
Ottomila dollari per un bambino: viaggio nella casa indiana delle “Madri surrogate”
«Per poter dare ai miei figli tutto ciò che ho sempre sognato sono diventata una madre surrogata». Il viaggio della Bbc tra gli uteri in affitto dell’India parte dalle parole di Vasanti, donna che sta crescendo nel suo grembo il figlio di una coppia giapponese da cui riceverà ottomila dollari, cifra che le permetterà poi di spedire i suoi due figli naturali, di 5 e 7 anni, a studiare in una scuola dove si parla inglese.
La sua voce è una tra le tante della schiera di donne indiane che ad Anand, nello stato di Gujarat, accettano di diventare “incubatrici umane” e alle quali il regista inglese Matt Rudge ha dedicato un documentario, trasmesso poi dall’emittente britannica lo scorso lunedì.
500 BAMBINI IN 10 ANNI. Nella “House of surrogates” Vasanti vive insieme ad altre 100 donne come lei, radunate 10 per stanza in una struttura vecchia e simile ad un dormitorio, accompagnate dalla dottoressa Nayna Patel: il suo business, nato ormai 10 anni fa, ha “prodotto” più di 500 neonati venduti in 30 Paesi in tutto il mondo, gli affari le sono andati bene e presto aprirà una nuova casa più moderna e confortevole.
Grazie anche ad un giro di soldi altissimo: ogni coppia paga 28mila dollari per una gravidanza che va a buon fine, e di questi solo ottomila finiscono nelle tasche della madre surrogata, diecimila se cresce due gemelli. Pagamenti che comunque sono altissimi per gli standard indiani, nazione dove vive un terzo dei poveri di tutto il mondo, e dove tanti uomini, a partire dal marito di Vasanti, hanno stipendi miseri, 40 dollari al mese.
«COMPENSATE PER LA LORO FATICA». E non sono mai mancate le critiche alla dottoressa Patel per ciò che fa in questa struttura, considerata da molti un vero e proprio “mercato del bambino”, costruito in toto sullo sfruttamento di donne povere. Ma lei si difende: «Queste madri surrogate stanno facendo un lavoro fisico, e per questo verranno compensate. Lo sanno che non c’è guadagno senza fatica».
Per loro vengono organizzati anche dei corsi di cucito all’interno della struttura, così da poter apprendere nuove tecniche da utilizzare dopo il parto. Quanto alla pratica, la Patel spiega perché in India l’utero in affitto riesce ad avere tanto successo, basato su buona tecnologia medica a costi bassi, con un vantaggio in termini legali: «La surrogata non ha diritti sul bambino né doveri verso di lui, e questo rende tutto più facile. Nel mondo occidentale, invec,e la madre naturale è sempre considerata la madre, e sul certificato di nascita c’è il suo nome».
CIBO PER TUTTE LE DONNE. Nelle immagini del documentario si racconta dei servizi che la clinica offre, a partire da cibo e vitamine per le donne. Le regole ammettono le visite di marito e figli durante il weekend, ma esclude la possibilità di avere rapporti sessuali durante la gravidanza. In caso di complicanze mediche né il medico, né la clinica, né tantomeno la coppia che poi preleverà il bambino sono responsabili.
Ciò che traspare, è tutto il dramma di queste donne: «Solo noi conosciamo questo dolore», spiega Edan, che tiene in braccio il bambino che ha cresciuto per una coppia canadese. Altre due volte ha fatto da madre surrogata, ma i figli venivano consegnati alla nuova coppia subito dopo il parto. Questa volta, invece, no, qualche giorno può spenderlo insieme al neonato, prima che le venga portato via.
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