«In Venezuela manca il 95% dei medicinali. Gli italiani sono il popolo che ci aiuta di più»

Di Rodolfo Casadei
12 Febbraio 2018
Mentre il dittatore Maduro pensa solo a indire elezioni incostituzionali, c'è chi aiuta il popolo venezuelano a non morire. Intervista a Marisol Dieguez, presidente e fondatrice di Ayuda Humanitaria para Venezuela

Non passa praticamente giorno che dal Venezuela non arrivino cattive notizie. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede che nel 2018 il paese batterà nuovamente il record mondiale dell’inflazione, con un fantasmagorico 13 mila per cento, mentre il Prodotto interno lordo (Pil) diminuirà di una bazzecola come il 15 per cento rispetto al già poco fortunato 2017. Di questo passo si potrà dire che fra il 2013 (anno della morte del presidente Hugo Chávez) e la fine del 2018 il Venezuela avrà dimezzato (-50 per cento) il proprio Pil. Fra le conseguenze di questo c’è che la percentuale dei venezuelani che è scesa sotto la linea della povertà, sia assoluta che relativa, ha toccato uno stratosferico 82 per cento.

Nonostante sia il paese con le più grandi riserve petrolifere del mondo (davanti persino all’Arabia Saudita), il Venezuela non riesce a sfruttare i vantaggi del recente aumento del prezzo del barile perché le sue capacità produttive sono sprofondate negli anni a causa dell’incompetenza gestionale, del clientelismo e dei mancati investimenti. Ai tempi in cui il prezzo superava i 100 dollari al barile, il governo Chávez usava i profitti per politiche assistenzialistiche e clientelari interne ed esterne al paese; cioè sia per fidelizzare segmenti dell’elettorato sia per creare una rete di governi alleati nell’America centrale e nei Caraibi. Al momento della morte del leader del socialismo bolivariano nel 2013, il Venezuela produceva 3 milioni di barili al giorno di petrolio, già meno dei 3,5 milioni del 1999 (anno di inizio della “rivoluzione bolivariana”), adesso la produzione è scesa ad appena 1,6 milioni di barili al giorno. In prospettiva significa che quest’anno nelle casse dello Stato entreranno 4 miliardi di dollari in meno rispetto all’anno scorso (27 miliardi anziché 31).

La crisi economica devastante ha generalizzato il mercato nero e la corruzione a tutti i livelli, a causa dalla penuria di beni e dell’inflazione rampante: esistono ormai un mercato nero dei medicinali, uno dei prodotti alimentari, uno dei pneumatici, uno dei passaporti… Le autorità competenti rilasciano o rinnovano i passaporti solo ai venezuelani che sono in grado di pagare forti cifre, come pure a cittadini stranieri, soprattutto mediorientali, che non ne avrebbero diritto ma che pagano in contanti sottobanco per il documento che permetterà loro di viaggiare senza visto in decine di paesi. Le cattive notizie riguardano anche il fatto che anziché occuparsi dello stato pietoso del paese il presidente Nicolás Maduro ha fatto sì che l’assemblea costituente da lui fatta eleggere l’anno scorso indicesse elezioni presidenziali anticipate: un provvedimento palesemente incostituzionale, come altre cose che Maduro fa da quando è presidente, e che ha sollevato le ire della Chiesa cattolica, alla quale appartengono il 94 per cento dei venezuelani.
Secondo i vescovi indire elezioni in questo momento è «uno sproposito etico e umano (…) un vero crimine che grida vendetta al Cielo che nel mezzo di una situazione di penuria, fame, paralisi dei servizi, morte e collasso nazionale, si privilegi uno spettacolo di distrazione e alienazione, in condizioni diseguali, contro ogni senso di equità e di servizio alla popolazione». Per risposta il presidente ha ordinato di aprire un’inchiesta giudiziaria contro due vescovi che avevano criticato l’iniziativa del presidente e dell’Assemblea costituzionale nelle loro omelie.

Nel frattempo le trattative fra il governo e il fronte dell’opposizione, poco unitario e ulteriormente indebolito dalle mosse del regime come quella di impedire la partecipazione alle elezioni di Henrique Capriles, che avrebbe messo d’accordo tutti, procedono stancamente con la mediazione del presidente della Repubblica Dominicana Danilo Medina e dell’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero. In questi giorni si trova in Italia Marisol Dieguez, presidente e fondatrice di Ayuda Humanitaria para Venezuela (AHV), uno dei più efficienti enti no profit che da qualche anno cercano di sovvenire ai bisogni materiali dei venezuelani. Nata a Miami nel 2014, dove la Dieguez vive e lavora da tempo, l’associazione ha antenne, collaboratori e partner in tutto il mondo. In Italia AHV si procura medicinali e presidi sanitari soprattutto attraverso Caritas, Banco Farmaceutico e l’onlus Le Medicine di Grottaferrata, grazie all’attivismo della Associazione Latinoamericana in Italia (Alionlus), che opera con 25 centri di raccolta di aiuti per il Venezuela e 120 volontari in tutta Italia.

Signora Dieguez, cosa l’ha spinta a creare Ayuda Humanitaria para Venezuela? Quali motivazioni sono all’origine del vostro impegno?
Non nascondo che l’origine dell’associazione è legata alle vicende politiche del mio paese. AHV è nata nel febbraio 2014 per aiutare i giovani che organizzavano proteste di piazza contro il governo per rivendicare il diritto alla libertà di espressione. Quelli che venivano feriti per strada dalla Guardia Nazionale avevano bisogno di cure, ma non potevano recarsi negli ospedali, perché sarebbero stati identificati e arrestati. Abbiamo cominciato a raccogliere medicinali di pronto intervento per curarli per strada, perché non venissero individuati dalla Guardia Nazionale. Poi le nostre attività si sono ampliate. La sede centrale dell’associazione è a Miami, in Florida; attraverso i nostri partner siamo presenti in Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Irlanda, Regno Unito, Abu Dhabi, Egitto, Australia, Messico, Panama e Porto Rico. In Venezuela ci sono due coordinamenti dell’associazione che non sono ancora stati registrati ma presto lo saranno, per dare una protezione legale alle persone che lavorano per il nostro programma.

In un’intervista lei ha detto che stimate che in Venezuela presso le strutture sanitarie manchi il 95 per cento dei medicinali di cui ci sarebbe bisogno. Altri forniscono dati diversi. Come arrivate a formulare queste cifre?
Sono le cifre avanzate dal New York Times sulla base di un’inchiesta in 17 ospedali venezuelani della durata di cinque mesi. Io credo che le cose adesso stiano ancora peggio. Ci sono altri che hanno cercato di calcolare il deficit di medicine e attrezzature mediche come l’organizzazione Codevida e come il deputato José Manuel Olivares, ma non è facile perché il ministero della Sanità, che in Venezuela si chiama ministero del Potere popolare per la Salute, non fornisce dati. Non è nel suo interesse rivelare cifre così allarmanti che riguardano una delle aree di crisi del paese. In Venezuela ci sono quattro grandi aree di crisi, che sono la sicurezza, l’educazione, l’alimentazione e appunto la salute.

Perché esiste questo deficit, quali sono le cause?
A causa della cattiva amministrazione, a causa della corruzione e dell’inflazione che portano alla penuria. Lo Stato non paga i laboratori che producono i medicinali e tutti gli altri fornitori del settore sanitario, e il risultato è la cessazione delle forniture. Ad aggravare la situazione c’è il sistema di controllo dei cambi: farmacie e ospedali non tengono accesso alla valuta forte per potere fare acquisti all’estero e mantenere le dotazioni dei loro depositi. Le imprese farmaceutiche venezuelane non hanno più accesso alla materia prima per produrre medicinali perché non hanno accesso ai dollari al cambio ufficiale. E il cambio al mercato nero è 270-280 mila bolivares per dollaro, che è quasi il salario minimo mensile!

Quali conseguenze ha tutto ciò sulla popolazione, sulle condizioni di salute generali?
Tutti i giorni in Venezuela abbiamo denutrizione e recrudescenze di malattie prima sotto controllo come tubercolosi, malaria, morbillo, difterite, scabbia. Non riusciamo più a curare il cancro e le malattie cardiovascolari.

Perché è tanto difficile inviare aiuti umanitari in Venezuela?
Perché il regime non accetta di proclamare lo stato di emergenza umanitaria, e pertanto gli organismi internazionali non possono usufruire delle facilitazioni del canale umanitario che viene aperto quando c’è lo stato di emergenza. Pertanto l’unico mondo di fare arrivare aiuti è attraverso fondazioni come la nostra, in modo clandestino, senza autorizzazione del governo. Non posso raccontare come facciamo a fare arrivare gli aiuti, perché verrebbero intercettati. Grazie alla collaborazione di persone molto impegnate ad aiutare il Venezuela ci riusciamo. Se si mandano aiuti a istituzioni in forma ordinaria, si rischia che vengano bloccati alla frontiera, sequestrati e poi fatti sparire. Cioè rubati.

Dopo quattro anni di attività, qual è il vostro bilancio? Quanti aiuti siete riusciti a inviare, quante persone ne hanno tratto beneficio? E chi vi ha aiutato nella vostra azione?
Abbiamo inviato 227 mila chili di materiali sanitari: medicine da ricetta, farmaci da banco, attrezzature sanitarie come stampelle, sedie a rotelle, attrezzature ospedaliere, pannolini e pannoloni, omogeneizzati, ecc.: tutto quello che ha a che fare con la salute. Abbiamo aiutato 90 istituzioni che non hanno vincoli né con lo Stato, né col settore privato. Per esempio aiutiamo la Caritas venezuelana, che ha una convenzione con Alionlus e con la Caritas italiana. Non sappiamo quante persone abbiamo raggiunto, perché le istituzioni nostre partner hanno organizzazioni molto estese: la sola Caritas Venezuela gestisce 20 banchi farmaceutici.

Che posto ha l’Italia nel vostro programma?
Un posto importante, perché l’Italia è il primo paese per quantità di aiuti raccolti, supera addirittura gli Stati Uniti, il paese dove c’è la sede centrale di AHV. E sono aiuti che non provengono dal governo, ma da comunità e gruppi. In Italia troviamo molta attenzione e buona volontà da parte di organizzazioni come la Caritas, il Banco Farmaceutico, l’onlus Le Medicine, ecc. Grazie alla collaborazione dell’Associazione latinoamericana in Italia (Alionlus), riescono a farci arrivare le medicine, a Miami o direttamente in Venezuela. L’unico problema è che abbiamo molte medicine dall’Italia, ma il trasporto è molto costoso. Di fatto molte medicine non ci sono ancora state inviate per mancanza di denaro con cui pagare il trasporto aereo, che è molto oneroso: parliamo di 9-10 euro al chilo ad ogni invio!

Davvero troppo: vuole fare un appello a quanti sarebbero in grado di fare qualcosa per il problema dei costi di trasporto?
Voglio che si sappia che in Venezuela sono bloccati molti italiani che non possono più uscire dal paese per mancanza di mezzi e per problemi di passaporto. È gente che ha contribuito tantissimo alla costruzione del paese, che ha lavorato fino a spezzarsi la schiena per la propria famiglia e per il bene del Venezuela. Adesso sono vittime del collasso del paese, molti di loro sono ridotti a mangiare una sola volta al giorno. La classe media venezuelana, entro la quale gli italiani erano numerosi, è scomparsa, è stata ridotta in povertà dalle politiche della narcodittatura che è diventato il Venezuela. Non dimenticateli.

@RodolfoCasadei

Foto Ansa

Articoli correlati

1 commento

  1. […] In Venezuela manca tutto, dal cibo alle medicine. A causa della folle politica del dittatore Nicolás Maduro larghe fasce della popolazione rischiano di morire di fame e già quattro milioni di persone sono scappate dal paese, che pure vanta le riserve petrolifere più vaste del mondo. Sopravvivere è diventato così difficile che sono in aumento le famiglie costrette ad abbandonare i figli. «La gente non riesce a trovare da mangiare. Non hanno di che sfamare i figli. Per questo li abbandonano: non perché non gli vogliano bene, ma proprio perché gliene vogliono», dichiara al Washington Post Magdelis Salazar, assistente sociale venezuelana. […]

I commenti sono chiusi.