
La pace non passa dal dialogo tra Trump e Kim, ma dai dazi contro la Cina
Il dittatore della Corea del Nord, Kim Jong-un, ha scritto una lettera a Donald Trump, chiedendo un incontro per trattare lo smantellamento del programma nucleare e missilistico del regime offrendo, come indice di buona volontà, una moratoria sui test atomici. Il presidente americano non si è fatto sfuggire l’occasione e per quanto il partner non sia affidabile, ha risposto di essere pronto a incontrarlo entro maggio. Ad aprile, invece, Kim vedrà il presidente sudcoreano Moon Jae-in. Il disgelo tra le Coree, e tra Pyongyang e Washington, è fondamentale per la pace mondiale, ma ancora di più lo sono i dazi che il tycoon americano ha introdotto ieri con un unico obiettivo: colpire la Cina.
GUERRA DEI DAZI. Ieri infatti il leader repubblicano ha firmato alla Casa Bianca il provvedimento che introduce tariffe del 25% sull’importazione dell’acciaio e del 10% sull’alluminio. La misura è estesa a tutti gli Stati, tranne Messico e Canada, ed è stato lasciato un piccolo spiraglio per «i paesi amici che ci trattano equamente». C’è spazio dunque per la «flessibilità», ma sarà ogni singola ambasciata a dover andare a bussare alla porta degli Stati Uniti per ottenere uno sconto o una misura alternativa.
L’UE RISPONDE A TONO. L’Unione Europea, dal canto suo, ha già studiato le ritorsioni stilando un elenco di prodotti made in Usa da colpire con tariffe ancora da definire. Il valore totale delle merci è pari a 2 miliardi e 830 milioni di euro, cioè un terzo rispetto all’export europeo soggetto ai dazi trumpiani. La lista contiene 187 voci, di cui 103 nel settore «ferro e acciaio» per un valore di 853 milioni di euro. Il resto viene da articoli tessili e agricoli. Ci sono semilavorati come barre, tubi, cavi e poi «motocicli», motori per le barche da diporto, jeans, maglioni di lana, tshirt, kit per il trucco da donna, riso, fagioli, sigarette e il Bourbon Whiskey del Kentucky.
ANACRONISMO MOTIVATO. Introdurre dazi nel mondo della globalizzazione e del libero commercio suona anacronistico come decidere di andare al lavoro con il calesse, invece che con l’automobile. Trump però non è pazzo e il suo è un tentativo estremo per cercare, con le cattive, di fare quello che con le buone non è riuscito ad ottenere: far rientrare la Cina, il vero avversario globale degli Stati Uniti, nei ranghi della legalità.
FIUMI DI ACCIAIO. Pechino vanta nei confronti di Washington un surplus commerciale di oltre 375 miliardi di dollari. Il Dragone è un grande esportatore di acciaio ed è la causa del calo dei prezzi che si è verificato in tutto il mondo. Il governo cinese promette dal 2009 di ridurre la sua sovracapacità produttiva, che riversa sul mercato inflazionandolo, ma da allora ha aumentato la produzione da 750 a quasi 1.200 miliardi di tonnellate. I pochi che hanno provato a protestare, sono stati zittiti. Le acciaierie del Dragone lavorano ovviamente in perdita ma il governo, violando una delle regole base dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), alla quale appartiene, le mantiene in vita con generosi contributi pubblici (quasi 10 miliardi solo nel 2016), che distribuisce solo alle aziende amiche violando il principio della “concorrenza equa”.
PECHINO BARA SEMPRE. La conseguenza di queste iniziative l’ha spiegata bene Trump ieri: «Negli anni abbiamo perso un terzo dei dipendenti nel settore dell’acciaio e due terzi delle società che operano nell’alluminio hanno chiuso. In un mese i cinesi producono la stessa quantità di acciaio che qui mettiamo insieme in un anno». Pechino, insomma, si presenta al tavolo da gioco come tutti, ma al contrario degli altri bara sempre, danneggiando tutti i giocatori. Tutti lo sanno, è il segreto di Pulcinella, ma nessuno sa come obbligare il regime comunista a rispettare le regole. E se si sgombra il tavolo dall’ipotesi della guerra, una possibilità è proprio la guerra commerciale.
ALTRO CHE “WIN-WIN”. Che le misure di Trump possano funzionare, ovviamente, è tutto da dimostrare. Secondo molti studi, l’introduzione dei dazi farà aumentare i costi di produzione e questo potrebbe causare la perdita di migliaia di posti di lavoro. Restano da vedere, poi, le contromosse della Cina. «Una guerra commerciale non è mai la giusta soluzione perché colpisce sia il promotore sia il bersaglio in un mondo globalizzato», ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri, Wang Yi. «La Cina darà una giustificata risposta. Noi speriamo che Pechino e Washington abbiano un dialogo costruttivo su basi paritarie e trovino una soluzione “win-win”». Troppo spesso nelle relazioni “win-win” della Cina, a vincere sono solo i cinesi. Ieri gli Stati Uniti hanno inviato un messaggio dall’altre parte del mondo: a queste condizioni non giochiamo più. Chi vincerà la prossima mano?
Foto Ansa
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