
La tenacia di educare a un senso del vivere nella società del metadone

Articolo tratto dal numero di settembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
Perché per settimane si è andati avanti a dibattere del discorso pronunciato da Mario Draghi al Meeting di Rimini? Certo, per il chiacchiericcio politico su un suo auspicabile coinvolgimento alla guida del governo italiano (ma come? Con questa maggioranza? Con Giggino vice e la Taverna agli Interni?), ma soprattutto perché l’ex presidente della Bce ha messo due dita negli occhi all’esecutivo giallorosso, inchiodandolo alla sua irresponsabilità di fare solo quel “debito cattivo” che pagheranno le generazioni future.
Draghi ha semplicemente ribadito quel che sanno tutti: eravamo già un paese fragile prima del Covid, ora abbiamo un’occasione d’oro e un mucchio di quattrini mai visto prima per “fare” delle cose, per farle non possiamo continuare ad asfissiare con la burocrazia e con un’idea malsana di legalità qualunque anelito di libertà, servono progetti e il coraggio di perseguirli, basta con questa logica clientelare e statalista di far girare i quattrini sulle rotelle dei monopattini.
Abbiamo volgarizzato un poco, ma mica tanto, il discorso di Draghi che poi è stato ripreso nei giorni successivi da Carlo Bonomi, presidente di Confindustria:
«Ci sono provvedimenti studiati solo per ingraziarsi le rispettive constituency elettorali, questo è il vero problema. Ci sono drammatiche priorità che non vengono affrontate, o vengono declinate nel modo peggiore. La crescita, il Green New Deal, la sostenibilità sociale, il futuro dei giovani: tante chiacchiere, pochi fatti».
Questo è un governo nemico della libertà, che ha paura della libertà. Nel momento in cui ci sarebbe bisogno di allentare le briglie per far saltare l’ostacolo al cavallo, questi tirano il freno. Non solo, per un errato concetto di libertà (che per loro è ciò che puoi fare solo se ti è concesso), stanno facendo crescere una comunità di tossici dell’assistenza. Come ha notato Alberto Brambilla sulla Stampa, viviamo nella “società del metadone”:
«Come ha risposto finora in generale il sistema pubblico? Nel modo più sbagliato possibile e cioè elargendo soldi: reddito di cittadinanza, reddito di ultima istanza e i più svariati bonus senza neppure scalfire la povertà che anzi aumenta ogni anno. Nel 2008 per l’assistenza lo Stato spendeva 73 miliardi l’anno; nel 2019 sono 114; 41 miliardi in più strutturali. Nello stesso periodo la povertà assoluta e relativa anziché diminuire è aumentata da 8,6 milioni del 2008 agli oltre 14 milioni del 2018. Ma quel che più preoccupa è l’adagiarsi di molti lavoratori, anche giovani, al “metadone sociale” dell’assistenza: cassa integrazione, Naspi, Dis-coll, RdC, di emergenza, sussidi vari per disoccupati e inoccupati e così via. Se è fuor di dubbio che alcuni di questi strumenti sono stati indispensabili per i primi mesi di pandemia, oggi non lo sono più, anzi corriamo il rischio di “addormentare l’economia”».
Noi crediamo che il problema non sia solo politico (nel senso di partiti e ministri), ma di un paese stanco, che non conosce più il gusto per l’impresa e il rischio, che non fa strade, non fa ponti, non fa progetti perché non vuole avere eredi cui consegnare un bene, perché non c’è sacrificio che valga la pena se non offre un beneficio immediato, figuratevi per i posteri. L’Italia di oggi s’è adagiata, ora per sprovvedutezza ora per cinismo, su comodità conquistate dall’Italia di ieri e non ne vuol sapere di fare fatica.
Discutiamo di diritti, assistenza, bonus, tutele, garanzie, pensioni e prestazioni. Beni da consumare nell’immediato, il cui conto sarà pagato da figli che non vogliamo più fare. Ma come diceva Milton Friedman, «nessun pasto è gratis» e verrà il momento in cui dovremo saldare il conto. Quel che forse è ormai chiaro solo ad alcuni è che quel giorno è oggi.
C’è tanto lavoro da fare, avvertono su queste pagine il cardinale Ruini e monsignor Camisasca. C’è un senso del lavoro, della persona e del vivere comune che va ricostruito, un senso di sé e della storia che va riconquistato prima che soffochi dentro il perimetro del nostro egoistico e istantaneo tornaconto. Per ricostruirlo occorrono grande tenacia e un’ipotesi non tossica dell’esistenza. Serve il coraggio di educare, appunto.
Foto Ansa
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