
Imu alle scuole paritarie. Gentile ministro Profumo, può far leggere questo articolo al premier Monti?
Il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ha annunciato ieri durante un convegno che oggi incontrerà il premier Mario Monti e con lui discuterà la questione “Imu-scuola paritaria”. «Venerdì (domani, ndr) vedrò il presidente Monti al consiglio dei ministri e mi farò portatore positivo della vostra richiesta», ha detto a chi premeva per risolvere una situazione altrimenti esplosiva (Agidae, Agesc e Cdo hanno detto che così le scuole rischiano seriamente di chiudere). Pubblichiamo l’articolo sull’argomento che oggi compare sul settimanale Tempi in edicola
È un passo di valzer, quello del Consiglio di Stato. Tre balzi avanti, tre a destra, tre indietro, ma alla fine si gira intorno al problema “Imu per le scuole paritarie” senza trovare la giusta spinta per uscire dall’orbita circolare. Ci è voluto un regolamento del ministero del Tesoro, pubblicato la settimana scorsa in Gazzetta ufficiale, per chiarire che sì, anche gli enti no profit, ivi comprese le paritarie, sono tenuti a versare l’Imposta municipale unica, a meno che le rispettive attività non siano svolte gratis o dietro versamento di un importo “simbolico”. La ragione? Il timore di future (presunte) sanzioni europee per aiuti di Stato illegali e violazione della libera concorrenza. Questo non piace a Gabriele Toccafondi, deputato pidiellino e membro della commissione Bilancio della Camera: «A che prezzo continuiamo a prostrarci alle richieste dell’Europa?». Ma per capire tutta intera la vicenda occorre ricostruirla con ordine.
Nella selva della burocrazia, Toccafondi è un Virgilio eccellente, sanguigno come solo i toscani sanno essere. «Era il 27 febbraio scorso. Mario Monti, alla commissione Industria del Senato, era stato chiaro: “Non tasseremo mai il no profit”». Proseguiva il Professore: «Questi enti sono un valore e una risorsa per la società italiana. Proprio per evitare critiche ingiustificate e interpretazioni riduttive, però, si ritiene necessario definire con assoluto rigore l’esatto confine tra attività commerciali e attività non commerciali». «Una cosa giusta e ragionevole», commenta Toccafondi, peccato che lo spartiacque tra commerciale e non commerciale non era chiaro, e qualcuno se n’è approfittato. «Abbiamo chiesto di lavorare su un regolamento specifico per dirimere le ambiguità di interpretazione e avere un testo il più possibile trasparente». Il termine era previsto di lì a novanta giorni. Intanto, nel vuoto normativo, alcuni comuni si sono messi a bussare alle porte di cliniche private, scuole paritarie, comunità di recupero per ritirare le imposte. Bisognava agire in fretta.
La resistenza è bipartisan
«La prima bozza del regolamento prodotta dal ministero dell’Economia è stata rigettata a inizio ottobre dal Consiglio di Stato, istituzione con ruolo solo consultivo, che voleva cambiare la legge nello specifico dei singoli casi». Poi, il 13 novembre l’organo di Palazzo Spada ha bocciato anche le righe inserite dal governo nel decreto Enti locali per esentare dall’Imu le opere no profit in quanto attività non commerciali. Per il Consiglio, “commerciale” non è soltanto l’attività il cui fine è ottenere un utile, ma più in generale quella in cui esista una relazione diretta tra costi e ricavi. E quante sono in Italia le scuole non statali che possono permettersi di coprire i propri costi senza contare sui ricavi? A sciogliere ogni ulteriore dubbio, poi, è arrivato il nuovo regolamento del ministero del Tesoro: «Lo svolgimento di attività didattiche si ritiene effettuato con modalità non commerciali se l’attività è paritaria rispetto a quella statale e (…) l’attività è svolta a titolo gratuito, ovvero dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico (ovvero non superiore alla metà della media dei prezzi di listino offerti da attività simili nelle vicinanze, ndr) e tali da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio».
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Di conseguenza, ogni servizio è “commerciale” nel momento in cui a chi ne usufruisce è richiesta una retta maggiore di una mera tassa simbolica. «Ma secondo questi criteri – protesta Toccafondi – qualsiasi attività che offre un servizio alla persona è commerciale, a meno che non possa sostenersi grazie al bottino di qualche generoso filantropo. Prendiamo l’esempio delle scuole paritarie: gli insegnanti e gli educatori, per svolgere il loro compito, devono rientrare nei contratti collettivi nazionali. E come li stipendi?». Secondo il deputato pidiellino s’instaurerà un circolo vizioso. Le scuole paritarie, che già si mantengono in equilibrio precario grazie alle rette e a pochi spiccioli di contributi pubblici, andranno in crisi per sborsare i denari dell’Imu. Per evitare il collasso dovranno aumentare le rette. Ed ecco che l’attività diventerà, a questo punto sì, definitivamente “commerciale”. «Avevo proposto tramite emendamento – continua Toccafondi – che il criterio dell’esenzione fosse il fine lucrativo o meno dell’opera». Niente da fare.
Dalla stessa parte della barricata a Montecitorio c’è Simonetta Rubinato, deputata del Pd. Anche Rubinato è nella commissione Bilancio, ed è sindaco di Roncade, comune di 15 mila abitanti nel Trevigiano dove da sempre vive. «Da piccola, mia nonna mi portava in bicicletta fino all’asilo parrocchiale del centro», rivela a Tempi con una nota di nostalgia. Il Veneto detiene la maglia rosa in Italia per la presenza di istituti non statali tra le scuole dell’infanzia: sono il 68 per cento del totale, con un picco del 75 per cento proprio nella provincia di Treviso. «A Roncade sei bambini su dieci frequentano l’asilo parrocchiale. Ai miei tempi, la scuola era autofinanziata perché potesse offrire il proprio servizio alle famiglie più umili e modeste, ben prima che lo Stato assistenzialista costruisse i propri asili. Se abbiamo poche scuole statali, in Veneto, è perché Roma ha trovato qui un fertile humus sociale».
Il welfare della Chiesa
Rubinato in commissione Bilancio ha condotto una battaglia bipartisan (vittoriosa, per ora) allo scopo di impedire che l’erogazione di 223 milioni di euro destinati alle paritarie, affidata alle regioni, fosse bloccata dall’inasprimento dei vincoli del patto di stabilità. Un successo che l’ha resa bersaglio di molte freccette: Nichi Vendola, leader di Sel, ha definito l’emendamento come uno «sfregio alla scuola pubblica». «Non è così», si difende Rubinato. «Anzi, proseguendo in questa guerra tra guelfi e ghibellini, c’è il rischio che a rimetterci alla fine sia proprio la scuola pubblica. La quale, secondo la legge Berlinguer, è composta sia dalla scuola statale sia da quella paritaria. Non esiste che le attività pubbliche siano soltanto quelle dello Stato». Per lo stesso motivo, anche sull’esenzione dall’Imu, Rubinato si augura che «la gente dimostri un po’ di buon senso. Se le scuole paritarie chiudessero, lo Stato dovrebbe investire almeno 6 miliardi di euro per accogliere quasi un milione di alunni in più. Le pare un costo sostenibile? Ho difeso le motivazioni delle famiglie, delle regioni, dei cittadini e della parità scolastica. Sinceramente sono molto soddisfatta».
È urgente perciò stabilire uno spartiacque tra gli enti che possono effettivamente contare sull’esenzione e quelli che non possono, incalza Rubinato. «Le faccio un esempio: esistono alcune mense che preparano da mangiare ai poveri. Comprano il cibo, stipendiano un cuoco, pagano un affitto. Queste sono attività commerciali? Certamente, ma non hanno finalità lucrative. Insomma, va regolata la materia senza scadere in lotte ideologiche. Ricordiamo che i genitori che mandano i propri figli alle paritarie contribuiscono con le tasse al mantenimento dell’istruzione statale. E le esenzioni non rappresentano privilegi stantii, ma forme di equità. Se la Chiesa non paga l’Imu è perché possa essere messa nelle condizioni migliori affinché la sua azione sociale abbia effetto».
La sopravvivenza delle scuole paritarie è in pericolo. Il 2013 non promette nulla di buono, e se non cambieranno le regole sull’esenzione dall’Imu, molte saranno costrette ad aumentare le rette, minando ulteriormente la già inapplicata parità scolastica. Sempre che, nei casi peggiori, non debbano chiudere. Con grave perdita per la società italiana, dove «il welfare è molto sbilanciato sulle pensioni, le famiglie non hanno quasi alcun tipo di ammortizzatore sociale. Se non ci fosse la Caritas che consegna i vestiti e gestisce le mense, o il Banco alimentare che consegna generi di prima necessità alle famiglie bisognose, molte di esse non avrebbero di che vivere. Bisogna valorizzare la Chiesa di popolo e il volontariato cattolico, che è una straordinaria colonna portante per questo paese».
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