
La vera DROGA è il vuoto
Lo sanno gli idoli dei teen-agers, quei Lunapop che han fatto cantare l’Italia per un’estate, che la Special K, con cui loro volevano «andare in vacanza», è il nome della pastiglia ecstasy più di moda? Chissà. Special K, Mercedes, Ray Charles questi alcuni nomi di quelle pastiglie che “in vacanza” ci mandano i neuroni del cervello (vedi box a lato). A San Patrignano, la storica comunità fondata da Vincenzo Muccioli e oggi nelle mani del figlio Andrea, confermano che le parole del prefetto Soggiu fotografano bene la situazione. Anzi, che per loro “l’emergenza ecstasy” è «un’emergenza annunciata». «Ormai – dicono – il 20, 30 per cento dei ragazzi che entrano qui arrivano dal mondo dell’ecstasy». Sul Corriere di domenica 16 marzo è riportata un’intervista a Carlo, consumatore di pasticche, che dichiara: «Non sono mai stato un drogato. Prendevo “paste” per divertirmi». «È qui tutto l’errore – dicono a San Patrignano – l’ecstasy all’apparenza non rientra nell’immaginario comune di ciò che noi definiamo droga. È colorata, piccola, serve per lo “sballo”. Non la si prende al parco ma al bar. Ma brucia il cervello». Andrea Muccioli, come il padre, non è “uno che le manda a dire”. Da anni conduce una battaglia contro i Sert, che ritiene dei posti solo dove “far invecchiare i tossici” anziché aiutarli, o contro la distinzione fra droghe leggere e pesanti: «in meno di tre anni il 63 per cento dei ragazzi che hanno cominciato con sostanze deboli arrivano alla tossicodipendenza più grave».
Dall’eroina all’ecstasy. Come ha visto cambiare i giovani in questi anni?
Io sono nato e cresciuto nella comunità di San Patrignano. Ero un bambino quando la comunità è nata e sono diventato un uomo insieme a tanti ragazzi che sono venuti qui a risolvere il problema centrale della loro vita: chi siamo e dove vogliamo andare. Questi ragazzi, negli anni ’70 e ’80, erano ragazzi caratterizzati da un profondo vuoto esistenziale e da scelte sbagliate. Ma almeno sentivano l’esigenza di fare delle scelte. Esprimevano una richiesta forte, magari scomposta e violenta, di valori e ideali che non riuscivano a vivere ma che vedevano presentati nella società di cui facevano parte. I giovani di oggi sono molto diversi: sono molto più vuoti. Ma non perché sono loro a essere vuoti ma perché noi adulti li lasciamo vuoti e lasciamo loro credere che quel vuoto che sentono sia in realtà un pieno. Abbiamo smesso di alimentare in loro i contenuti.
Ma, come, se proprio la solidarietà verso i più sfortunati va tanto di moda…
Solidarietà? Quella la lascio ai professionisti. Ho deciso di smettere di utilizzare questo vocabolo. Io cerco, tra i miei enormi e innumerevoli limiti, di professare quel poco che posso.
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