La mia ora di integrazione

Di Rodolfo Casadei
22 Gennaio 2015
Ecco cosa vuol dire stare davanti al “diverso” per costruire un dialogo senza moralismo. Appunti di un inviato speciale tra i banchi di Portofranco

In questi giorni cupi tanti hanno tratto conforto dalle immagini dell’union sacrée francese: uomini e donne di tutti (quasi) i partiti politici, cristiani, musulmani e atei, che scendono in piazza insieme sotto le stesse bandiere, matite verso il cielo e “Je suis Charlie” scritto su di un cartello appeso al collo. Tanti si sono consolati pensando: «Quelli che vogliono la pace sono molti di più di quelli che vogliono la guerra». Ma la consolazione dura poco quando si ascoltano le voci che arrivano dai “territori perduti della repubblica”, come ebbe a definirli il titolo di un libro scritto nel 2002 da un collettivo di professori che raccontavano il razzismo, l’antisemitismo e il sessismo nelle scuole di banlieue. I quartieri periferici delle grandi città francesi sono pieni zeppi di potenziali emuli dei fratelli Kouachi. Bastava sintonizzarsi qualche sera fa sulla puntata di Servizio Pubblico di Michele Santoro (non esattamente una trasmissione populista xenofoba) per veder scorrere immagini riprese nel quartiere dei due terroristi. Si sentivano i loro compagni e coetanei prendere le loro difese ed esecrare come fascisti che se l’erano cercata i disegnatori di Charlie Hebdo trucidati. Il fallimento del modello francese dell’integrazione degli immigrati attraverso la scuola laica è apparso in tutta la sua enormità.

Lo spettatore in cerca di rassicurazioni avrà pensato: «Quella è la Francia, da noi per fortuna non è così». Errore. La differenza fra la Francia e l’Italia è solo di quantità (per ora), non di sostanza. In un altro filmato della stessa trasmissione santoriana, sono apparsi gli amici di Anas al-Italy (foto sotto a sinistra), l’ex rapper italo-marocchino di Vobarno (Brescia) che è andato a combattere e a morire con l’Isis in Siria l’anno scorso. Anche loro hanno giustificato la scelta del ragazzo, e in particolare il rapper marocchino Dr. Domino, al secolo Amine Mokdar, ha spiegato che è proprio la scuola il luogo dove i giovani musulmani si sentono osteggiati e discriminati. «Finché sei piccolo tutto va bene e non ti accorgi di niente, ma quando arrivi alle superiori le cose cambiano: ci sono quelli con la testa rasata, ci sono quelli che ti rinfacciano il fatto di essere marocchino».

La promozione di Marco
La situazione è davvero paradossale, perché tutti sono d’accordo che l’integrazione (in Francia la parola è già considerata politicamente scorretta, e si usa piuttosto l’espressione “il vivere insieme”) passa attraverso l’educazione. Tutti sono d’accordo che gli anni trascorsi a scuola sono quelli che modellano in modo decisivo la personalità: nel romanzo di Michel Houellebecq, Sottomissione, anche i Fratelli musulmani, saliti al potere in un governo di coalizione, chiedono per sé il ministero dell’Educazione, perché «la vera posta in gioco sono i bambini e la loro educazione». Ma se guardiamo a paesi pur dotati di sistemi scolastici molto qualificati come Francia e Gran Bretagna, vediamo che i risultati sono fallimentari.

Per fortuna esperienze positive in Italia esistono. Da due anni collaboro con Portofranco, un luogo di aiuto allo studio per studenti delle superiori in difficoltà. Ogni anno 1.700 studenti usufruiscono di migliaia di ore di lezione personalizzata da parte di 500 volontari, perlopiù universitari o docenti in pensione. I giovani stranieri iscritti sono meno di un terzo del totale, ma sono almeno la metà di quelli che poi realmente frequentano i corsi. A me, che mi rendo disponibile per lezioni di italiano, storia e filosofia, per una specie di legge del contrappasso (ho battuto in questi anni quasi tutti i paesi del Nordafrica e del Medio Oriente per reportage sull’islam politico e sui cristiani perseguitati da estremisti islamici) capitano quasi sempre ragazzi e soprattutto ragazze musulmane. Anche se il mio più grande successo è stato Marco, un giovane cristiano egiziano che tutti – compreso lui stesso – consideravano un caso disperato, e che invece si è diplomato col quinto voto più alto della sua classe.

portofrancoPortofranco cambia in meglio sia chi dà – i volontari – sia chi riceve – i ragazzi. Lo si vede dai risultati scolastici, ma non solo da quelli. Posso affermare con una certezza vicina al 100 per cento che da loro non verranno fuori estremisti religiosi, o gente che rigetta in blocco la nostra società e che pratica il rancore identitario. A Portofranco i ragazzi incontrano persone che li fanno sentire importanti non perché si interessano alle loro origini o alla loro cultura. Ma perché danno gratuitamente il proprio tempo per loro. L’autostima dei ragazzi cresce impetuosamente perché scoprono che adulti italiani di estrazione religiosa diversa dalla loro li considerano abbastanza importanti e interessanti da dedicare loro gratuitamente ore di serio lavoro.

L’altra cosa che colpisce tantissimo questi adolescenti è vedere degli adulti che si tuffano nelle pagine di storia, di letteratura, di chimica o di inglese con lo stesso entusiasmo con cui si tufferebbe in piscina con gli amici. Vedono qualcuno che trae godimento dalla conoscenza delle cose e dalla relazione con le personalità del passato: scrittori, poeti, personaggi e popoli della storia. Capiscono che per essere non basta dichiarare di avere un’identità: occorre uscire da se stessi e andare incontro a ciò che è fuori di noi. Capiscono che l’identità non si afferma nel ripiegamento e nella rivendicazione, ma si realizza nel rapporto con la realtà, nell’uscire da sé per abbracciare ciò che è fuori da noi, persone e saperi. Allora tutto diventa nostro, ci appartiene, e questo nuovo avere ci permette di essere. Ricordo che quando spiegavo la Rivoluzione russa o il fascismo, Marco mi guardava incantato. Poi diceva: «Prof, si vede che queste cose le sente sue, si vede che c’entrano con lei». E io allora capivo che ce l’avrebbe fatta.

Dunque non si tratta di incoraggiare i ragazzi a manifestare la loro diversità, di “dialogare” con loro sulla base delle rispettive differenze, di “riconoscere” la loro identità. Queste sono cazzate moralistiche e sociologiche. Il vero riconoscimento, il vero dialogo avvengono su tutt’altra base: il fatto che loro si accorgono che tu parti da un’ipotesi positiva su di loro, che hai uno sguardo valorizzante su di loro che dice: «Non so nulla di te, non conosco la tua storia, non so se riuscirò a capirti, ma sono certo che in te c’è una positività e una capacità di costruire e sono qui perché voglio che vengano fuori e cambino la faccia del mondo».

@RodolfoCasadei

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9 commenti

  1. Raider

    Caro Casadei,

    mi rivolgo a lei sperando che qualcuno, fra quanti vorranno leggere quel che scrivo, possa avere di che riflettere a partire da un’esperienza come la sua: ma anche nella convinzione che a “Tempi.it” non valgono gli interdetti del politicamente corretto che falsano il dibattito pubblico, ledono la libertà di opinione e di espressione e risolvono il confronto nella recita di un copione già scritto.
    La sua esperienza con giovani immigrati che frequentano corsi scolastici è un aspetto del problema più vasto dell’immigrazione e dell’integrazione: il fatto è che si fa in modo che arrivi qui tanta genre che si aspetta strutture di ogni genere, lavoro per tutti, servizi gratis, pensioni per gli anziani che sbarcano o sono fatti giungere qui da noi con i ricongiungimenti illimitati, ecc… Invece di consentire l’ingresso a chi dispone di un contratto di lavoro cui chi vuole lavorare – lavorare: non stabilirsi a vita: a fine contratto, a casa, con un gruzzolo con cui avviare un’attività nel Paese d’origine o aspettando un’altra occasione di lavoro in Occidente – potrebbe accedere tramite le nostre ambasciate e consolati, si fa arrivare qui quanta più gente è possibile e poi, tanto, si vedrà.
    Io ho visto e ne ho riferito su questo blog e lo dico anche a lei perché si tratta di qualcosa – potrei farle altri esempi, però – che mi consta di persona: il figlio di un mio cugino stava per essere assunto da una piccoal azienda a 900/1.000 euro al mese. Sennonché, la Regione Sicilia o qualche funzionario comunale, che passa 300 euro al mese a ognuno degli immigrati sparpagliati nei paesi dell’entroterra, ha pensato bene di chiedere all’azienda di assumere tre di questi ragazzi, che non sarebbero costati nulla all’azienda: e così, tre africani che sono qui senza permesso di soggiorno, senza un tittiolo di studio, senza conoscere la nostra lingua, che non hanno fatto altro, da quando sono arrivati, che stare in piazza felici e contenti a farsi selfie e succhiare musica da un auricolare, vestiti a festa, felpe e Nike ai piedi, lavorano; e il figlio di mio cugino e i pochi ragazzi che non se ne sono ancora andati, sono a spasso. A me, non sembra giusto.
    In ogni caso, ammetterà che il titolo di studio non garantirà nemmeno ai ragazzi che istruisce lei un posto di lavoro da togliere a qualche ragazzo o ragazza italiani da sempre, nati e cresciuti qui, in famiglie che non hanno dovuto imparare a essere italiane o a convivere con gli italiani. E il problema non è solo questo, se vogliamo limitarci a quello che i ragazzi, italiani e figli di immigrati, imparano a scuola.
    L’altro giorno, mio nipote – al primo anno delle Superiori – studiava un capitoletto del libro di religione che hanno in classe. Manco a farlo apposta, era la parte che presenta le religioni non cristiane: e mio nipote stava studiando l’islamismo, spiegato in capitoletti colorati, ricchi di immagini e con testi e didascalie della lunghezza di un tweet. Gli occhi mi cadono su questa frase: “Alla morte di Maometto, a succedergli nella guida dei credenti fu Abu Bakr. Con Abu Bakr, l’Islamismo si diffuse in tutto il Medio Oriente.” Capito? Si diffuse. L’Islamismo si diffuse. Come per contagio o grazie all’eloquenza di Abu Bakr e degli altri predicatori al seguito.
    Le faccio solo questo esempio di storia purgata, depurata, emendata non sulla base di criteri storiografici, scientifici o di semplice verosimiglianjza, ma secondo gli imperativi dal politicamente corretto. Questa forma di censura e autocensura è più grave del saggio di tolleranza che ci è stato impartito nella sede di Charlie Hebdo: ma è ancora niente. Dobbiamo sentire, quando saranno abbastanza forti da insegnarcela loro, cosa ci racconteranno gli immigrati: soprattuto, si capisce, quelli islamici, che la storia di Abu Bakr la conoscono bene.
    E non voglio nasconderle, in ogni caso, Islam o no, che l’idea di un’Europa sempre più ‘meticciata’ non mi piace. Quello che viene fatto per convincerci che sarebbe più varia – e non è così: guardo le figlie della Kyenge, i figli di Bill De Blasio o Dieudonné M’bala M’bala, nome così tipicamente francese o europeo: e vedo come saranno di qui a qualche generazione: meno vari, meno colorati, tutta una united colors a tinta unita – o che questo è il nostro ineluttabile destino: e so che stanno mentendo come non hanno problemi a mentire fin dall’età scolare.
    Non so se vorrà risponderemi, ma la ringrazio per l’attenzione che vorrà concedermi e le auguro buon lavoro.

    1. Hajduc

      Ah caro Raider che vuole farci abbiamo la classe politica più xenofila d’Europa… ce ne sono tante di storia come quella che racconta nel suo post! D’altronde che altre agevolazioni possiamo dare agli stranieri? ora che agli immigrati sia comunitari che extracomunitari possono accedere ai posti nel pubblico impiego! Un paese con 7 milioni di persone che potrebbero lavorare ma non lavorano tra disoccupati, “neet” e inoccupati che si sono rassegnati a non cercare più lavoro che va a prelevare centinaia di migliaia di clandestini (o profughi migranti “popoli” in fuga da non si sa bene cosa se preferisce parlare in neo-lingua! Quando poi le inchieste portano alla luce il business in certi casi puro mafioso che c’è dietro al l’accoglienza allora si capisce che forse c’è un senso è una logica dietro quello che vediamo accadere giorni dopo giorni sotto i nostri occhi e finché non si reciderà il legame perverso tra la politica è questo business loro continueranno dilapidando i risparmi alla spesa pubblica realizzati a suo di tagli!
      Da un po’di tempo a questa parte non riesco neanche più a leggere questa continua marea di notizie perché fa male vedere il proprio paese suicidarsi con la complicità di quei “sindacati” e forze politiche che dovrebbero difendere u più deboli. Quando scopro che nella mia regione (il Veneto) tra i boschi del bellunese invece che fungaroli incalliti si nascondono mujahideen. Che gli “aspiranti profughi” mettono sottosopra un centro d’accoglienza perché non dotato di abbonamento a Sky/Mediaset premium per seguire le partite della coppa d’Africa!
      Non me la sento di consigliare ai suoi parenti di venire qui perché se ne vedono arrivare spesso dalla Calabria Puglia Sardegna e anche Sicilia ma tanti dopo qualche mese tornano a casa o passano oltre perché noi siamo terra di confine e più in la c’è l’Alto Adige e l’Austria o ancora la Germania. Si sente la vicinanza dell’Est con molti slavi, rumeni russi (finché non sono arrivate le sanzioni anche facoltosi…)
      Ma per me siamo solo all’inizio c’è l’Ucraina alle porte dell’Europa, la Turchia (il cui ingresso in Ue è fortemente sostenuto dal nostro governo) che insieme dovrebbero fare quasi cento milioni di abitanti e mica tanto ricchi mi pare!

      1. Raider

        Cosa vuole che le dica, caro Hajduc? Che mi consola sapere che queste cose, che siamo tutti o quasti tutti a pensare, non sono il solo a dirle. E si tratta solo di una parte infinitesima della assurdità che dobbiamo sorbirci e che, soprattutto, i nostri ragazzi devono subire, venendo privati dalla scuola che dovrebbe formarli di ogni possibilità di difesa intelettuale, culturale e morale delle proprie ragioni e dei propri diritti.
        Sul Veneto sono abbastanza informato perché ho qualche amico delle mie parti che vive da voi, a Padova; e altri amici veneti d’origine che, pensi, pur essendo di Sinistra, ammettono di avere assunto posizioni ideologiche preconcette e irresponsabili (anche) in tema di immigrazione – in omaggio all’internazionalismo proletario, cinico e ottuso (sulla linea del “tanto peggio, tanto meglio”, “far esplodere le contraddizioni del sistema”, ecc…) o a un ecumenismo irenistico superficiale e liquidatorio/liquefatto (e duole dirlo, il Concilio vuole la sua parte). Anche alcuni amici miei di Sinistra che insegnano l’italiano a giovani nigeriani, ghanesi, maliani, congolesi cominciano a rendersi conto che le parole d’ordine di partito e le direttive Ue sono da sui-genocidio assistito: una cosa mai, mai vista nella storia umana. che, pure ne ha viste tante.
        Non vado avanti, non perché tema di ripetermi, ma perché le cose da dire sarebbero tante e non saprei neppure da dove cominciare. Ma grazie a lei e a pochi altri, so che in Italia c’è ancora gente che non è disposta né a adeguarsi al Pensiero Unico né a rinunciare a esprimere ciò di cui è convinta.
        Un abbraccio.

    2. antonio

      ” si tratta di un problema NOSTRO ( l’integrazione a scuola degli extracomunitari ) e non LORO . ,,si sta parlando della nostra società futura, destinata a diventare sempre più meticcia ( negarlo è antistorico) ” da un newspaper del gruppo di opposizione – di sinistra extra PD – del mio comune.

      1. Raider

        Antonio, ha fatto bene a ricordarlo, sappiamo che questa Sinistra extra-large a qualcuno deve regalarlo o offrirlo in oblazione, questo Paese: al comunismo sovietico, ai bei dì, che non rinverdiscono; oggi, all’Islam, che verdeggia di suo. La storia gli ha dato torto: e hanno torto anche stavolta. Ma quello che hanno ottenuto, con la complicità attiva dei nostri governi e degli eurocrati fondatori di questa Unione europea contro nazioni e popoli dell’Europa; e d’amore e d’accordo con sceicchi con l’arma petrolifera in pugno, non può cambiare.
        La logica del fatto compiuto è, in effetti, difficilmente reversibile: tanto che, per quel poco che mi riguarda, mi sono sempre battuto contro politiche che miravano al melting pot deciso a tavolino e imposto oper legis per ragioni di principio, non contro l’immigrazione in quanto tale, a termini di contratto e poi, a casa. E comunque vada la storia, io sono contro quelli che ci vogliono fare credere che le leggi dela storia sono ineluttabili proprio perché fanno leggi e emanano direttive proprie di un regime a Pensiero Unico che combatterò con tutte le mie forze, come potrà e finchè potrò.

  2. Nino

    @Ale: docenti che guadagnano 1.300 euro al mese, senza gratificazioni, senza nuovi contratti, senza prospettive. Cosa ha fatto l’Italia negli ultimi 20 anni per cambiare le cose? niente!

    1. Giannino Stoppani

      Chissà quanti dei i tre milioni e passa di disoccupati sarebbero disposti ad accettare codesti miseri 1.300,00 euri al mese…

      1. Nino

        Assolutamente d’accordo, qualunque disoccupato farebbe carte false. Però qui stiamo parlando di persone laureate, che hanno investito tempo ed energie sul loro futuro, ed alle quale si chiede di investire ancora tempo ed energie per restare al passo con i tempi, per guadagnare di fatto la stessa cifra di un operatore ecologico (con tutto il rispetto per gli operatori ecologici). In un contesto in cui la meritocrazia non è mai stata premiata e si è scelto un completo appiattimento della professionalità. per cui il buon insegnante è trattato esattamente come l’insegnante incapace.

        E ciononostante la mia (piccola) esperienza mi dimostra che molti docenti fanno ben più del proprio dovere ottenendo soddisfazioni morali (che valgono molto, ma con le quali purtroppo non si mangia), così come ci sono quelli che vivacchiano alla bene e meglio, ovviamente

  3. ale

    Avere esperienze positive con i docenti è sempre un fatto positivo. E tutti , italiani da generazioni o nuovi italiani, dovrebbero trovare nelle scuole insegnanti motivati a far amare la conoscenza ed il sapere, per portare l’individuo ad amare se stesso , nel modo giusto, ed il prossimo. Ormai è palese in tutto l’occidente che il modello di scuola attuale non va bene ed è necessario partire dalla scuola per cambiare la società del domani. Il terrorismo si può vincere con i libri meglio che con le armi . Ma dove sono i docenti, motivati e preparati , per aprire quei libri e farli amare ai ragazzi di oggi e uomini/donne di domani?! Servono soldi .

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