La tolleranza non basta a proteggere da uno Stato aggressivo

Di Carlo Marsonet
27 Luglio 2023
Il nuovo libro del filosofo Michael Walzer, "Che cosa significa essere liberale", è attraente. Ma non sottolinea con sufficiente forza che la libertà degli individui va preservata davanti ai propositi illiberali delle tendenze egualitariste
La statua della libertà a Budapest, in Ungheria

La statua della libertà a Budapest, in Ungheria

Capita che i titoli dei libri siano talvolta fuorvianti. Ciò significa che, intrigato da come un volume è stato titolato, vuoi per ragioni editoriali o magari anche di contenuto, un lettore può trovarsi parzialmente spiazzato. È il caso di questo volume di Michael Walzer, noto filosofo americano contemporaneo: Che cosa significa essere liberale (Raffaello Cortina Editore 2023). Il titolo inglese, The Struggle for a Decent Politics: on “Liberal” as an Adjective, rispecchia certamente di più il tema dello scritto. Ma è comprensibile pure la traduzione italiana, più asciutta e dunque incisiva ed efficace: lascia trasparire una mappa, seppur personale, del significato dell’aggettivo liberale. E così è, salvo però poi statuire un’idea del concetto che, presumendo vada nella giusta direzione, cioè quella fatta propria dall’Autore, risulta invero non poco discutibile.

Il liberalismo sui generis di Walzer

Fin dalla prefazione Walzer chiarisce ciò che intende perseguire e il modo in cui lo ha fatto. Si tratta di un libro scritto durante l’isolamento del periodo pandemico e, quindi, i testi a disposizione dell’Autore erano solamente quelli citati nel corso della trattazione. Inoltre, non ha la pretesa di un trattato sistematico di teoria politica, o di un programma spendibile per le urne – benché, vi si avvicini, almeno nei principi, non certo nelle policies. Walzer è, dopo tutto, un filosofo, non un politologo. Quella dell’Autore è piuttosto una «speranza», come la definisce, per una politica «decente», come da titolo inglese. Cosa implica questo? Per Walzer equivale a dire che una serie di sostantivi, che sente propri e che considera, appunto, tipici di una decent politics, devono accompagnarsi all’aggettivo filo conduttore della sua argomentazione: liberale o, per meglio dire, liberal.

Sul punto Walzer è chiaro. Ciò che intende per liberalismo è il New Deal Liberalism, cioè a dire una forma di liberalismo che ha assunto la sua forma negli Stati Uniti durante gli anni del New Deal. Che lo si chiami liberalismo sociale o statalismo liberale poco importa. Ciò che preme sottolineare è che si tratta di una cosa molto diversa dal liberalismo delle origini, che Walzer considera non solo esausto, ma inservibile. Lo Stato, in altre parole, non è visto come un problema, ma piuttosto come un agente, probabilmente l’agente che risolve i problemi per la società.

Liberale, cioè tollerante

Non si sta parlando, com’è noto, di una corrente di pensiero nuova. Anzi, esso può ben essere rintracciato nelle riflessioni dell’ultimo John Stuart Mill (1806-1873), e come poi portato avanti da alcuni suoi epigoni quali Thomas H. Green (1836-1882) e Leonard T. Hobhouse (1864-1929). Il nume tutelare di una tale concezione liberale, in terra americana, è ovviamente John Dewey (1859-1952). Ma Walzer preferisce direttamente abbandonare il sostantivo, per impiegare, invece, l’aggettivo, affinché si correggano altri aggettivi sostantivati: democratico, socialista, nazionalista, internazionalista, comunitario e così via.

In altre parole, il significato che Walzer attribuisce all’aggettivo “liberale” è nulla più che quel che intendiamo dicendo tollerante e pluralista. Se così è, il liberalismo di Walzer è un’idea di anti-fanatismo, certamente utile in tempi di alta e nociva polarizzazione complessiva. E tuttavia, rimane da chiedersi se ci si possa disfare del liberalismo in quanto tale e della libertà dei moderni, per riprendere Benjamin Constant (1767-1830). Se la libertà viene in qualche modo inglobata, per non dire annullata, dal principio di eguaglianza, se il liberalismo appare più che altro un modo per celare un’idea socialista – come ebbe a dire Giovanni Sartori (1924-2017), i liberal americani possono a ragione essere considerati i socialisti di un paese, gli Stati Uniti, che non ha mai conosciuto il socialismo – allora il concetto di “liberalismo” non ha più davvero alcuna capacità euristica.

I pericoli di uno Stato aggressivo

Ma le cose potrebbero anche essere altrimenti. La tolleranza è certamente un principio cardine delle società occidentali aperte. Ma è dubbio possa essere efficace senza che vi si associ la libertà degli individui dalla non ingerenza di dispositivi coercitivi, come lo Stato. Oppure, la libertà di poter godere della propria proprietà senza il timore di doverla giustificare sull’altare di seducenti slogan come “giustizia sociale”, che nascondono in realtà propositi coattivi e certamente illiberali. O anche la libertà di esprimere la propria insopprimibile e inalienabile dignità frutto della possibilità di scegliere questo o quello.

Insomma, sulla storia dell’idea liberale si possono leggere contributi concettuali, ma anche storici, certamente più puntuali. Penso, solo per fare qualche esempio, al testo scritto da Friedrich von Hayek (1899-1992) per l’Enciclopedia Treccani nel 1973 (ora in Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee di cui esistono varie edizioni) o a vari libri di Wilhelm Röpke (1899-1966) e al suo fondamentale saggio Crisi e rinnovamento del liberalismo (1947), poi raccolto nel volume La crisi del collettivismo (1951). Se invece si cerca una testimonianza autobiografica di un importante autore novecentesco che riflette sul cruciale tema della tolleranza, questo è il libro giusto. E potrebbe pure essere il suo ultimo scritto, come afferma egli stesso. Un motivo in più per leggerlo, dunque.

Foto Ansa

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