Indonesia tra estremismo islamico e governo della legge

Di Rodolfo Casadei
29 Giugno 2011
Il 16 giugno Abu Bakar Bashir, leader spirituale di Jemaah Islamiyah (gruppo affiliato ad Al Qaeda), è stato condannato a 15 anni di prigione per istigazione al terrorismo. Due giorni dopo, la mente e gli autori dell'assalto del febbraio scorso ad alcune chiese cattoliche e protestanti sono stati condannati a modestissime pene oscillanti fra i quattro e i cinque mesi di carcere

Segnali contrastanti dall’Indonesia, il più popoloso paese musulmano del mondo. Sotto osservazione è il sistema giudiziario, che nel corso del mese di giugno ha emesso due sentenze di segno opposto su vicende legate all’estremismo islamico che da anni tormenta il paese. Il 16 giugno Abu Bakar Bashir, leader spirituale di Jemaah Islamiyah (gruppo affiliato ad Al Qaeda), è stato condannato a 15 anni di prigione per istigazione al terrorismo e complicità nella gestione di campi di addestramento per terroristi dopo un processo durato sei mesi.

Due giorni dopo, la mente e gli autori dell’assalto del febbraio scorso ad alcune chiese cattoliche e protestanti ed istituzioni caritative cristiane di Temanggung, una località della regione centrale di Giava, sono stati condannati a modestissime pene oscillanti fra i quattro e i cinque mesi di carcere. L’imam che ha aizzato le violenze – conclusesi col ferimento di decine di cristiani e la distruzione totale o parziale di due chiese pentecostali, una cattolica, un orfanotrofio cattolico e un ambulatorio gestito dalle suore della Provvidenza – si è visto comminare un anno di prigione. Gli attacchi erano stati innescati da un’altra vicenda giudiziaria: la condanna a cinque anni di carcere per blasfemia di un cristiano colpevole di aver ridicolizzato alcuni simboli islamici, condanna giudicata troppo mite dagli estremisti, che volevano la condanna a morte e che per rappresaglia hanno seminato distruzione.

Secondo molto cristiani ed esponenti di altre minoranze religiose il sistema giudiziario indonesiano sta facendo scivolare il paese in una deriva di tipo pakistano: le violenze sociali a sfondo religioso sono sempre più tollerate e il governo diventa succube di ricatti politici che depotenziano le sue iniziative anti-estremisti. Alcune leggi alimentano la spirale di violenza e parziale impunità: dal 2008 gli ahmadiyya, una setta considerata eretica dagli altri musulmani, non possono per legge praticare il proselitismo e, in alcune regioni, nemmeno il loro culto in pubblico. Nel febbraio scorso una loro comunità è stata assalita da una folla di 1.500 persone nella zona ovest di Giava, e tre persone uccise. Il processo è stato preceduto da un’inchiesta che ha voluto trascinare sul banco degli imputati anche ahmadiyya la cui sola colpa è stata  quella di difendersi per non essere massacrati nell’attacco.

L’anno scorso il presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha istituito l’Agenzia nazionale anti-terrore incaricata di coordinare le varie branche del governo coinvolte nella lotta al terrorismo, compreso il ministero degli Affari religiosi. Un programma di lotta ideologica al radicalismo è stato presentato, ma i partiti islamisti della coalizione di governo lo hanno di fatto boicottato, mentre il numero di docenti estremisti di studi islamici nelle scuole statali risulta essere aumentato negli ultimi anni secondo varie fonti.

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