La vittoria di Pezeshkian riaccende la speranza in Iran

Di Leone Grotti
07 Luglio 2024
Il candidato moderato ha sconfitto al ballottaggio il "talebano" Jalili. Se il regime non gli permetterà di allentare l'oppressione interna e ammorbidire l'intransigenza verso l'Occidente, rischia una nuova rivoluzione
Il nuovo presidente dell'Iran, Masoud Pezeshkian
Il nuovo presidente dell'Iran, Masoud Pezeshkian (Ansa)

Anche se nessuno ci credeva, e in pochi ci speravano, il nuovo presidente dell’Iran è il moderato Masoud Pezeshkian, chirurgo cardiaco di 69 anni che ha già servito il paese come ministro della Salute dal 2001 al 2005 durante il secondo mandato del riformista Mohammad Khatami.

Pezeshkian ha sconfitto al ballottaggio di venerdì l’ultraconservatore Saeed Jalili, fedelissimo del leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, e fervido sostenitore della Rivoluzione del 1979.

Niente miracoli, ma l’Iran vuole cambiare

Nessuno si fa illusioni, né in Iran né all’estero: Pezeshkian non potrà fare miracoli. Come ha scritto Claudio Fontana su Tempi, infatti, «senza ombra di dubbio i più importanti centri di potere sono nelle mani delle élite conservatrici vicine a Khamenei e ai Guardiani della Rivoluzione, ben al di fuori della portata delle elezioni».

I giovani e gli imprenditori, però, sperano che il nuovo presidente possa influire quel tanto che basta per cambiare la traiettoria su cui l’ex presidente Ebrahim Raisi, morto in un incidente aereo lo scorso 19 maggio, aveva instradato il paese. Una traiettoria fatta di oppressione in politica interna e di intransigenza in politica estera.

Milioni di giovani invocano più libertà e tanti imprenditori strozzati dalle sanzioni internazionali sperano che Pezeshkian possa optare per una politica estera più pragmatica, magari ridando linfa all’accordo nucleare raggiunto dall’allora presidente Hassan Rouhani nel 2015 e poi stralciato da Donald Trump nel 2018.

Mai più un caso Amini

Non sarà semplice, ma la vittoria di Pezeshkian è un segnale chiaro all’ayatollah Khamenei: l’Iran vuole cambiare ed episodi come l’assassinio di Mahsa Amini, uccisa per un velo portato male, non sono più tollerabili.

Il nuovo presidente ha detto che è «inaccettabile nella Repubblica Islamica arrestare una ragazza per il suo hijab e poi consegnare il suo corpo morto alla famiglia», facendo capire chiaramente da che parte sta. Ha anche aggiunto che «rispetteremo la legge, ma non dovrebbe esserci nessun comportamento intrusivo o disumano nei confronti delle donne».

Il suo sfidante, Jalili, oltre a difendere l’obbligo di portare il velo, aveva invece dato spazio nel suo team a personaggi che non hanno problemi a chiamare «puttane» le donne che si rifiutano di velarsi. Tra i sostenitori di Jalili c’era anche il Fronte della stabilità della rivoluzione islamica, che ha presentato in Parlamento una legge per condannare a 10 anni di carcere tutte coloro che saranno trovate a indossare l’hijab in modo inadeguato.

Una donna in Iran fa campagna elettorale per Jalili
Una donna in Iran fa campagna elettorale per Saeed Jalili (Ansa)

Due veterani di guerra a confronto

Pezeshkian ha combattuto nella guerra degli anni ’80 contro l’Iraq, occupandosi di guidare al fronte le squadre dei medici incaricate di curare i feriti.

Anche Jalili è un veterano, soprannominato il «martire vivente» per avere perso il piede destro durante i combattimenti.

L’ultraconservatore ha perso le elezioni per la terza volta: è stato sconfitto nel 2013 da Rouhani, mentre nel 2021 aveva ritirato la sua candidatura per favorire la vittoria dell’ex presidente Raisi.

Per il regime in Iran è l’ultima occasione

Jalili aveva promesso di utilizzare il potere per «far pentire i nemici dell’Iran» di avere imposto sanzioni durissime al paese a causa del suo programma nucleare. Ma non è questa la direzione che vogliono prendere gli iraniani, non è lo scontro con l’Occidente che desiderano.

L’elezione di Pezeshkian è forse l’ultima occasione, tanto per l’istituto elettorale quanto per il regime islamico, di recuperare credibilità. L’affluenza ha toccato il minimo storico e persino Khamenei ha dichiarato che è necessario comprendere che cosa spinge la gente a non votare.

Il motivo è ovvio: la maggioranza degli iraniani ha scelto Pezeshkian non perché sia una figura di primo piano (non lo è), ma perché era l’unico ammesso alla corsa elettorale in grado di portare qualche cambiamento. Se il regime impedirà al presidente di lavorare in questo senso, la disaffezione e l’insoddisfazione degli iraniani non farà che aumentare, fino a diventare, forse, incontrollabile.

@LeoneGrotti

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