
La rivolta divino-umana alla legge che ha provato a uccidere anche la morte

Articolo tratto dal numero di maggio 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
I cimiteri. La storia di questi mesi di virus vista dai camposanti dice la verità su chi è rimasto. E su chi abbia il potere e come lo eserciti. A noi molokani il modo di guardare ai defunti, e come venga trattato il loro corpo e la tomba, dicono tanto. Noi non abbiamo preti, siamo eretici matti che bevono molto latte, ma osservando quel che è accaduto in Italia ci spiace di non averli. Non tutti, ma alcuni di loro sì. Quanto ai vescovi, che dovrebbero essere pastori, dotati di vincastro, bastone utile a tenere lontane le bestie fameliche, devono averlo in molti lasciato in guardaroba, e se lo hanno estratto da lì è stato per massaggiare la schiena del loro gregge e dei poveri sacerdoti mescolati ad esso. Ma io sto in Armenia, e forse non arrivano notizie giuste.
Per due mesi in Italia sono stati vietati i funerali. In molti casi le bare sono state accatastate e portate – a prescindere dalle disposizioni dei defunti – nei forni crematori. Senza parenti, senza preti a benedirli. In altri casi nelle cappelle dei cimiteri i parroci e i cappellani hanno potuto benedire la lunga fila di feretri. La Messa no, aspersione con l’acqua benedetta nemmeno. Non contesto qui le disposizioni per frenare il contagio, ma la voluttà con cui questi precetti hanno spazzato via con noncuranza millenni di civiltà umana. È bastato un parere del comitato tecnico-scientifico.
Nessuna pietà-misericordia
E dire che il vostro Giovan Battista Vico aveva spiegato non solo la parola ma l’essenza stessa di “umanità”, da cui umanesimo: viene da humare, da cui inumare, seppellire. Una etimologia forse fantasiosa, ma che dice la verità. Seppellire i morti è un atto di pietà per gli antichi, e un’opera di misericordia per la civiltà cristiana, che è penetrata e ha resistito persino nei popoli annichiliti dal comunismo. Nei gulag no, nessuna tomba, ma fuori le tombe dei cimiteri intorno a Mosca erano in quei decenni lustrate, e la domenica, il giorno del Signore, è stato per decenni – anche sotto Stalin – il luogo del culto all’infinito valore di questi esseri mangiati dai vermi, ma benedetti. I grandi tumuli, sotto cui giacevano i morti della Seconda guerra mondiale, sono stati scavati per poter recuperare i resti, reliquie di chi risorgerà. Nessun senso macabro, ma la certezza che onorare il corpo consumato o ridotto a un sacchetto d’ossa significa – anche per chi non crede nella resurrezione della carne – venerare un nome che non è stato un puro suono, perché vi echeggiava un mistero unico, quello di un “io” diverso da tutti gli altri che mai ci furono e ci saranno, dotato di libertà, amato e amante. (Vedi il racconto Riposo eterno sul cimitero di Vagan’kovo del mio maestro e cantore di noi molokani, Vasilij Grossman, in Il bene sia con voi, Adelphi).
Di colpo. Zero. In Italia anche la morte con i suoi riti umanizzanti è stata uccisa. Soprattutto in Lombardia, terra del cattolicesimo più materialista e dunque spirituale del mondo. Nessun tentativo di trovare un corridoio alla pietà-misericordia, come per le code davanti alle tabaccherie o ai negozi di ferramenta. Neppure una sosta sul sagrato per una messa al campo, con preci diffuse per altoparlante. Per fortuna tantissimi sacerdoti hanno rotto, invisibili, nottetempo, i sigilli a questi rapimenti post mortem, e sono andati a trovare i cari, a fare le loro veci davanti alle bare.
L’abrogazione del cuore
Ed ecco un fatto singolare, che definisce la nostra epoca, qualcosa di minuscolo, che da noi qui, vicino al lago Setan, è arrivato per lettera, scritta da Otello, dalla Toscana. In Italia, non solo non si sono fatti per lungo tempo funerali, né si sono potute celebrare esequie (che possono farsi anche dopo i funerali), ma sono stati chiusi i cimiteri. Forse si sospettava che i morti fossero contagiosi, ma non credo. Si voleva evitare che i morti parlassero ai vivi del loro destino. Che suscitassero la memoria di un legame con l’eterno che la morte si tira dietro anche negli scettici. Andava abrogato non solo il cristianesimo ma il cuore, con le sue domande insopprimibili, ma soppresse per decreto.
La ferita inflitta con il divieto di celebrazioni, senza sentire ragioni, la negazione dei funerali, senza ascoltare la voce antica, non è stata un’offesa al cattolicesimo o all’islam o all’ebraismo, non è una faccenda di cui vescovi e papa hanno l’esclusiva per giudicarne la congruità. Neppure loro hanno il potere di deliberare al di fuori del loro recinto di Messe e sacramenti, perché riguarda il singolo in quanto tale, la comunità delle persone prima ancora dell’annuncio di qualsivoglia salvezza. È un diritto adamitico, valevole anche dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, e reso drammatico e felice, si pensava insopprimibile, con la venuta di Cristo e dalla sua morte e resurrezione.
Ed ecco il fatto narratomi da Otello.
«Il mio amico don Luigi è parroco di Ulignano, comune di San Gimignano. Stamane portando la spazzatura ai cassonetti, al ritorno, passando davanti al cancello del piccolo cimitero, ubicato a fianco della chiesa, ha notato che tutti i fiori e le aiuole erano appassiti. Rientrato in canonica ha preso la chiave del cancello, ed entrato nel cimitero ha annaffiato il necessario e cambiato acqua ai vasi posti davanti ai defunti. Ad un tratto sente sbraitare; si trattava di un funzionario del Comune che inveiva, denunciandolo di aver violato la delibera comunale e chiedendo come avesse aperto il cancello chiuso. Alla risposta che aveva usato la chiave, costui ne chiede la restituzione, al che don Luigi oppone rifiuto. Risposta del funzionario: “Allora faccio cambiare la serratura”. Detto fatto: mezz’ora dopo arriva un operaio, esegue il cambio e se ne va. Alle rimostranze del parroco, il sindaco si scusa e porge le scuse per tutto il Consiglio comunale, gli dice che gli fornirà la nuova chiave e che cercherà di evitare le conseguenze pecuniarie e penali del suo gesto, anche perché subissato dalle proteste dei parrocchiani nei confronti del funzionario comunale. Questo in periodo di virus nei comuni rossi toscani. Si può frequentare il supermercato da parte di tutti, ma un parroco non può entrare in un cimitero, tra l’altro, da sempre, privo di custode».
Che cosa è accaduto lì. Davvero il prete ha violato una delibera, dunque ha torto secondo la legge a cui bisogna obbedire sempre, e al diavolo seppellire i morti, dice Creonte avallato dai sommi sacerdoti; e infatti il sindaco non sa bene che fare per evitare la sanzione dopo la protesta del popolo. Ecco il segno divino-umano: nel popolo, persino quello che dovrebbe esser mangiapreti, sorge una protesta che obbedisce a una legge che viene prima della legge, persino di quella ecclesiastica. La resurrezione di Cristo ha trascinato con sé la resurrezione di Antigone. Forse i cuori non sono stati mangiati dal nichilismo e dal clericalismo, e di questo almeno noi molokani ci compiacciamo.
Foto Ansa
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