
La lezione del caso Schwazer in uno slogan: più realismo, meno moralismo

Ci sono voluti quattro anni e mezzo per appurare che Alex Schwazer non fece uso di doping nel 2016. Può sembrare un’eresia dirlo, ma – visto come vanno le cose in Italia – non si è nemmeno aspettato “troppo”: c’è anche a chi è andata molto peggio. La storia del marciatore altoatesino è uscita dal cono d’ombra in cui era finita negli ultimi anni grazie all’archiviazione da parte del tribunale di Bolzano del procedimento penale «per non aver commesso il fatto». Si chiude così, almeno, una parte della vicenda, anche se rimane la squalifica di otto anni comminata dalla giustizia sportiva, contro la quale Schwazer ricorrerà, nella speranza di poter tornare a gareggiare, magari per quelle Olimpiadi che già vinse a Pechino nel 2008.
Schwazer ha avuto a disposizione qualche minuto sul palco del Festival di Sanremo per raccontare la sua storia e noi, che seguiamo le sue vicende da qualche anno, siamo stati contenti per lui. Al tempo stesso, non possiamo fare a meno di notare che non basta il lavacro purificatore della comparsata tv per rimettere a posto le cose, tranquillizzare le coscienze e poi, via, cambiare canale fino alla prossima gogna. Per completarsi, la catarsi non può ridursi a una grande autoassoluzione collettiva a favor di telecamere.
Se Schwazer l’ha – parzialmente – scampata, è infatti grazie solo a un gip, Walter Pelino, che ha cercato di capire come fossero andate le cose e non si è arreso a soluzioni di comodo, ma ha tenacemente sfidato poteri importanti (quello della Iaaf, quello della Wada, i due massimi organi internazionali dell’atletica e dell’antidoping) per accertare i fatti. Accertare i fatti, tutto qui; non si dovrebbe chiedere altro a un giudice. Eppure fa un po’ impressione constatare che, almeno per quanto riguarda i processi che guadagnano le prime pagine dei giornali, non vada sempre in questo modo. Anzi, di solito va nel modo opposto con giornalisti che scrivono non articoli, ma sentenze di tribunale.
Soprattutto, ed è la seconda lezione del caso Schwazer, quando questi processi finiscono per avere una certa rilevanza pubblica, l’informazione italiana segue lo schema fisso “applausi, sputi, lacrime”, come efficacemente sintetizzato dal Foglio. Fase uno: applausi per la prestazione sportiva (ma vale anche per la politica, la musica, quel che volete voi). Fase due: sputi sul reprobo per il presunto errore. È il momento dell’esplosione di bile, quello in cui, in base a qualche indizio, si pronuncia la sentenza sui giornali prima che essa sia stata emessa da un tribunale. Di solito dura tanto quanto il nostro personaggio rimane sulla scena, poi per lui c’è la lunga fase dell’oblio in cui viene perlopiù dimenticato. La fase tre, le lacrime, non arriva per tutti. Anzi, statisticamente, non arriva proprio. A molti, si pensi soprattutto a tanti politici condannati sui giornali e poi riabilitati nelle aule dei tribunali, il “lavacro sanremese” non è nemmeno concesso. Per loro vale solo la regola del sospetto, della condanna preventiva (magari con qualche mese in cella in carcerazione preventiva), dell’oltraggio perpetuo.
Se la storia di Schwazer ha avuto altro esito è solo per merito del giudice Pelino e della determinazione del marciatore che non si è mai arreso a essere condannato per un crimine che non aveva commesso. Ma, se si vanno a sfogliare i giornali di questi ultimi quattro anni e mezzo, di titoli sull’innocenza dell’atleta italiano non se ne trovano molti. Eccezion fatta per le cronache del nostro amico Nando Sanvito (che portò Schwazer e l’allenatore Sandro Donati anche al Meeting di Rimini nell’agosto 2019) e, si parva licet, anche di Tempi (per il quale il nostro scrisse un Te Deum già nel gennaio 2017), il resto è carta bianca. Cioè manco una riga o un trafiletto nelle pagine interne. Eppure sarebbe bastato, come tante altre volte, non affidarsi solo alla narrazione dominante, al giudizio preventivo, alla tentazione di credere solo alla versione più fegatosa e clamorosa, ma cercare di ragionare, capire, raccontare. Cioè, in uno slogan: meno moralismo, più realismo.
Foto Ansa
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