La terza strada tra tecnocrazia e populismo

Di Michele Rosboch
23 Marzo 2019
Serve una classe dirigente che contribuisca a saldare le istanze del popolarismo a quelle solo intuite da chi si oppone alla tirannia degli esperti. Appunti per sviluppare nuove forme di partecipazione

Articolo tratto dal numero di Tempi di marzo 2019.

Il tema della crisi dell’attuale ceto dirigente è sotto gli occhi di tutti, fino a mettere in discussione la validità dei consolidati meccanismi di rappresentanza e di selezione della stessa classe dirigente e politica. Il problema è assai complesso e non paiono sufficienti le scorciatoie cosiddette “populiste”, né la semplice difesa formale dei princìpi democratici.

Nell’ultimo numero di Tempi l’amico Giancarlo Cesana ha ripreso un interessante articolo di Robert C. Koons (professore di filosofia all’Università del Texas, Austin) specificamente dedicato alla dialettica fra élite e upper class, secondo la distinzione introdotta a suo tempo dal grande poeta Thomas Stearns Eliot.

In sintesi, la cosiddetta “classe dirigente” è quella che si muove nel solco della tradizione e dei valori delle comunità familiari e dei territori, in linea con le usanze e le manifestazioni popolari; al contrario, l’élite intende superare tali condizionamenti, prediligendo piuttosto valori cosmopoliti e considerazioni tecniche.

Alla dialettica fra classi dirigenti ed élite, corrisponde quella fra “levelers” (letteralmente “livellatori”) e “populists”, i “populisti”, di cui oggi si parla, a proposito e a sproposito. Anche qui la differenza di visione è assai netta: per i primi la società deve essere egualitaria e non gerarchizzata, contraria alle autorità tradizionali (chiese, nobiltà, eccetera); per i secondi va fondata, invece, sulle comunità locali e naturali, avversando i burocrati, i manager e gli “accademici” in genere.

La griglia interpretativa è certamente interessante, anche se nella pratica i diversi elementi spesso si mescolano e si compongono in vario modo; consente però di mettere in evidenza alcuni nodi di oggi. Il primo è l’assoluta necessità attuale di avere una classe dirigente credibile: non può esserci buona politica senza un adeguato ceto dirigente. Il punto delicato è dove possa essere attinta la necessaria autorevolezza: qui è utile riprendere il concetto di upper class.

Una classe dirigente ben immersa nella tradizione e nella vita delle comunità (incluse le istanze “nazionali” e territoriali) può essere più facilmente realista e perciò accettata. In tal senso una simile classe dirigente può contribuire a saldare le istanze “populiste” con il “popolarismo”, a cui si devono molte delle più significative conquiste recenti, incluso il processo di integrazione europea.

Al contrario, la crisi delle élite liberal e progressiste, oggi abbastanza evidente in Europa e non solo, dipende in gran parte della loro autoreferenzialità e dall’incapacità di leggere i problemi quotidiani della gente. È proprio l’assenza di una upper class che lascia campo aperto al predominio delle élite tecnocratiche (ad ogni latitudine…) e alla “tirannia degli esperti”.

Inoltre, si individuano nelle diverse “visioni del mondo” – più che in termini economici o sociali – le differenze fra élite e upper class; ancora, secondo una impostazione cara ad Augusto Del Noce si può considerare un’ulteriore caratteristica della élite progressista: quella di incarnare un pensiero gnostico (o meglio neognostico), secondo cui essa rappresenta sempre e in ogni caso l’avanguardia (in senso gramsciano) destinata a guidare e “rieducare” sia il popolo sia la stessa classe politica precedente.
Un altro punto importante è quello della “antropologia atomistica”, di tipo individualista, che caratterizza i “livellatori”, a cui si oppone una visione comunitarista propria sia dei “populisti” sia della upper class; infine, alla cultura come incarnazione della tradizione – di cui è parte preponderante l’elemento religioso – si contrappone una cultura secolarizzata.

Oggi viviamo in un periodo di crisi della globalizzazione e anche dell’idea di uno Stato “monopolista” della vita sociale, governato spesso da classi dirigenti autoreferenziali; al contrario, si stanno affermando – al di là di semplificazioni “populiste” e forme di democrazia diretta – visioni diverse, più attente alle tradizioni, alle sovranità nazionali e alla matrice popolare della politica.

Come già notava Gianfranco Miglio, il mito della neutralità dello Stato moderno sta definitivamente tramontando e tornano necessariamente in auge le categorie tradizionali della politica, a cominciare dal suo necessario radicamento nei valori.

Educazione ideale

Alla tradizionale alternativa fra le scelte “popolari” e la necessaria articolazione “elitaria” del governo della politica, si pone oggi l’urgenza di andare oltre per sviluppare nuove forme di partecipazione e di rappresentanza; si dice che i partiti politici siano oggi in crisi, il che è vero, ma mantengono comunque la loro importanza e centralità, purché sappiano far crescere e formare nuovi ceti dirigenti colti e radicati.
Cesana segnala poi la distanza fra upper class così come descritta e molti degli esponenti attuali delle forze cosiddette “populiste”, peraltro assai diverse tra loro; è certamente così, il che spinge a ipotizzare qualche ulteriore considerazione.

Oggi occorre trovare in modo nuovo un possibile equilibrio fra diritti e doveri e fra libertà e responsabilità: una strada può essere quella di favorire il sorgere di una moderna upper class, capace di valorizzare, assecondare e – dove necessario – correggere le istanze popolari. È una sorta di “terza via” fra populismi (e relativi cortocircuiti e liderismi) e difesa a oltranza delle élite tecnocratiche, che vede nell’educazione ideale e nel radicamento nelle comunità intermedie lo sviluppo di un nuovo ceto dirigente ben inserito nelle tradizioni popolari e attento ai “valori immutabili”.

Proposte ragionevoli e dettagli

Provando ad offrire una lettura più politica di tale situazione si può pensare alla ripresa del “popolarismo” europeo, per sua natura attento ai valori tradizionali e personalistici, rispettoso delle istituzioni, anche sovranazionali. In questo senso le elezioni che si svolgeranno il prossimo 26 maggio saranno elezioni importanti: fra i vari schieramenti (socialisti, conservatori, liberali, eccetera) spicca la posizione della famiglia popolare europea, che ha indicato nel congresso svoltosi a Helsinki nel novembre 2018 il tedesco Martin Weber come suo candidato alla guida della Commissione. Nello stesso tempo il Ppe ha indicato i punti fondamentali della sua proposta politica: – accoglienza responsabile dei migranti e accordi con i paesi africani per limitare le partenze; – recupero delle radici cristiane dell’Europa; – maggiore autonomia e libertà degli Stati membri e delle aggregazioni regionali dalle burocrazie europee; – ripresa dell’economia sociale di mercato; – politica estera condivisa.

Si tratta di proposte ragionevoli (appunto, “popolari”), frutto di una tradizione che inizia con gli stessi padri fondatori dell’Europa, distanti dalle chiusure nazionaliste così come dallo statalismo e dall’individualismo elitario. Poi si dovrà vedere il dettaglio delle proposte, scegliere buoni candidati e individuare i possibili alleati (ad esempio le forze conservatrici e fra i “populisti” esponenti della Lega e di alcuni raggruppamenti dell’est europeo) per assicurare un governo all’Europa, ma le premesse sembrano buone.

Foto Ansa

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