
La “nuova Russia” di Putin cancella anche Salamov

Proprio nei giorni in cui il “presidente eterno” Vladimir Putin ha annunciato la sua permanenza ad libitum sul trono del Cremlino, che verrà solennemente celebrata il prossimo 17 marzo 2024 alle elezioni presidenziali, un nuovo spiacevole episodio sottolinea quanto la “nuova Russia”, che nasce dalle ceneri dell’Ucraina infiammata da due anni di guerra, non vuole conservare la memoria di se stessa, ma sublimarsi in un regno apocalittico avulso dal tempo e dalla storia.
La Russia cancella la memoria di Salamov
Le autorità della Kolyma, la regione dell’Estremo oriente russo intorno al fiume omonimo tra Jakutsk e Magadan, hanno deciso di chiudere la stanza-museo dove il famoso scrittore Varlam Šalamov scrisse i Racconti della Kolyma, la più intensa narrazione della vita dei lager siberiani ai tempi di Stalin insieme ai libri di Aleksandr Solženitsyn e Vasilij Grossman. Il luogo del memoriale era predisposto nel villaggio di Debin, aperto dal 2005, nel centenario dello scrittore. Šalamov era stato ricoverato nella clinica locale, ormai stremato per la fame e i pesantissimi lavori forzati del lager, posto in una delle zone più fredde di tutta la Russia, dove la temperatura può scendere anche a 60 gradi sottozero. Gli attivisti della memoria dei dissidenti avevano organizzato il mini-museo all’interno della clinica, che ora è stata chiusa d’ufficio dal ministero della Salute della regione di Magadan, anche se la decisione è chiaramente arrivata «da più in alto», come confidano i funzionari locali.
L’edificio era uno dei più imponenti di tutta la Kolyma, e la sua importanza memoriale lo rendeva un “luogo sacro” di una memoria che oggi diventa sempre più fastidiosa per un regime che assomiglia molto a quello staliniano. Šalamov sopravvisse quasi per miracolo dopo il ricovero, quando arrivò come dokhodjaga (“essere infimo”) e ormai quasi “arrivato al socialismo”, le espressioni dei lager per definire una persona ai limiti della morte. Invece si riprese, e nella camera dell’ospedale si mise a scrivere poesie e racconti, pur essendo ancora un detenuto, che si diffusero attraverso i canali del samizdat per tutto il paese, giungendo fino in Occidente. Queste furono proprio quel genere di memorie che permettevano alla Russia di sopravvivere anche al terrore della dittatura, e alla pretesa di costruire un mondo nuovo, una nuova religione (pur ateista), una nuova definizione dell’uomo.
L’«inammissibile» testimonianza di Salamov
Il rumore sulla stampa per le condizioni del memoriale è stato considerato un intralcio alla retorica sempre più roboante che accompagna l’inizio della campagna elettorale per la rielezione della “guida suprema”, e i funzionari locali si sono spaventati per le possibili conseguenze. Il grande tema della rielezione dello zar esprime infatti la devozione obbligatoria per i “valori tradizionali” della Russia, che in realtà non riguardano le persone, ma solo le contrapposizioni ideologiche con il “grande nemico”, l’Anticristo dell’Occidente, come predica incessantemente il cappellano di Putin, il patriarca ortodosso Kirill. Il “valore personale” testimoniato da Šalamov e da tutte le vittime dei lager non è ammissibile laddove si esalta l’unione superiore della sobornost, l’espressione che apre alla contemplazione universale del “mondo russo”, l’unità dei popoli sotto la guida della “Santa Russia”.
Lo stesso edificio dell’ospedale di Debin, del resto, era stato costruito negli anni Trenta come orgoglio staliniano della “Kolyma del futuro”, con corridoi in cemento e batterie di riscaldamento di grande potenza, mobili di lavoro artigianale, e vi lavoravano medici di tutte le specializzazioni, presi tra gli stessi detenuti dei lager, con ben due reparti chirurgici e due per la cura della tubercolosi, e anche un intero settore femminile. Šalamov vi era finito dopo il secondo arresto nel 1937, ricevendo un’altra condanna a 5 anni per “attività controrivoluzionaria trozkista”, un’eresia antistaliniana che credeva nella rivoluzione da realizzare in ogni paese, invece di venerare l’esaltazione della Russia superiore del dittatore georgiano. È passato quasi un secolo, e la mancanza di fede nella Russia continua a essere perseguitata e oppressa.
Putin continua a censurare gli orrori sovietici
La cancellazione della memoria è un processo che si svolge parallelamente alla elevazione progressiva del potere putiniano, dagli inizi degli anni Duemila. Gli archivi del Kgb, e di tutti gli altri luoghi dove si trovano le testimonianze delle persecuzioni sovietiche, che erano stati messi a disposizione negli anni eltsiniani, si sono chiusi già verso la fine degli anni Novanta, e l’insistenza del recupero di queste memorie è stata considerata sempre più “offensiva” per un regime che considera invece necessario mostrare la continuità della Russia sovietica con le sue ipostasi precedenti, risalendo fino al Battesimo della Rus’ di Kiev, la grande motivazione teologica dell’attuale guerra in Ucraina.
Il 28 febbraio 2022, l’associazione umanitaria russa “Memorial”, motore principale della restituzione della dignità degli oppressi, è stata infine liquidata dal tribunale di Mosca, proprio nell’anno in cui ad essa è stato assegnato il premio Nobel per la pace. I suoi attivisti e collaboratori proseguono tuttora l’opera in condizioni di quasi clandestinità e di esilio, senza rinunciare a difendere la memoria dei diritti calpestati, come risulta dalle tante interviste e pubblicazioni recenti. Con questa decisione si è consumato simbolicamente il trentennio “post-sovietico”, per passare in modo esplicito alle condizioni della nuova Russia “neo-sovietica”. La chiusura è stata motivata con la violazione delle norme sugli “agenti stranieri”, che negli ultimi anni esprimono la vera natura del regime isolazionista e anti-occidentale della Russia putiniana.
Secondo tali norme, le organizzazioni che ricevono finanziamenti dall’estero per attività sociali, culturali e informative vengono iscritte in una “lista nera” e sono tenute ad auto-denunciarsi in ogni pubblicazione o manifestazione con la dicitura “questo contenuto è considerato agente straniero”, e i suoi membri sono soggetti a una serie di limitazioni. Alla motivazione ufficiale, la procura generale che sosteneva l’accusa ha aggiunto quelle di “diffamazione della memoria dell’Unione Sovietica, descritta come un paese terrorista” (l’antica accusa di “propaganda antisovietica”), e inoltre della “diffusione di false informazioni” e perfino di “induzione alla depressione” della popolazione, per giungere infine alle accuse oggi più in voga in tempo di guerra, il “discredito delle forze armate della Russia”.
La caccia ai nuovi “traditori”
La depressione dei russi è in effetti il sentimento dominante rimasto come eredità del crollo repentino dell’Unione Sovietica, che ha fatto fuggire tutti i “fratelli” delle altre repubbliche, perdendo lo status di superpotenza mondiale e sprofondando nella crisi economica e sociale. Da allora è rimasto quasi come subcosciente collettivo il desiderio di rivalsa, soprattutto nei confronti degli odiati occidentali e dei “traditori” da loro stipendiati, oggi identificati proprio negli “agenti stranieri” di cui Memorial era il padre putativo. Riemerge qui anche l’antica allergia russa a ogni forma di dissenso, che risale ai tempi del “giogo tartaro” e dei principi che si vendevano ai khan per ottenere dei vantaggi. Ai tempi sovietici, molti disprezzavano i dissidenti non per la loro contrarietà al regime totalitario, ma per la tendenza a “cercare gloria” presso gli occidentali, invece di soffrire insieme al popolo in attesa della redenzione.
Lo stesso Vladimir Putin era asceso al potere nel 1999, alla fine dei convulsi anni di Eltsin che aveva scelto l’Occidente come modello da imitare, finendo per rendere la Russia un paese impaurito dall’aggressività del capitalismo mondiale e umiliato fino alla sensazione di essere ormai ridotto ai minimi livelli economici e politici della comunità internazionale. Le prime parole di Putin da premier furono riassunte nella famosa frase di minaccia rivolta ai terroristi ceceni: «Li faremo fuori andando a prenderli anche al cesso», col gergo di strada (o piuttosto “di galera”, di leniniana memoria) che lo ha contraddistinto nel successivo ventennio di potere.
L’ideologia di Putin
Ora appare chiaro che il nuovo “zar il Terribile” non ce l’aveva solo con i ceceni, ma con tutti i nemici interni ed esterni della Russia, anzi del “Mondo Russo” (Russkij Mir), l’espressione usata da Putin per indicare lo spazio ex-sovietico e la grande comunità dei russi sparsi a tutte le latitudini. Dopo tante vicende drammatiche, e la ricerca spasmodica delle vie di ricostruzione della grandezza della Russia, nel 2020 l’erede degli zar e dei segretari del Pcus ha sintetizzato tutte le conquiste politiche e ideologiche nella nuova Costituzione, approvata nella tempesta mondiale della pandemia di Covid-19, con cui rendeva praticamente eterna la sua presidenza e consacrava le colonne della vera “idea russa”, che dall’antica Rus’ medievale giunge oggi a riprendersi il posto che le compete al mondo senza rinnegare nulla del proprio passato, neanche il secolo rivoluzionario dei lager e delle “grandi guerre patriottiche”, ma cancellando completamente la memoria delle sofferenze umane.
Il sigillo su questo disegno sarebbe la riconquista di Kiev, la prima storica capitale, l’esito che molti vorrebbero che si raggiungesse con la guerra in corso, anche se il risultato ottenuto è stato soltanto lo stato di guerra permanente a tutte le latitudini, che distrugge ogni vero sentimento delle persone.
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