
L’amico americano
Carissimi amici, Dachau. È la parola evocata dalle immagini del treno dei deportati kosovari trasmesse in tutto il mondo. Ho letto l’editoriale di “linea” con cui Tempi si schiera contro l’intervento Nato.
Un po’ ho sofferto perché nemmeno quando ero comunista mi era capitato di firmare fogli pacifisti. Io sono sempre stato un realista, continuo a pensare infatti che l’uomo migliore della sinistra europea nel dopoguerra sia stato Helmut Schmidt, il cancelliere che volle i Pershing e i Cruise contro gli SS20 sovietici; l’uomo che veniva attaccato al grido “besser rot als todt – meglio rossi che morti”. Ma al di là delle battute e dei ricordi vorrei dirvi solo questo: penso che abbiate ragione, nel dubbio, a stare con Giovanni Paolo II, un gigante del secolo che volge al termine, penso però che, nel caso in questione, l’unico dubbio lecito sia tra i bombardamenti ed un intervento di terra per collocare la forza d’interposizione Nato dopo aver respinto le milizie serbe. Nessun intervento sarebbe equivalso a legittimare il massacro. L’ultima cosa. Io sono d’accordo con le funzioni di polizia internazionale che la Nato svolge. Dovrebbe svolgere semmai questo ruolo con maggiore prontezza e con una certa paradossale “equanimità” nella selezione dei luoghi critici. Finito il bipolarismo Usa-Urss si legittima il diritto d’ingerenza dell’Occidente liberale per tutelare il diritto ed i diritti umani laddove siano calpestati. Io questo penso, ma poiché avete posto con molto garbo il problema della guerra e della pace, e poiché Tempi è sempre più bello e il 99,9% della battaglie che fa sono sacrosante, io, a dimettermi da condirettore responsabile non ci penso proprio, magari me ne starò un po’ in sonno. Almeno fino a quando ritornerete ad essere quegli splendidi campioni di libertà che conosco.
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