
Iraq, jihadisti trasformano la chiesa di Sinjar in un ufficio e obbligano i cristiani a pagare il tributo umiliante

Centinaia di persone sono scappate dalla città di Sinjar, nella piana di Ninive, conquistata nel fine settimana insieme a Zummar e Wana dallo Stato islamico in Iraq. Per sfuggire alla violenza indiscriminata degli islamisti la minoranza cristiana si è rifugiata in una zona montagnosa, ma come riporta AsiaNews, «sono senzatetto, piangono e invocano aiuto».
GUERRA IN LIBANO. Mentre lo Stato islamico sembra pronto a portare la guerra per il califfato anche in Libano, patria del movimento sciita Hezbollah e finora risparmiato dalle violenze, il premier iracheno Al Maliki ha ordinato per la prima volta all’aviazione di andare in aiuto dei curdi, che stanno combattendo contro gli islamisti per riconquistare le città perse e gli impianti petrolifere finiti sotto il controllo dei jihadisti.
IMPOSTO IL TRIBUTO. Intanto la situazione a Sinjar è grave. Lo Stato islamico, prendendo la città, avrebbe massacrato almeno 70 yazidi, musulmani, e sequestrato delle donne: testimoni affermano che i corpi delle vittime giacciono in strada ma «nessuno osa toccarli». I cristiani sono per la maggior parte fuggiti e chi è rimasto è già stato costretto a pagare la gizya, il tributo umiliante che ammonterebbe a 80 dollari a persona, da versare in cambio del mantenimento della propria fede. La croce della chiesa locale (foto a destra), inoltre, è stata rimossa e sostituita con la bandiera jihadista. L’interno del luogo di culto è stato saccheggiato: libri e registri parrocchiali sono stati bruciati e l’edificio è stato trasformato in ufficio.
COME A MOSUL. Il timore è che ora lo Stato islamico possa ripetere nelle città conquistate le violenze compiute a Mosul, dove le chiese sono state razziate, molti santuari bruciati e i cristiani costretti interamente alla fuga per non essere obbligati a convertirsi all’islam o essere uccisi.
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