
Lettere dalla fine del mondo
Inseguì la rivoluzione, rimase solo con la sua poesia. Rodolfo Dami, un uomo inquieto
Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Torno a casa, so che qualcuno mi aspetta in quella stella lontana». I versi poetici di Rodolfo Dami si compirono la sera di un bel giorno di maggio. Era il 31, giorno in cui la Chiesa ricorda la visita della Vergine Maria alla cugina Elisabetta. Anche allora si trattava di un viaggio… e forse di un ritorno a casa. Rodolfo Dami era arrivato alla Casa Divina Provvidencia alcune settimane prima. Il mio primo incontro con lui fu pieno di curiosità.
Quando lo vidi a letto mi impressionò: il volto scavato e lungo, incorniciato da capelli crespi, la barba folta, dava l’impressione di essere di fronte a uno di quegli uomini che ormai siamo abituati a vedere in tv, i gu erriglieri dell’Isis. Ovviamente non aveva niente a che vedere con loro, benché fosse di origini arabe. I suoi nonni erano venuti dalla Siria e lui era nato a Yaguarón, a 60 chilometri dalla capitale. Della sua vita non ebbi il tempo di conoscere molte cose, perché la grave malattia – un cancro alla bocca – non favorì il dialogo. Il poco che potei capire passò più per l’immediata simpatia e per alcuni dialoghi che ebbi con la nipote, l’unica che si occupò realmente di lui.
Leggendo alcune sue poesie, ascoltando alcune sue guaranias, guardando i suoi tratti umani, immediatamente percepii che, al di là di una faccia dura, silenziosa, essenziale, viveva una drammaticità, una passione per la vita e per la ricerca della verità che normalmente caratterizzano i geni artistici. Il suo stesso credo politico rivelava un’indole inquieta, drammatica, alla sequela di un ideale per il quale valesse la pena vivere. Il Partito Febrerista, partito rivoluzionario paraguayano fondato nel 1936, non il partito dei burocrati, dei parassiti, bensì dell’espressione delle grandi illusioni di giustizia, di solidarietà, di libertà, era stato il luogo esistenziale nel quale cercò di realizzare ciò che il suo cuore desiderava. Ma, come è stato per me e per molti amici e compagni, presto si rivelò un fallimento, perché quello che la Rivoluzione d’ottobre ci aveva promesso era diventato un sogno impossibile, e mentre questo sogno si allontanava sempre di più, defraudandoci, noi eravamo rimasti nella disperazione del fallimento. Quanti compagni morirono inutilmente per un’utopia traditrice e menzognera!
A Rodolfo erano rimasti l’amore, la poesia, i romanzi. Ma anche l’amore dovette finire presto, lasciandolo solo, con una bella figlia che la madre si portò via. Deluso, amareggiato, decise di tornare nella sua piccola fattoria, vicino al monte di Yaguarón, in compagnia della poesia, della prosa letteraria e degli animali domestici che rallegrano la vita di qualunque fattoria del Paraguay.
Il trasloco in città
Adesso Rodolfo era solo. Solo in un’umile casa di campagna, che però era un paradiso. Era stata la casa dei suoi genitori, era la casetta nel bosco, era il terreno delle sue radici, era l’habitat che da bambino lo aveva visto piangere, gridare, correre, imparare i primi elementi della vita. Tra ogni tipo di pianta verde e fiorita, circondato da bestiame e animali domestici e selvatici, aveva imparato la bellezza drammatica della vita, aveva assaporato l’emergere, dalla profondità della sua intelligenza, dei primi versi, delle poesie, delle prime righe dei suoi romanzi.
Finché un giorno salutò la sua valle, il suo villaggio, per venire in città, con l’amarezza nel cuore, tipica dell’uomo intelligente che conosce ciò che lascia ed è cosciente del poco che troverà. Lasciare le proprie radici, non importa se forti o fragili, è sempre un dramma, perché la vita dipende da quelle radici. La città è un’altra cosa, un’altra lingua, un’altra vita. La sfida fu grande e con il tempo Rodolfo dovette imparare a convivere con quel che non gli apparteneva, con un ambiente che non era il suo e che mai lo sarebbe stato, perché il poeta rimane sempre legato alle radici, senza le quali non sarebbe più sé stesso.
Passarono molti anni. Pur tornando a Yaguarón tutti i fine settimana, Rodolfo doveva vivere ad Asunción, nel ritmo nevrotico di questa città. Lavoro, amicizie, amori… ma solo la poesia e la letteratura erano la sua vera vita. Così, ogni sera, si ritirava nella sua stanza (ultimamente la sua vita coincideva con la sua stanza, nella casa di suo nipote) e lì scriveva, in un dialogo profondo con sé stesso. Il poeta ama la compagnia del proprio cuore, ama sé stesso, ma non in modo narcisistico, perché il narcisista che contempla solo sé stesso vanagloriandosi non sarà mai un poeta. Rodolfo Dami non era un narcisista, era un uomo. Contemplava la vita, osservava il mondo, affascinato dalla sua bellezza drammatica, ascoltava il grido e i gemiti umani, trasformandoli in musica, in guarania, dando loro una speranza calda e piena di saggezza. (1. continua)
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