La condanna di Raniero Busco e di un’intera famiglia

Di Mario Furlan
28 Gennaio 2011
L'ex fidanzato di Simonetta Cesaroni è stato giudicato colpevole a più di vent'anni dal delitto e dovrà scontare una lunga pena in una delle carceri italiane. Un posto dove è dura intravedere prospettive di un futuro sereno

Panta rei, tutto cambia, scriveva il filosofo greco Eraclito. Noi, gli altri e il mondo intorno a noi cambiamo in continuazione. Non siamo più quelli che eravamo da bamini, da ragazzi o alcuni anni fa. Col tempo si matura (o almeno si dovrebbe: alcuni restano infantili anche da adulti…). Si cresce; e non solo fisicamente. Si fa tesoro delle esperienze. Che, come sosteneva Oscar Wilde, sono il nome che diamo ai nostri errori. Ecco perché la condanna a 24 anni di carcere inflitta a Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, per l’omicidio della ragazza avvenuto 20 anni fa mi sembra stridere. Busco è colpevole? Non si sa con certezza. Non ci sono prove inconfutabili. Busco è cambiato, anche ammesso che il colpevole sia lui? Credo proprio di sì: è sposato con figli, a quello che risulta si è sempre comportato bene, da buon padre di famiglia. La durissima sentenza è punitiva? Eccome. E’ rieducativa? Per nulla.

 

Quando Busco uscirà dal carcere sarà un vecchio. Con la vita devastata. E, quel che è peggio, sarà stata devastata la vita della sua famiglia. Che non c’entra nulla con l’eventuale delitto da lui commesso. Non pagherà soltanto lui, forse colpevole. Pagheranno anche moglie e figli, certamente innocenti. 
E’ giusto, giustissimo perseguire i colpevoli di reati. Soprattutto se si tratta dei reati più gravi, quelli di sangue. Ma non mi sembra giusto che lo Stato persegua esclusivamente la vendetta. Da cristiano, ma prima ancora da uomo, ho una ferma convinzione: che ogni essere umano abbia il diritto di rifarsi la vita. Qualunque reato possa avere commesso. E da volontario che è stato in carcere ho un’altra convinzione: che molti detenuti siano innocenti. E che ci siano più delinquenti fuori dalle sbarre che dentro. Lo so, è un discorso impopolare.

 

Mercoledì scorso ero in Parlamento: partecipavo a un convegno sul volontariato. Ha preso la parola, tra gli altri, l’esponente di un’associazione che fa volontariato in carcere. Ha lamentato la drammatica condizione del nostro sistema penitenziario: il carcere preventivo, prima ancora della sentenza; le celle umide, malsane, puzzolenti e tanto piccole che non si riesce a stare in piedi tutti insieme; l’impossibilità di rifarsi una vita una volta usciti. Sentivo i commenti di chi era seduto accanto a me: “Che quei bastardi dei criminali se ne stiano a marcire in cella, sbatteteli dentro e gettate via la chiave!” E’ una posizione tanto diffusa quanto disumana. Intrisa di odio. Di rancore. Di vendetta. 
L’altro ha ucciso? Deve pagare, ci mancherebbe altro. Ma attraverso le sbarre deve poter intravvedere il sole di un avvenire migliore. E non soltanto il buio di un futuro già spezzato. E se questo vale per chi ha sbagliato, deve valere ancora di più per chi ha come unica colpa quella di essere moglie o figlio di un sospetto assassino. Con Busco andranno in carcere, metaforicamente, anche i suoi familiari. Non una, ma quattro vite distrutte.

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