, fosse pure l’alcol o il sesso, tarpa il desiderio che ci rende persone. È il dramma dei genitori. Accompagnare i figli verso ciò che si pensa buono, impedire quel che si è certi sia male. Esiste poi la libertà. Bisogna accettare che i figli respingano la nostra proposta. Quella madre voleva privare Giovanni della libertà? Sono certo di no: desiderava che il figlio si confrontasse con le conseguenze di una scelta, anche nelle sue pertinenze legali.
Mi è tornata in mente un’opera di De Filippo. Il padre Gennarino – in Napoli milionaria – nello scempio morale della sua famiglia invita il commissario di polizia a fare “il proprio dovere” e ad arrestare il figlio Amedeo che sa essere uscito di casa per rubare pneumatici. Amedeo, dinanzi al dolore del padre, rinuncia al furto e la scampa e torna a casa. Questo sperava accadesse a Giovanni sua madre. Ha chiamato gli agenti per salvargli la vita.
Che giudizio dare allora? Stare zitti è il giudizio più giusto. Il giudizio è abbracciare, non assolvere o condannare. Il giudizio è piangere con chi piange. Mia nonna avrebbe detto: che la Madonna ci tenga una mano sulla testa.
Foto Ansa
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!