
La manovra penalizza le imprese italiane

Caro direttore, un’impresa su due ha difficoltà nel reperire figure tecniche specializzate. Le più ricercate nelle Pmi italiane sono periti, tornitori, fresatori; basta entrare nelle fabbriche e scoprire livelli di tecnologia, di pulizia degli ambienti, e macchinari di primissimo livello. È un richiamo alla politica ma anche al mondo dell’istruzione che dovrebbe essere in grado di trasferire alle banche anche una cultura di impresa in grado di incrociare realmente i fabbisogni delle imprese se vogliamo che l’Italia sia ancora un paese manifatturiero. Per questo è indispensabile investire sulla formazione 4.0 che non significa solo incentivo economico ma anche investimento in cultura, in alternanza scuola-lavoro, in alto apprendistato di cui, purtroppo, sembra non esserci traccia nella legge di bilancio. Un errore madornale. Ridurre le ore di alternanza è come riavvolgere il film che ha visto fare passi avanti per avvicinare i profili di chi lavora in azienda alle esigenze di sviluppo delle imprese e del Paese ed è grave che si cancellino un’opportunità di maggiore occupazione di crescita umana, professionale, sociale. Secondo l’analisi del World Economic Forum, nel giro di cinque anni cesseranno di esistere 75 milioni di posti di lavoro, ma altri 133 milioni verranno creati. Un saldo netto attivo di 58 milioni. Ma non meno del 54 per cento dei lavoratori attuali avrà bisogno di essere riqualificato o di aumentare le proprie competenze.
Negli ultimi anni abbiamo visto succedersi cinque governi che hanno varato leggi e normative poco efficaci per creare sviluppo. Il lavoro non si crea per decreto, ma si può a volte distruggere per legge. Con riferimento alla recente manovra, sarebbe poi necessario essere prudenti sul reddito di cittadinanza: prima serve una riforma dei Centri per l’impiego. Poi il termine in sé, reddito di cittadinanza, è una definizione fuorviante, sarebbe preferibile definirlo sussidio di disoccupazione. La proposta, per come si configura, è prima di tutto un errore concettuale e culturale che discende da una visione arrendevole. Questa è la visione di chi sceglie la sussistenza invece dell’acquisizione di abilità nuove e più alte della formazione continua, del merito. Non dimentichiamo che oggi il confronto è sul terreno delle competenze tecniche ma anche trasversali, non dei vicini di casa ma di persone da tutto il mondo anche quelle formate nelle migliori Università dall’altra parte del globo. Al di là della sostenibilità economica della misura, preoccupa il messaggio lanciato al Paese e soprattutto ai giovani che oggi, forse per la prima volta nella nostra storia, non possono dare per scontato il miglioramento delle condizioni di vita rispetto alle generazioni precedenti. Sostenere che la soluzione alle difficoltà si trovi in un assegno mensile per non lavorare sembra irrispettoso degli italiani, delle loro ambizioni, delle nostre competenze e del saper fare, della nostra tradizione. Sicuramente la risposta alla crisi, l’aiuto alle fasce più deboli può venire solo dal lavoro e dalle imprese. È inammissibile dire ad un popolo laborioso e dalla tradizione industriale gloriosa che aspettare è meglio di agire. Perché il reddito di cittadinanza in fondo è questo. Questo comporta poi che per dedicare risorse al cosiddetto reddito e pensione di cittadinanza e a “quota 100” (che consente la fuoriuscita anticipata di competenze di altissimo livello fondamentali nelle aziende) si rischiano ulteriori tagli su sanità, scuola, assistenza, pensioni, lavoratori pubblici, investimenti. Una manovra che sinora ha prodotto effetti devastanti sullo spread arrivato sino a quota 335 (adesso sotto i 300 punti) con conseguenze che potrebbero rivelarsi dannose per la nostra economia.
Sulla pressione fiscale si passi a quella degli oneri che gravano su costo del lavoro e dell’energia per poter alleggerire i costi di produzione delle nostre imprese rendendole più competitive.
Se lo Stato con questa manovra riuscisse anche parzialmente a soddisfare le esigenze evidenziate dagli imprenditori, le aziende con l’assunzione di una sola “mezza persona” a testa, potrebbero eliminare il problema del personale da occupare. Le imprese possono e vogliono tornare ad investire ma le tasse incidono sulle nostre imprese per circa il 65,5 per cento degli oneri totali. Solo così gli imprenditori percepirebbero un clima meno ostile e più competitivo del sistema Paese. Ci si aspetta che lo Stato tassi gli utili, ma non il lavoro. Il 2,4 per cento di deficit (o il 2,2) si giustifica solo aiutando le Pmi e sostenendo gli investimenti, altrimenti l’economia non riparte e si crea disoccupazione. Ma questa manovra non va nella giusta direzione e rischia di esporre il nostro Paese a rischi economici e finanziari preoccupanti.
Francesco Megna via email
Foto lavoro da Shutterstock
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