
L’8 marzo è un giorno triste: la festa della riduzione della donna a format

Vediamo cosa ci annuncerà oggi sua Eccellenza il demiurgo Mario Draghi nel suo videomessaggio nel giorno che il suo ministro/a e accademico/a Elena Bonetti ha cinto di mimose e di alloro con un convegno tutto da scoprire, tutto da stupire, tutto da tramandare ai posteri – dal titolo, pensate un po’, notate le maiuscole e l’accademica composizione grammaticale: “Verso una Strategia Nazionale sulla parità di genere”.
Intanto però Nicola Zingaretti si è dimesso. Repubblica fa le puzzette (suvvia, uno scoop fasullo su 35 mila fasulli euromeloni e manco un rigo sullo scandalo mascherine, 1,25 miliardi di euro degli italiani puffati in quel di Roma, niente sui milionari del giro Benotti, neanche un plissé sui i tre cinesi con il contrabbasso che sono chissà dove a incassare un contratto da 634 milioni).
Il gioco rosa fa parte del film
È l’8 marzo tondo tondo e qualcuno dovrebbe darsi una mossa per scaraventare in piazza l’ardimentoso concetto che le donne non sono un format, una retorica, una tomba. Vuoi finire come le donne del Pd? Fuori dal governo e in una specie di partito cassa da morto? O come Beppe Sala, il sindaco dell’appostamento dietro l’angolo, che come vede Attilio Fontana fare un passettino falso, zac, gli salta addosso come la volpe fa con la gallina?
“Mi sono rotto. Andate tutti a quel paese”. Bravo Zinga. Meno male che te ne sei accorto. È tutto un circo barnum di cinismo e potere. Una corsa ad accaparrarsi reputazioni, finanziamenti, poltrone, travestito da sentimenti buoni, pelurie di bontà, roba che non tiene neanche lo spazio di un mattino. E il gioco rosa fa parte del film, solo più petaloso.
Non basta dire “direttora”
Ma non voglio farla proprio da manicomio. L’8 marzo è solo un giorno triste. Serve ripetere che la riduzione della donna a vittima è un monumento alla finzione, una recita, ipocrisia che galleggia molto lontano dai porti dove la gente reale vive e se la smazza, uomo o donna che sia? Ideologia.
Serve ricordare che cambiare l’ordine di servizio nelle redazioni giornalistiche e comandare “vietato scrivere direttore o un’altra donna uccisa, da oggi si scrive direttora e femminicidio”, non è impegno a migliorare la condizione umana? Piuttosto è sintomo dell’accanimento al gioco del divide et impera. Il gioco della frantumazione, frustrazione e diluvio universale sull’alleanza, fin dai tempi dell’arca di Noè, tra uomo e donna?
La maschilizzazione femminista
E avanti reggimenti stranieri e cannibali digitali con l’invasione del postumano. Tutta benzina che personaggi e organismi fasulli buttano sulla scena di un mondo per niente fasullo. Un mondo incendiato dal disagio, dalla rabbia, dalla confusione e dalle convulsioni di una civiltà già ben oltre la crisi di nervi. Dico a voi attiviste dell’8 marzo: premesso che avete speso troppi anni della vostra vita a elevare steccati invece che a costruire porte, cosa volete che succeda alla fine di un giro dell’oca cominciato con le quote rosa e finito sulla casella “fino a prova contraria è tutto maschilismo, violenza, stupro”?
Il femminismo sembra aver inseguito la maschilizzazione coatta e perseguito il mimetismo con certe stupidità maschili. Voglio anch’io i pantaloni. Voglio anch’io lo scettro. Voglio anch’io la carriera. Voglio anch’io non fare figli… Ops. Nessuno al mondo sapeva fare i figli come sapeva farli (sa farli) una donna. Nessun mondo sarebbe sopravvissuto senza i pancioni e l’amore delle donne (sì, anche quelle che adesso plaudono alla riproduzione artificiale che inizia in un laboratorio e un giorno si completerà in un ventre casuale col bollo statale). Nessun uomo potrà mai vantare la Grazia di essere “madre di Dio”.
Tutto questo per l’Equality Act?
Ma ecco che il femminismo che adesso ha il suo ultimo rifugio nell’America obamiana ma che discende per linee molto chiare e diritte dall’albero Pci-Pds-Ds-Pd e pace all’anima sua, si è incamminato gioiosamente, orgogliosamente, uterinamente, sulla strada del de profundis alla identità spirituale e biologica delle donne. Mistero di libertà, grazia, alterità, ridotto a una povera “metà del cielo”. Che non significa nulla. Se non, una caparbia e ringhiante parzialità invece che tutta la vita di tutta una persona umana.
Comprensibile fuori da Cristo. Comprensibile come ribellione alla logica di cosa e arnese con cui l’occhio precristiano o postcristiano, al netto dell’incoerenza dei cristiani, considera e tratta le donne. Ma non vedete? Avete fatto tutto questo casino secolare per arrivare l’8 marzo 2021 a ingoiare l’Equality Act. Esattamente quello di Joe Biden che mi darà l’autorizzazione a sentirmi donna e a frequentare le toilette delle donne come facevamo da bimbi-minkia.
Vi siete prestate ai vostri distruttori
Ma adesso siamo mica più nel medioevo delle Principesse, dite e plaudite a nonno Biden. Già. Siamo nel futuro delle Direttora. Siamo a mettere bambine di 8 anni sotto le mani di un chirurgo perché si sentono femmine piuttosto che maschi. O chissà cosa. E anche voi, femministe, ad applaudire. Non vi siete accorte del character assassination che ha per le donne l’impresa e l’attivismo multinazionale chiamato “movimento Lgbt”.
Così vi siete volentieri prestate alla distruzione della vostra reputazione. Avete collaborato allo sfregio della maestà del dato biologico. Che ridere, “uno stereotipo”. Per finire paradossalmente a puntellare la “cancel culture” del talento femminile da parte di quel paese di gaylandia dove utopia e immaginario transumano – altro che transgender – si sono immaginati 50 e passa generi sessuali. Che è un modo come un altro di intestarsi Waterloo, proclamarsi Napoleone e andare in giro con lo scolapasta in testa.
Il mondo «come l’ha fatto Dio»
Lgbt, bimbiminkia, gender, parità di genere come lotta per il potere, tecnocrazia della distribuzione di poltrone. Pensando che fossero i vostri alleati, femministe, oggi 8 marzo, celebrate i vostri detronizzatori e i vostri usurpatori. Vi hanno chiuso gli occhi. E vi permettono di aprirne uno – e uno soltanto – sull’odio, gli effetti dell’odio, il contrasto all’odio. Viene mai in mente che il primo disamore alla donna è cambiarle i connotati, darle una lingua di legno, toglierle il rossetto, scimmiottarla al maschile, e volgerla a Medusa che guarda e pietrifica ogni “altro” da sé?
Insomma è l’8 marzo. Giorno di grandi flash mob e di grande euforia. Ma non è successo ancora niente, amica mia. Hannah Arendt ha scritto – eppure aveva appena visto l’Olocausto – «il mondo come l’ha fatto Dio a me sembra buono». È così. Cerca Dio, amica mia, cioè il vero, il certo, il reale. La felicità l’avrai in sovrabbondanza.
Foto da PxHere
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!