
Tra Juncker e i sovranisti, quel che manca è la libertà

Articolo tratto dal numero di Tempi di aprile 2019
Uscita da due terribili guerre mondiali conseguenti a veementi contrapposizioni ideologiche e nazionali, alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso l’Europa pensò di voltare pagina con la costruzione di istituzioni comuni. Per i tre uomini politici di fede cattolica che si trovavano in quegli anni alla guida di Germania, Francia e Italia (Konrad Adenauer, Robert Schuman e Alcide De Gasperi) si trattava di riscoprire quei legami profondi che il Vecchio Continente aveva scordato quando aveva abbandonato le proprie radici.
L’obiettivo era nobile, ma di non facile traduzione. Quello che più stava a cuore era la speranza di evitare altri conflitti e al tempo stesso era chiaro come non fosse possibile darsi un’unica politica estera (un obiettivo che permane irrealistico oggi) e un solo esercito. Da qui l’idea della Ceca, la Comunità economica del carbone e dell’acciaio, per iniziare ad avviare una stretta collaborazione su un tema fondamentale. Ed è infatti proprio da lì che, in seguito, emergerà il progetto mai compiutamente realizzato di un mercato comune, che eliminasse ogni barriera e protezione tra le diverse economie. A ben guardare, un vero libero mercato a livello continentale non c’è neppure oggi, eppure è indubbio che abbiamo ricavato molti benefici dalla crescente facilità di scambiare oltre i confini e trasferirsi da una parte all’altra dell’Europa.
Se nel corso degli anni i costruttori di quella che oggi è l’Unione si fossero limitati a questo e fossero riusciti a cancellare i troppi dispositivi nazionali che impediscono la più ampia concorrenza tra europei, con ogni probabilità oggi guarderemmo alle istituzioni comunitarie in altro modo. Purtroppo in breve tempo è emerso il progetto di un’Europa sempre più determinata a unirsi: con l’obiettivo di costituire una sorta di Stato capace di annullare in sé ogni realtà storica. Si è realizzata una moneta comune, si sono moltiplicate le direttive e lo stesso bilancio comunitario ha iniziato ad acquisire un rilievo significativo, specie in campo agricolo.
UN FALLIMENTO CHE NON STUPISCE
Non dobbiamo allora stupirci se oggi l’Unione Europea è più oggetto di contestazioni che di elogi. Il costituirsi, su ispirazione di Jean Monnet e tanti altri, di un’estesa burocrazia brussellese ha screditato le istituzioni comunitarie, che hanno nutrito ambizioni di dominio scollegate dalle esigenze della società. Anche il riferimento retorico, da Jacques Delors in poi, alla cosiddetta “sussidiarietà verticale” è stato segnato da vari equivoci, dal momento che l’Europa ha sempre preteso di poter disporre della facoltà di stabilire le competenze, fissando quando un certo ambito d’azione doveva essere affidato alle realtà locali e quando, invece, poteva essere gestito dal centro. Una vera sussidiarietà, però, va pensata proprio in senso opposto, facendo sì che a Bruxelles vi siano solo le competenze che le varie realtà decidono di affidarle.
C’è davvero ben poco da stupirsi, allora, dinanzi alla Brexit. Per i britannici era stato un ottimo affare aderire al grande mercato continentale, ma a un certo punto hanno guardato con terrore al progetto di costruire, al cuore del continente, un potere egemone autorizzato a dettare le proprie leggi. Di fronte ai numerosi tentativi di realizzare una costituzione europea quale premessa per un’Europa unificata, le spinte centrifughe si sono moltiplicate e l’esito conclusivo è stato l’abbandono della Unione da parte del Regno Unito.
Lontana da tutti, tecnocratica, al centro di molteplici operazioni lobbistiche e fonte di privilegi di ogni tipo, l’Unione ha finito dunque per generare proprio quel riemergere dei nazionalismi che i padri fondatori intendevano scongiurare una volta per tutte. È significativo che oggi le forze scioviniste si autorappresentino quali “sovraniste”, al fine di di riaffermare il potere delle nazioni storiche contro la pretesa costruttivista di chi vuole dar vita a uno spazio politico artificiale: senza una lingua compresa da tutti, senza un sistema informativo condiviso, senza una libera adesione da parte di ogni comunità.
La logica pianificatoria che Bruxelles ha preteso d’imporre con l’obiettivo di “fare gli europei” è stato il primo errore, figlio della presunzione illuminista di chi ritiene di disporre di un punto di vista privilegiato sulla realtà. Il ritorno a un nazionalismo arrogante e potenzialmente aggressivo è il secondo errore (strettamente legato al primo), che sta già riducendo la possibilità di scambiare e interagire, rialzando muri e barriere in nome di contrapposizioni che suonano in qualche modo tribali e che il cinismo dei politici sulla cresta dell’onda sa sfruttare a fini propagandistici.

DAL LOCALE ALL’UNIVERSALE
Da vari punti di vista, è una vera regressione quella a cui stiamo assistendo. Dovremmo tenere presente che il nostro essere sempre in un luogo e in una storia – connessi a tradizioni, valori, esperienze – si sposa con una spontanea attitudine a riconoscere l’umanità in ogni altra persona. In questo senso, la civiltà europea è impensabile senza l’universalismo che è emerso dalla predicazione cristiana e che lo stesso illuminismo ha fatto proprio. Quando gli Stati hanno generato patrie autarchiche e in conflitto tra loro, gli uomini hanno smesso di guardarsi negli occhi: il nazionalismo ha trasformato l’altro in un estraneo e, in seguito, l’ideologia ne ha fatto un nemico assoluto.
Per riscoprire se stessa, l’Europa deve allora ripartire da quel nesso tra verità e libertà su cui si è edificata nei secoli. E deve comprendere che una vita civile decente esige istituzioni vicine, locali e responsabili, costrette a competere, restie a lanciarsi in avventure militari. C’è senza dubbio bisogno di Europa, ma l’Europa che manca non è quella dei palazzi e dei poteri onnipervasivi, non è quella dell’Unione e di una tecnocrazia arrogante e lontana. È l’Europa di una libertà che permetta d’interagire e d’incontrarsi, ognuno con la propria identità.
Dobbiamo riconoscere che l’Unione è nata male, né poteva essere diversamente, perché è stata un progetto di Stati: un disegno nutrito di logiche intimamente autoritarie che ha generato il sogno di uno Stato continentale, a cui ora s’oppongono quanti difendono le vecchie sovranità, senza comprendere quanto sia pericoloso risvegliare gli antichi miti pagani del sangue. Per questo gli europei si trovano ad assistere allo scontro tra due visioni non così distinte, non così lontane, non così inconciliabili. L’ideologia dello Stato nazionale contrasta quello dello Stato sovranazionale, un po’ come negli anni Settanta i giovani con la bandiera rossa combattevano quelli con la bandiera nera, sapendo ben poco delle vicende di Georges Sorel, Benito Mussolini, Nicola Bombacci e tanti altri. Ignorando che nel 1897 a Gabriele D’Annunzio era bastato un intervento parlamentare di pochi minuti per trasferirsi dalla destra conservatrice alla sinistra socialista, forgiando il motto: «Vado verso la vita!».
In questo quadro bisogna soprattutto iniziare ad affrancare la propria mente, la propria sfera esistenziale, il proprio vissuto. Se la lettura del giornale è divenuta – nella celebre formula di Hegel – la preghiera mattutina di un uomo moderno che ha confinato la vita negli angusti spazi della polis, è urgente un diverso protagonismo della società civile che ci aiuti ad allargare il respiro: una vitalità che obblighi a rilanciare un’autentica sussidiarietà e ponga le premesse all’autogoverno delle comunità più piccole e autentiche, territoriali oppure no.
L’Occidente che ha saputo intrecciare le radici greche, ebraiche, cristiane e germaniche ha generato una civiltà che, in seguito, ha conquistato il mondo intero grazie alla sua capacità di offrire resistenza dinanzi alle pretese dei governanti. L’Europa di cui dobbiamo essere fieri si è affermata anteponendo la società al potere, e obbligando a più riprese quest’ultimo a porsi al servizio di tutti. Essa ha generato una capacità di opporsi all’ingiustizia che ha perfino trovato espressione in teologi monarcomachi, pronti a difendere il diritto e il dovere di uccidere il tiranno quando corrompe e umilia la società. Perché le istituzioni devono servire i popoli, e non già il contrario.
QUESTA NOVITÀ INIZIA GIÀ A STANCARE
Le cronache ci mostrano un vecchio mondo in declino, quello di chi pretendeva di reinventare lo Stato nazionale a Bruxelles e voleva unificare l’intera Europa sotto un unico potere, che sta per essere spazzato via dal nuovo universo delle forze sovraniste e populiste, che nostalgiche dei vecchi Stati stanno restaurando la retorica del diciannovesimo secolo.
Va però tenuto presente che vecchi e nuovi non sono in grado di affrontare i problemi sul tappeto: gli uni e gli altri non possono aiutarci a superare la crisi, non soltanto economica, in cui siamo finiti. Soltanto una rinascita della creatività sociale e del dinamismo spontaneo può offrire una via d’uscita a questo Occidente declinante, di cui l’Italia odierna appare (tristemente) una sorta di avanguardia, afflitta da un debito pubblico imponente e da un debito pensionistico analogamente preoccupante. L’interventismo statale e quello sovrastatuale sono ostacoli sulla via di una possibile rinascita, e non occasioni per ripartire. Il declino dei Jean-Paul Juncker e l’ascesa dei Matteo Salvini non è in grado di modificare il quadro di un’Europa in difficoltà.
Per giunta, anche in ragione di cambiamenti tecnologici che stanno trasformando il nostro modo di vivere, la società sta diventando sempre più centrifuga, mobile, irrequieta, volubile, naturalmente policentrica. Vi sono di sicuro taluni aspetti che devono far preoccupare in questo cambio di paradigma, ma è egualmente vero che tutto ciò deve pure farci capire come il potere emergente sia assai più fragile di quanto non creda e si rappresenti. Oggi tutto si consuma con notevole velocità e chi è sugli altari finisce molto velocemente nella polvere.
La novità del populismo sovranista potrebbe stancare tutti in breve tempo ed è già riconoscibile qualche segnale in tal senso. È oggi urgente, però, lavorare a un’autentica alternativa che valorizzi quei gruppi umani che rivendicano la facoltà a governarsi da sé, che intendono dialogare e intendersi, che sono gelosi della loro libertà e al tempo stesso aperti alla collaborazione. Se si riparte dalla società e dalle sue articolazioni più vitali (associazioni, chiese, imprese, territori) è anche possibile ricostruire una vita pubblica più fedele alla persona umana e maggiormente in sintonia con i problemi reali.
È uno spirito di autentica libertà quello a cui ci si deve ispirare, così da porre ognuno nelle condizioni di esprimere il meglio di sé.
Foto Ansa
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