Lettere al direttore

Ribadiamo: l’inchiesta di Bergamo sulla pandemia ha solo «valore catartico»

Cari amici di Tempi, leggo l’articolo di Emanuele Boffi relativo all’inchiesta della Procura di Bergamo: garantismo a senso unico. Peraltro, c’era da aspettarselo, dopo il silenzio assordante sull’illiceità morale dei cosiddetti vaccini che vaccini non sono (sdoganati comunque dalla misericordiosa Chiesa 2.0) e sui numerosissimi effetti collaterali gravi e perfino mortali che si sono registrati. Vietato indagare su questi fatti? Certo, voi puntate sulla scorrettezza del metodo delle intercettazioni. Niente da dire sul fatto che La Verità sia l’unico quotidiano nazionale che, insieme alla trasmissione Fuori dal coro, ha cercato di sollevare il velo su questa disgraziata vicenda? Neanche una parola sui fatti indagati? È solo un problema di metodo? Sembra di leggere tra le righe un tono assolutorio nei confronti di chi ha compiuto disastri nella gestione della pandemia. Qui non si tratta di gogna mediatica. Si tratta semplicemente di riconoscere i colossali errori nella gestione di una pandemia che altro non era che causata da un virus, peraltro ingegnerizzato, e che la scellerata condotta di chi doveva affrontarla, ha non poco contribuito a provocare qualcosa come 188.322 morti (dati de Il Sole 24 ore aggiornati al 3 marzo 2023). Andatelo a dire ai numerosi parenti delle vittime della vaccinazione che “l’indagine ha un valore catartico”. Attendiamo con fiducia, invece, i risultati della commissione parlamentare di inchiesta.

Francesco Avanzini, via email

L’inchiesta di Bergamo non c’entra nulla coi vaccini. Se lei si aspetta una “verità” da un’inchiesta, per stessa ammissione del procuratore capo Antonio Chiappani, imbastita su un reato fumoso e sul presupposto che serva fornire alla popolazione e ai parenti delle vittime «un grande spunto di riflessione», temo fortemente che rimarrà deluso. Eh sì, noi la pensiamo come Antonio Pesenti, primario del reparto di Anestesia e terapia intensiva adulti del Policlinico di Milano, uno che mentre sui balconi d’Italia si cantavano le canzoncine, lui combatteva a mani nude un virus di cui non si sapeva nulla e di cui la Cina non diceva nulla: «Credo che questa indagine abbia un valore catartico».

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Caro direttore, completata la giunta regionale vorrei riprendere il discorso che hai iniziato prima delle regionali commentando la dispersione di diversi amici in liste elettorali diverse, cui poi sono seguiti alcuni commenti. È forse utile precisare che il problema nasce perché tutti queste persone vivono l’esperienza di Cl: non è che la questione, almeno così mi pare, sia particolarmente sentita da altri politici cattolici.

Tutti consentono sul fatto che l’unità viene prima delle scelte politiche, che va ricercata “a monte”.

Credo si debba precisare che quello che sta a monte, se vogliamo usare questa immagine, è qualcosa di più grande e che non è costruito dalla iniziativa delle persone ma donato dall’alto: nella tradizione della Chiesa si chiama comunione e don Giussani ne ha fatto una documentazione concreta con il movimento di Cl.

La comunione tuttavia è esigente, per essere accettata e vissuta richiede anche il sacrificio di sé e la disponibilità a mettere in discussione i propri pensieri e le proprie scelte. Comporta a volte anche rinunce dolorose. Chiede anche che ci sia lo spazio per un’esperienza reale di sequela autorevole. Vale per la politica lo stesso metodo che vale per affrontare i diversi passi della vita quotidiana (con l’inevitabile presenza dei limiti e degli errori personali). Se invece prevale il proprio pensiero e la propria lettura della realtà si arriva alla situazione attuale: si rimpiange la mancanza di unità che non si è fatto molto per costruire.

Una seconda considerazione posso farla a partire dalla mia esperienza di più di trent’anni passati nelle istituzioni. In esse, quello che colpisce maggiormente le persone e rimane nel tempo, non è tanto la genialità personale (certo anche questa) quanto piuttosto il vedere un’amicizia in atto nelle diverse situazioni. Questo ho visto e sentito con i miei occhi sia da consigliere, assessore sindaco nel mio comune, sia da consigliere e assessore regionale negli anni di Formigoni. Checché se ne dica, e al di là di limiti ed errori inevitabili, in quegli anni in Regione Lombardia non era attivo un leader carismatico isolato, ma una forte personalità circondata da una compagnia di amici, all’interno e all’esterno delle istituzioni, visibili incontrabili e giudicabili da tutti.

Infine una possibile indicazione di lavoro. Chi è stato eletto ha ovviamente il compito di ben operare secondo le responsabilità che si assume. Tuttavia oggi, se prendiamo sul serio le ultime drammatiche parole di Benedetto XVI «L’intolleranza di questa apparente modernità nei confronti della fede cristiana ancora non si è trasformata in aperta persecuzione e tuttavia si presenta in modo sempre più autoritario, mirando a raggiungere, con una legislazione corrispondente, l’estinzione di ciò che è essenzialmente cristiano» (Che cos’è il cristianesimo), diventa fondamentale che anche attraverso il lavoro istituzionale si trovi lo spazio per rendere presente nella società plurale la visione del mondo alla quale continuiamo ad essere educati dalla chiesa e dal movimento.

Giulio Boscagli

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