
Lettere al direttore
Il treno del ministro Lollobrigida e altre lettere su femminicidi e patriarcato

Che il ministro Lollobrigida abbia fatto fermare un treno per scendere dove più gli garbava è scandaloso. Questi politici non hanno più il senso del limite e fanno tutti schifo. Tutti, indistintamente. Abbasso la Casta.
Loris Armadi via email
Non ci ha fatto una bella figura, in effetti. Ma la invito a riflettere sul fatto che se il ministro, anziché prendere il treno, si fosse spostato con l’auto blu, probabilmente all’evento di Caivano, dove era diretto, sarebbe arrivato in tempo. Per come la vedo io, è questo l’errore: un ministro rappresenta lo Stato, cioè me e lei, ha un ruolo che deve (e sottolineo “deve”) esercitare e per farlo deve (e sottolineo “deve”) usare gli strumenti adeguati che lo Stato, cioè me e lei, gli mette a disposizione: cioè l’auto blu. Il problema è che, negli ultimi anni, tutta la retorica sui costi della politica ha prodotto esattamente questo: ha annebbiato la vista sia dei cittadini sia dei loro rappresentanti. Si chiama qualunquismo e fa più danni della Casta.
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Gentile direttore, mi sento fortemente nauseato dal chiacchiericcio strumentale che si è formato attorno al “caso”, così l’hanno ridotto, di Filippo e Giulia, al punto che da due giorni non seguo più i tg e leggo solo commenti su organi intelligenti tipo Tempi. Quello che sento è un grande tanfo di ideologia, non quella declamata apertamente come si faceva una volta ma quella artificiale e subdola che va tanto di moda oggigiorno. Cosa pensare infatti dell’enfasi e mobilitazione sproporzionata creatasi attorno a Giulia e Filippo, come se i 104 precedenti del solo 2023 avessero meno importanza. Gli impuri di cuore inneggiano, solo ora, all’educazione affettiva, naturalmente come cavallo di Troia utile a campi di rieducazione scolastica e non solo. Questi tuttologi disperati hanno riesumato il patriarcato, in via di estinzione, come causa di tutti i mali di coppia e famigliari senza accorgersi che proprio loro vorrebbero istituire e istituzionalizzare un patriarcato statale che “educa” le masse fin dalla tenera età ad un nuovo umanesimo improntato solo su se stessi a scapito del più debole. Un patriarcato statale che decide chi ha ragione a prescindere, chi deve vivere o morire anche contro il parere dei genitori di Indi Gregory. «Rimanete saldi nella fede. Non lasciatevi confondere» (Benedetto XVI).
Enrico Ventura via email
Concordo su tutto.
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Egr. direttore, anch’io come tutti sono stato molto colpito del barbaro assassinio di Giulia Cecchettin. Da parte di tanti commentatori, giornalisti, politici, sui media e sui social si è molto insistito sull’importanza e sull’urgenza di un intervento educativo che aiuti a prevenire i femminicidi e i comportamenti violenti contro le donne. Si è parlato di educazione affettiva, alla relazione e al rispetto, di corsi su questi problemi da tenersi nelle scuole. Si tratta di proposte lodevoli, ma limitate, parziali, che a mio parere non vanno alla radice del problema dell’affronto e della prevenzione degli atteggiamenti e dei comportamenti disumani e violenti nella nostra società sia da parte di giovani che di adulti. Giustamente si è detto che il problema è l’educazione, mi è sorta la domanda: ma cosa significa educare? Per la mia esperienza ritengo che ogni intervento teso al cambiamento della persona e a prevenire comportamenti violenti debba essere inserito in un discorso globale sull’educazione, che mai come oggi sperimenta una profonda crisi e emergenza. A questo proposito mi è venuto in mente l'”Appello” sottoscritto da numerose personalità e tanti cittadini italiani dopo l’uccisione dei soldati italiani a Nassirya nel 2003, il titolo era “Se ci fosse un’educazione del popolo tutti starebbero meglio”. In quell’appello, che dovrebbe essere ripreso per la sua verità e attualità, si parlava dell’emergenza educativa e della necessità di un forte e profondo rinnovamento dell’educazione in famiglia, a scuola, nei diversi luoghi educativi.
Cito alcuni passaggi dell’appello: «L’Italia è attraversata da una grande emergenza. Non è innanzitutto quella politica e neppure quella economica… si chiama “educazione”. Riguarda ciascuno di noi, ad ogni età perché attraverso l’educazione si costruisce la persona e quindi la società… Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli… Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza risposta. È stata negata la realtà, la speranza di un significato positivo della vita, e per questo rischia di crescere una generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri, costretti a camminare come sulle sabbie mobili, bloccati di fronte alla vita, annoiati, a volte violenti, comunque in balia delle mode e del potere… Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti. Occorrono maestri, e ce ne sono, che consegnino questa tradizione alla libertà dei ragazzi, che li accompagnino in una verifica piena di ragioni, che insegnino loro a stimare ed amare sé stessi e le cose». Sono giudizi e indicazioni decisivi per un lavoro educativo vero e dovrebbero essere tenuti presente e attuati ovunque.
Diceva don Luigi Giussani: «Tutto ciò che è umano è frutto di una educazione», affrontare le sfide dei nostri tempi, compresa quella dei femminicidi e della violenza sulle donne, significa “accendere l’umano” di chi incontriamo come è stato detto in un recente incontro del Centro culturale di Milano. Ma questo avviene se ci sono degli adulti che vivono in prima persona la verità e la bellezza della loro umanità e la giocano nei rapporti, nel lavoro educativo quotidiano, nell’insegnamento, offrendo ai ragazzi una ipotesi di significato da verificare nella vita.
È l’esperienza che ho vissuto e vivo nella realtà di Portofranco di Varese. Mi sono chiesto: cosa trovano i ragazzi di diverso e affascinante nell’esperienza di Portofranco? Perché vengono volentieri? Perché trovano qualcuno che essendo interessato alla propria umanità è appassionato alla loro; perché l’incontro coi ragazzi parte dal bisogno di studiare, ma è aperto a tutta la vita e alla realtà; perché il messaggio più importante che comunichiamo ai ragazzi è: “Tu vali tantissimo, il tuo valore è infinito, da qui nasce la stima di te e degli altri”; perché quello che si insegna e si studia insieme c’entra con i profondi desideri e le domande del cuore umano, parte da una ipotesi positiva di significato del reale, aiuta il ragazzo a scoprire chi è, il suo valore e a dare un senso alla vita e allo studio. Da questa esperienza nasce una responsabilità come emerso in conclusione dell’incontro: “Educare oggi: scuola una rinnovata passione per l’uomo”, organizzato dal Centro culturale di Milano e altre realtà educative. Nella conclusione si è detto: «Rendere pubblico il valore delle nostre esperienze, anche apparentemente localizzato, è un fattore oggi decisivo, perché è proprio da questi tentativi che può ripartire un’esperienza culturale diffusa, un modello didattico nuovo e chissà anche un incidenza a livello di sistema». E’ importantissimo rendere pubblici e comunicare le novità delle nostre esperienze educative, cercando di incidere sul sistema educativo.
Nella realtà di Varese sono diversi i luoghi e le esperienze come Portofranco che propongono una rinnovata passione per l’uomo, soprattutto per i più giovani, per cui è nata a livello decanale la proposta di un incontro rivolto di queste realtà per una conoscenza reciproca e per rendere pubblica l’esperienza educativa vissuta, ricercando un dialogo e un confronto con insegnanti, genitori ed educatori che operano nella realtà di Varese e in tutte le scuole, per raccogliere esperienze, suggerimenti e proposte di insegnanti ed educatori. Lo scopo è quello di offrire un contributo costruttivo alle scuole, alle famiglie e ai diversi luoghi educativi perché cresca l’attenzione e la passione all’umanità dei ragazzi e affrontare così l’emergenza educativa. In seguito si pensa a incontri e testimonianze per sostenere il lavoro educativo quotidiano.
A mio parere, questo lavoro teso al cambiamento e al rinnovamento di tutta la realtà educativa è la risposta al “grido” che è emerso dai tanti drammi accaduti nella nostra società e dal dramma vissuto da Giulia. L’educazione affettiva e alla relazione non si ottiene con le raccomandazioni, le regole, i corsi tenuti da esperti, ma è il frutto di un rapporto, di un ascolto fra l’adulto e il giovane, di un lavoro educativo quotidiano, di un insegnamento che comunichi al giovane il grandissimo valore della sua persona e che faccia nascere o aumenti in lui la stima di sé e quindi degli altri. Ripeto, è decisivo offrire a tutti la novità dell’esperienza educativa che stiamo vivendo, pertanto sarebbe importante conoscere altri tentativi simili in atto in altre realtà educative del nostro Paese.
Franco Bruschi Varese
Caro Franco, come a te, anche a me è tornato in mente in questi giorni quell’appello sull’emergenza educativa (l’ho usato come spunto anche per l’editoriale del mensile di dicembre). Hai proprio ragione tu, è questa la questione, altro che patriarcato. Ed è fondamentale che quelle esperienze dove esiste un rapporto sano, positivo, costruttivo tra adulti e ragazzi siano fatte conoscere, mostrate, proposte. Di chiacchiere sono piene le sabbie del deserto (e le redazioni dei giornali), delle analisi ce ne facciamo ben poco se non indichiamo modelli alternativi già in essere dove questa emergenza è affrontata con esiti, spesso, positivi. Grazie.
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