L’imputato Trump, le due Americhe che non si parlano e la democrazia alla prova

Di Massimiliano Herber
05 Aprile 2023
Cronaca di una giornata di fronte al tribunale di New York dove le tifoserie pro e contro l'ex presidente si insultano senza capirsi, pregustando entrambe una vendetta giudiziaria o politica
Trump
Il saluto di Donald Trump ai suoi sostenitori prima di presentarsi davanti al procuratore (foto Ansa)

New York. Sin dalle prime ore del mattino la commedia umana preferita dai media statunitensi ha scelto il parco antistante il tribunale di New York per la sua messa in scena. Il plotone di telecamere che dall’alba occupa il marciapiede le fa da quinta. Una accanto all’altra sono schierate due tifoserie, estreme e folkloristiche, i pro-Trump e gli anti-Trump, separate solo da un corridoio di transenne presidiato dalla polizia. Sono due Americhe, due universi ormai paralleli che non si parlano né capiscono, semmai si insultano. Si scandisce qualche sfottò, si agitano cartelli, ognuno sventola la propria bandiera brandita come un credo, sentendo legittimato il proprio disprezzo per l’altra parte o pregustando una giustizia che sa di vendetta o una vendetta che sarà politica.

Il circo mediatico attorno all’imputato Trump

Con la pazienza del segugio noi giornalisti bracchiamo i manifestanti uno a uno, oggi siamo noi media a sopravanzarli e facciamo la fila per strappare dieci secondi coloriti da mandare in onda, per immortalare un pezzo di mondo che negli ultimi dieci anni pare essersi cristallizzato. Il rischio – mi accorgo – è quello di confondere la platea con lo spettacolo principale, di montare la panna, ma di smettere di cercare di capire. Animare un circo mediatico, dimenticando chi è al centro della scena e perché.

Da giorni i riflettori sono solo su Donald Trump e vien da sorridere pensando a tutte le volte che l’avevamo dato per finito. Abbandonata la Casa Bianca, silenziato dai social media, ostracizzato dagli amici di Fox News, il 76enne egotico ex presidente pare sfruttare il presunto martirio giudiziario per ottenere quello che cerca di più: la visibilità.

L’umiliazione giudiziaria val bene la nomination per Trump

Da ex presidente candidato a ex presidente imputato il passo è stato breve; ma lui, incurante, cavalca la “persecuzione” giudiziaria e cerca di capitalizzarla non solo politicamente: ha costretto i repubblicani ha far scudo attorno a lui e in pochi giorni ha raccolto sette milioni di dollari in donazioni. Dopo essere sopravvissuto a due impeachment, all’inchiesta del procuratore Mueller sulle interferenze russe nelle presidenziali 2016, all’indagine parlamentare sull’assalto al Congresso del sei gennaio, Trump è persuaso di farla franca anche questa volta.

L’umiliazione newyorkese val bene una nomination repubblicana. In prospettiva Presidenziali 2024 l’incriminazione potrebbe rafforzare Trump nelle primarie repubblicane (in pochi giorni The Donald ha preso il volo nei sondaggi interni), ma pure rivelarsi un boomerang danneggiandolo in un’elezione generale per un secondo mandato. Da un lato può esserci la stanchezza dei conservatori più moderati all’ennesimo scandalo da ingoiare; dall’altro l’anti-trumpismo, infatti, rimane il carburante elettorale più mobilitante per quei democratici ed indipendenti che nel 2020 votarono Joe Biden.

La democrazia statunitense messa alla prova

A nove mesi dall’inizio ufficiale delle primarie conservatrici, senza neppure sapere ancora se lo sfidante sarà l’uscente inquilino della Casa Bianca, la campagna elettorale è già iniziata, mettendoci dinanzi gli stessi attori ma interrogandoci con quesiti vecchi. Che America scegliere? Con un ex presidente incriminato per reati penali ci si addentra in una terra sconosciuta, anche perché l’incriminazione per aver falsificato la contabilità aziendale per comprare il silenzio di due ex spasimanti e nascondere un figlio non riconosciuto potrebbe essere seguita da altre, frutto delle numerose indagini che vedono il Presidente numero 45 tra gli indagati (frode elettorale in Georgia, i documenti classificati portati a Mar-a-Lago, l’insurrezione del 6 gennaio).

Ma soprattutto rimane il drammatico monito di una democrazia statunitense messa ancora alla prova, perennemente in bilico, incapace di confrontarsi a causa della profonda frattura interna che la rende fragile e instabile. Come davanti al tribunale di New York, due platee opposte, due patriottismi contrapposti e in mezzo a occupare la scena da protagonista sempre lui, Donald Trump, che di questa sofferta fragilità americana è l’esito e la conseguenza più polarizzante, ma non la causa. Con buona pace della maggior parte di noi giornalisti che, come aspiranti buttafuori sotto il tendone, ci illudiamo di gestire il viavai in questo circo mediatico.

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1 commento

  1. LODOVICO FORNO

    Questo articolo lo sintetizzerei così: Trump: speriamo che sia la volta buona che lo facciano fuori, anche perchè se non corre lui per i Repubblicani sarebbe meglio. Posto che questa tesi è tutta da dimostrare (e già una volta mi par d’averla letta in questo giornale), ma a me pare che lei, autore di questo articolo, si sia concentrato sul dito, rappresentato dall’egotismo di Trump (e tutte le sue malandrinate) e abbia lasciato perdere la luna rappresentata da una escalation nella persecuzione politica attraverso via giudiziaria, che porta o verso una dittatura o verso una guerra civile. Ma questa volta non si limiterà a essere americana sarà di tutto l’Occidente. C’è oggi molta più consapevolezza che nel ’94, che lo sforzo di tutto l’occidente nel far crollare il muro e porre fine al comunismo si è capovolto, come effetti al suo interno, mettendo le forze antidemocratiche che stavano oltre cortina a leadership in occidente stesso (non le stesse fisicamente ma con le stesse concezioni). e questi non vogliono una democrazia dell’alternanza, ma vogliono comandare loro. Ieri Berlusconi oggi Trump e Nethaniau, domani chiunque sarà dall’altra parte (che sia un puttaniere o meno), verranno spazzati via con la giustizia (o cercheranno di farlo) per rieducare tutti noi. Spiace leggere articoli che paiono avere la preoccupazione da falsi democristiani di ricercare una impossibile equidistanza tra posizioni radicali. E’ la situazione che è così e lo vuole la sinistra.

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