Lettere dalla fine del mondo

L’immensa grazia divina di avere avuto in moglie una donna come Dionisia

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti

Questa settimana vi propongo una testimonianza ([email protected]).

Mi ritrovo a scrivere a un mese dalla morte di Dionisia. Era la fine dell’ottobre 2009 quando conobbi questa donna realmente bella, ribelle ma allo stesso tempo fragile. Aveva tra le braccia un bimbo di appena un anno, e da quel momento seppi, o il mio cuore sentì, che lei sarebbe stata per me. Dionisia era il tipico esempio di donna paraguaiana: lavoratrice, servizievole, ma circondata da uomini senza legge né onore, con l’unica occupazione di disseminare figli ovunque. Dionisia ne ebbe quattro, mai riconosciuti dai loro padri biologici, i quali però vollero allontanarla da ciascuno di essi, senza farle sapere per anni dove fossero. Quando la conobbi con questo quarto bebè tra le braccia, era colma di frustrazioni, ma nello stesso tempo irradiava la speranza di poter ricostruire la propria vita. Mi commosse molto. Provengo da una famiglia cristiana, mi è stato inculcato fin dalla giovane età il rispetto per la donna. Bene, ho dovuto passare attraverso molte prove, la più forte delle quali fu quando andai a donare sangue per il suo collega di lavoro e mi fu rinvenuta la presenza degli anticorpi Hiv. Io allora convivevo con Dionisia. Ero arrivato a 25 anni avendo avuto solo due fidanzate, e di buona famiglia. Ma a che cosa erano serviti i miei buoni costumi?

La lealtà di Dionisia fu messa a dura prova. Lei, nella sua infinita carità, rimase al mio fianco, comprendendo che non ci avremmo guadagnato nulla rimproverandoci vicendevolmente. Potete immaginare in che sgradevole situazione vivevamo. Ma la superammo, perché sopra tutte le cose ci amavamo tanto che per noi non esisteva neanche la malattia. Ogni giorno era una realtà e il desiderio del seguente era la speranza di veder crescere nostro figlio. Dionisia pregava sempre con insistenza. Pregava per la mia conversione, perché io, triste e infelice, mi credevo saggio perché avevo studiato in luoghi di alto livello, ma mi ero scordato di Dio. Dionisia, con una pazienza francescana, continuò a purificare la mia visione e il mio atteggiamento nei confronti di Dio e della Chiesa. Non perse mai la fiducia che un giorno io sarei arrivato alla felice conclusione che la nostra vita in concubinato era una vita di peccato. Il suo desiderio di sposarsi era un desiderio di vedere realizzati i suoi sogni e, inoltre, la dimostrazione del rispetto per la sua persona.

Sapevamo che uno dei due avrebbe perso la vita e cercavamo di godere al massimo di ogni giorno. Vivevamo e ringraziavamo per questa benedizione che Lui ci dava ogni giorno. Per il pane che non ci mancava, il lavoro, l’allegria di essere insieme, di sentirci l’uno per l’altra.

Ma la malattia non perdonava. Lentamente, Dionisia manifestava problemi di salute che la portarono a tre ricoveri in ospedali pubblici. Quando non avevo più un centesimo per le sue cure, degli amici mi avvicinarono alla Clinica Divina Providencia. Sì, fu realmente la Provvidenza del Signore che vide la vita della sua serva, si impietosì e la portò qui. Fu l’ultimo anno della sua vita, ma il più felice. Conobbe persone eccezionali che, senza chiederle nulla del suo passato o del suo presente, le tesero non una, ma cento mani autenticamente cristiane. Qui coronò il suo sogno di sposarsi, di vedermi cresimato, comunicato e confessato, perché avevo tanto da confessare.

Non potrò mai dimenticare i giorni vissuti con lei nella Clinica. Sono giorni che segnano un essere per sempre. Il luccichio dei suoi begli occhi verdi si oscurava, finché una domenica Dionisia iniziò a congedarsi dal mondo. Quando venne il momento, Dio volle che potesse sussurrarmi le sue ultime parole di amore. «Vero che siamo stati felici?». Il mio cuore andava in pezzi: «Sì, siamo stati felici, e molto, malgrado tutto!». Dio mi ha dato l’immenso privilegio di darmi in sposa Dionisia, attraverso di lei l’ho conosciuto, e conoscendolo mi sono sentito cristiano come mai prima, perché ci ha toccato nella ricchezza e nella povertà, nella salute e nella malattia, finché alla fine la morte ci ha separato.

Dio, nella sua immensa misericordia, ci ha messi in questo luogo. Sebbene ogni essere umano debba affrontare la morte, non può sopportare questa esperienza da solo. Ha bisogno di un gruppo di amici che stiano con lui e gli offrano un calore umano che non può essere dato in nessun altro modo. E se questo si basa sulla fede comune, molto meglio. Grazie a tutti, grazie a Dio onnipotente che mi ha dato amici simili. Rimbomberanno per sempre nel mio cuore il santo rosario, il canto che accompagnava ogni giorno la processione con il Santissimo che visitava malato per malato. Amici per sempre.

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