
La libertà di educazione non è questione per specialisti

Caro direttore, davvero meritevole l’iniziativa di Tempi di ridare ossigeno al dibattito sulla libertà di educazione nel nostro Paese! Per farlo, non si limita a gettare un sasso nello stagno, ma spara una raffica di articoli, tentando di sollevare un piccolo tsunami…
Ci vuole, purtroppo, perché come avrete visto dai dati recentemente pubblicati dal Miur, gli studenti delle scuole paritarie continuano a diminuire inesorabilmente.
Pochi anni fa erano oltre un 1 milione e centomila, oggi sono 880 mila.
Cosa sta accadendo? Basta la spaventosa flessione demografica in atto a giustificare una simile débâcle? O è il risultato della crisi economica che ha travagliato il paese dal 2008 in avanti? Sicuramente entrambi i fattori, ma a mio parere non sono queste le cause più preoccupanti e decisive.
La mia impressione è che stia venendo a mancare un popolo.
La famiglia, che è il luogo in cui il desiderio di educazione (buona e libera) dei figli dovrebbe essere custodito, è sempre più in crisi. E la società è sempre più statalista, a dispetto di ogni proclama libertario.
In più – e qui si va a toccare un tasto delicato e doloroso – si è indebolita non poco la coscienza dell’importanza della libertà di educazione nel popolo cristiano.
Non giriamoci intorno: negli ultimi decenni del ventesimo secolo, la battaglia per la libertà di educazione è stata portata avanti dalla Chiesa, e in particolare da un movimento ecclesiale che ne aveva fatto una sua bandiera, grazie alla straordinaria sensibilità educativa del proprio “fondatore”, don Luigi Giussani: «Toglieteci tutto, fateci andare in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare».
È ancora così? Non ne sono sicuro, ahimè. Oggi pare che “statale o paritaria non importa, basta che sia buona”; oggi occorre dialogare, mediare, valorizzare. La scuola paritaria, addirittura, rischia di essere considerata “un muro”.
Qualche decennio fa (nel 1999), senza legge di parità scolastica, senza contributi dallo Stato, in un clima sociale assolutamente contrario alle scuole “private” e ancor più alle cosiddette scuole “dei preti”, in centinaia di migliaia di persone – studenti, insegnanti e genitori delle scuole cattoliche – andammo in piazza san Pietro a gridare «libertà – libertà!».
E poi a questa seguirono altre dirompenti iniziative pubbliche e dibattiti infuocati, ma soprattutto accadde che tantissime famiglie si rimboccarono le maniche per far nascere e crescere scuole libere, convinte che la libertà di educazione sia un bene primario da difendere ad ogni costo.
Oggi non sembra più così. Non so quanti giovani cattolici e anche del movimento di Cl (come ero giovane io e tanti altri come me che parteciparono a questa battaglia) abbiano davvero a cuore quanto don Giussani ci ha voluto trasmettere sulla libertà di educazione; non so quanti siano davvero consapevoli dell’importanza imprescindibile che ha per la nostra vita personale e sociale.
La parità pare ormai essere questione per addetti ai lavori e per quei pochi politici che ancora ci credono, mentre l’uomo della strada – il cattolico “della strada” – se ne interessa sempre meno, curandosi di questioni che sembrano più urgenti.
E le famiglie, quelle che sopravvivono all’onda d’urto del relativismo e del nichilismo edonista, si trovano sempre più isolate e in difficoltà, anche dal punto di vista culturale. Del resto, perché preferire una scuola con una identità ben connotata, perché soprattutto pagare e fare sacrifici, quando tutto mi dice che ogni ideale, ogni credo, ogni certezza, è solo fonte di scontri e costruisce muri? Molto meglio, forse, dormire sonni tranquilli tra le braccia di mamma-Stato. Tanto più che la ninna-nanna è gratis…
Non vuole essere, questa mia lettera, un atto di accusa. Anzi, spero di sbagliare analisi. Desidero solo, come voi, gettare un masso nello stagno e collaborare a ri-suscitare un’onda di dibattito, di consapevolezza e di azione popolare.
La libertà di educazione non è questione per specialisti. È semplicemente la condizione perché ciascuno di noi possa vivere in una società più umana e più costruttiva.
Marco Lepore, via email
Foto Ansa
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