La “Fiducia supplicans” offre uno sviluppo al senso (pastorale) delle benedizioni

Di Emanuele Boffi
22 Dicembre 2023
Lettera dopo il nostro articolo sul documento del Dicastero per la Dottrina della fede sulle coppie irregolari e omosessuali. E nostra breve risposta

Gentile direttore, la Dichiarazione Fiducia supplicans (FS), recentemente pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della Fede, offre uno sviluppo interessante sul senso (pastorale) delle benedizioni. Ogni testo è sempre migliorabile: tuttavia i testi del magistero ecclesiale vanno letti sempre nell’ottica di uno sviluppo della fede, nella continuità di un cammino che è fedele a sé stesso e che pure evolve in continuazione. A volte i passi suggeriti sono facili ed immediati, a volte meno agevoli e più esigenti.

Una novità nella continuità

Questa Dichiarazione, benché contenga chiari elementi di novità, si pone in sostanziale continuità con il noto Responsum del Dicastero sulla possibilità di benedire le unioni di persone dello stesso sesso. Quali erano i punti centrali di quel Responsum, o meglio della sua Nota esplicativa? In linea generale, quattro: 1) la liceità di benedire ciò che è ordinato a servire i disegni di Dio; 2) la possibilità di benedire le persone e non le unioni; 3) il fatto che Dio benedice i peccatori ma non il peccato. Inoltre – e questo è un punto importante – 4) si diceva nel Responsum che la presenza di elementi positivi in una relazione omofila non è sufficiente per renderla legittima e quindi oggetto di una benedizione, perché ciò contraddirebbe “la verità del rito liturgico” e l’essenza dei sacramentali.
Con la Dichiarazione si confermano i primi due punti, rilevabili in buona sostanza nel testo; si approfondisce la comprensione del terzo e si offre un diverso intendimento del quarto. Tale sviluppo, relativo in particolare al terzo e quarto punto, proviene da una esplicita volontà del Papa al riguardo, il quale, rileggendo il precedente Responsum, ha invitato il Dicastero a fare un passo oltre quanto già stabilito.
Anzitutto, nel suo senso di fondo, la Dichiarazione conferma il fatto che Dio, per sua natura, non può benedire il peccato. E, perciò, dice che la Chiesa non può benedire, con rito liturgicamente fissato, “cose, luoghi o contingenze che siano in contrasto con la legge o lo spirito del Vangelo” (FS 10). Ma il testo va oltre, perché fa comprendere che laddove c’è il peccato, sia nella persona che nelle relazioni, non c’è soltanto il peccato. Perché il peccato, laddove è presente, non esaurisce né definisce tutto lo spazio della persona umana e dei suoi rapporti, la cui realtà eccede ed è sempre più grande degli atti peccaminosi che ha commesso e persino delle relazioni peccaminose che intrattiene.
È questo un guadagno importante, da tenere sempre presente, che segnala quanto la realtà della persona umana, nella sua originale positività, è sempre più grande di ciò che fa e mai è totalmente assimilabile ai suoi sbagli. Pertanto, anche le sue relazioni sbagliate non sono mai del tutto ed esclusivamente peccaminose e negative, poiché l’uomo è parte eminente di una Creazione che, benché ferita, rimane ultimamente sana, positiva e destinata al bene.
Su questo punto, in un tempo in cui l’uomo viene ridotto invece a ciò che fa, ed in cui coloro che sbagliano spesso vengono visti come definiti completamente dai loro sbagli, l’insegnamento degli ultimi tre Papi, Giovanni Paolo II, Benedetto e Francesco, ristabilisce la realtà delle cose. Il peccato c’è, ferisce la persona ma non è né la prima né l’ultima parola! Esiste la misericordia di Dio, che ha un nome, Gesù Cristo, e che pone continuamente un limite al male nella storia; storia nella quale, dunque non esisterà mai un male assoluto e definitivo.
Nella persona e nelle sue relazioni esistono, infatti, degli “elementi positivi” (FS 28) che nessun peccato, per quanto grave, può cancellare. E rimane vero che, a volte, tali elementi positivi non sono in grado di legittimare e rendere regolari (“coonestare”, diceva il Responsum) delle relazioni che non possono esserlo. Tuttavia quegli elementi rimangono e sono come un patrimonio di bene che, come una promessa incancellabile, testimoniano l’ultima positività che costituisce la sostanza della persona umana e la sua irrevocabile destinazione al bene.
Questo fatto ci aiuta a comprendere lo sviluppo ulteriore della prospettiva offerta dalla Dichiarazione rispetto a quella del Responsum. Quest’ultimo diceva che la presenza di questi elementi positivi non è sufficiente per rendere le relazioni, cosiddette irregolari, oggetto di una benedizione, perché contraddirebbe il significato di un “rito” che in qualche modo consacra ed approva l’oggettiva positività di una relazione. Qui la Dichiarazione, se da una parte conferma quanto asserito nel Responsum, dall’altra, apre lo spazio per un passo ulteriore.
Laddove ciò è possibile, questo passo ci invita ad offrire la “carità” di un gesto che non ha lo scopo di giustificare nessuno status o rivendicazione, ma solo di aprire e disporre ad incontrare la mano tesa del Signore verso i peccatori. È un gesto di speranza e che alimenta la speranza! E che aiuta a riconoscere nell’aiuto che viene da Dio, anche laddove l’uomo è ferito dal male, una forza più potente del male.
Ciò significa che, persino attraverso una benedizione spontanea, è possibile aprire una via per valorizzare ed instradare verso una purificazione (“sanare”) ed elevazione quegli elementi di bene presenti in “coloro che si rivolgono umilmente” a Dio – anche in una situazione moralmente irregolare – perché Dio “non allontana mai nessuno che si avvicini a lui!” (FS 33).

Una nuova comprensione delle benedizioni

In questa prospettiva cambia perciò – questa è la novità da rilevare – la comprensione del significato della benedizione, la quale non viene qui intesa come consacrazione ed approvazione di una relazione, bensì come aiuto ad una evoluzione positiva della relazione stessa, come invocazione a Dio, perché permetta ai semi di bene presenti in un legame affettivo di fiorire nella direzione dei suoi disegni.
Ecco perché la Dichiarazione considera quegli elementi positivi, pur presenti in situazioni irregolari come “un seme dello Spirito Santo che va curato, non ostacolato” (FS 33). Ed aggiunge: “in tal senso, è essenziale cogliere la preoccupazione del Papa, affinché queste benedizioni non ritualizzate non cessino di essere un semplice gesto che fornisce un mezzo efficace per accrescere la fiducia in Dio da parte delle persone che la chiedono, evitando che diventino un atto liturgico o semi-liturgico, simile a un sacramento”, come un atto di “spontaneità nell’accompagnamento pastorale della vita delle persone” (FS 36), come un aiuto per “perché i valori del Vangelo possano essere vissuti con maggiore fedeltà” (FS 40).
Tuttavia, la Dichiarazione ribadisce a più riprese che tale benedizione – tesa a valorizzare ed a predisporre all’accoglienza della grazia quello che c’è comunque di positivo in una relazione irregolare – non può costituire né “una legittimazione morale a un’unione che presuma di essere un matrimonio” né “a una prassi sessuale extra-matrimoniale” (FS 11).
Questo è dunque il cambiamento di prospettiva. È l’apertura ad una benedizione, non ritualmente fissata, che amplia il significato stesso della benedizione, non più intesa come mera approvazione di ciò che viene benedetto. É l’invocazione dell’aiuto di Dio su persone e relazioni per mettere in cammino e far crescere, per smobilitare situazioni che altrimenti scivolerebbero o rimarrebbero confinate nel peccato. Perché Dio non dispera mai di nessuno ed opera sempre per prenderci “come siamo”, “ma non ci lascia mai come siamo”. Proprio così, infatti, si chiudeva il testo del Responsum.
E proprio questa è la continuità ideale e sostanziale fra i due pronunciamenti, benché siano distinti ed il secondo allarghi la veduta del primo, ma senza contraddire la sostanza e la direzione fondamentale di quest’ultimo. Allargamento prezioso, perché introduce altresì ad una comprensione della benedizione, non come mezzo che si limita a legittimare e rassicurare, lasciando borghesemente a posto la coscienza, ma come un aiuto che mette in moto la vita e la smuove dalle sue mediocrità.
Dio, infatti, ci fa sempre uscire da noi stessi, e dalle situazioni in cui tenderemmo ad installarci ed a sederci, con un esodo dalle nostre comodità, con un passaggio dalle nostre piccole misure e mezze sicurezze ai suoi orizzonti e disegni, sempre più grandi e sempre oltre le nostre misere vedute. Con una novità che non smentisce e non contraddice ciò che veniva prima ma approfondisce e completa, costringendo ad ampliare le vedute e la portata dei nostri affetti.

La grazia: una forza mobilitante la libertà

Questa Dichiarazione dà fastidio perché non può essere letta schematicamente come una presa di posizione a favore o contro le coppie e i rapporti irregolari od omofili, ma costringe ad uno sguardo più ampio. Costringe chi non vive situazioni irregolari a non considerarsi a posto ed al sicuro, e chi vive in situazioni che regolari non sono a non considerarsi escluso dalla salvezza ma ad accettare la sfida di un cambiamento. E costringe tutti noi ad uscire dai facili e rassicuranti schemi in cui incaselliamo persone e relazioni per guardare in profondità e guardare (“discernere”, cf. FS 26) come è davvero la realtà.
Questo nuovo sguardo sulle benedizioni apre uno spiraglio nuovo sulla grazia, alla cui accoglienza dispongono. In questa nuova prospettiva, la grazia che viene da Dio appare così ben più che un “premio” per i giusti, o una “medicina” per i malati, ma una forza mobilitante offerta alla libertà umana, affinché gli orizzonti della coscienza e le strade della libertà seguano la traiettoria, sempre più grande, dei disegni di Dio.
La Dichiarazione, mentre allarga l’orizzonte, invita altresì ad un discernimento, per verificare se sussistano le condizioni affinché si possa conferire una benedizione paterna e non ritualmente fissata: vale a dire, non la pretesa legittimazione morale di uno stato o di relazioni, bensì il riconoscersi umilmente peccatori (cf. FS 33), bisognosi di un cambiamento e disposti ad aprirsi ed a seguire la volontà di Dio (cf. FS 20). Questa è la evidente e più importante precondizione, per poter ricevere il dono di una benedizione nel senso indicato dalla Dichiarazione.
Oggi, il grande rischio è che perfino i gesti e le parole della fede divengano degli schemi precostituiti il cui significato originario e congenito veda prevalere le forme che, di volta in volta, la storia ecclesiale usa per esprimere quel significato.
Il magistero ecclesiale – che scrive dritto anche attraverso linee che ad alcuni sembrano oblique – riscoprendo i significati originari espressi nelle parole e nei gesti della fede, ci sorprende e ci invita ad allargare gli orizzonti, verso quel di più di verità e di amore a cui il Signore, nella fedeltà all’insegnamento di sempre, ci sospinge, incamminandoci verso quel Destino immenso e buono a cui tutti siamo chiamati, nessuno escluso.

don Riccardo Bollati

Ringrazio don Riccardo per la sua lettera, ma resto della mia idea. Non mi addentro in discussioni per le quali non sono attrezzato, rilevo solo che comprendo poco perché una «benedizione non ritualizzante», cioè «un’invocazione», sia comunque una benedizione «secondo una nuova prospettiva». O è una benedizione o è un’invocazione. Ma forse tutto dipende dalla mia fede “schematica”, incapace di cogliere certe sottigliezze teologiche. Quelle che mi pare invece abbia colto, e molto velocemente, padre James Martin che, appena uscita la Fiducia supplicans, ha benedetto l’unione di Damian e Jason davanti al fotografo del New York Times.

Foto in apertura di Karl Raymund Catabas su Unsplash

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1 commento

  1. MARCO BAMBINI

    Lo sviluppo pastorale del senso della Benedizione è come, dopo la condanna alla Russia per l’invasione dell’Ucraina, l’appoggio ad Israele per il genocidio di Gaza. O come lo sviluppo (finanziario) del significato di Vaccino.

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