
Il tempo dell’anti-antiG8
È cosa certa: con l’approssimarsi dell’appuntamento del G8 a Genova nelle prossime settimane saremo sommersi da una fitta coltre di propaganda anti-globalista, terzomondista, ambientalista che vorrà convincerci che il mondo sta andando a rotoli a causa della globalizzazione dell’economia di mercato e di tutto ciò che ad essa è riconducibile (logica del profitto, speculazione finanziaria, biotecnologie, multinazionali, ecc.). I meccanismi di questa propaganda sono molto ripetitivi: si prende un problema socio-economico planetario reale, si gonfiano un po’ le cifre, si abbozza un ragionamento e con brevi passaggi illogici si attribuisce la responsabilità del tutto al «pensiero unico dei plutocrati» (non stiamo facendo ironia grossolana, è una citazione letterale dal mensile Nigrizia). L’antiglobalismo alla maniera di Nigrizia e del “popolo di Seattle” merita di essere confutato sia sul piano culturale che su quello dell’analisi dei fatti, ed è questo ciò che cercheremo modestamente di fare nelle settimane che ci separano da qui al summit di Genova. Prendiamo, per cominciare, un tema classico come la fame nel mondo. Per il movimento antiG8 è assiomatico che di essa sia responsabile l’economia di mercato. Per esempio secondo il bimestrale Solidarietà internazionale i denutriti nel mondo sono «oltre 1 miliardo»; le cause della fame starebbero nel fatto che nei paesi poveri «i terreni continuano ad essere destinati alla produzione per l’esportazione» e «questa situazione genera il bisogno di acquistare dall’estero, a costi spesso ipervalutati, quei beni di prima necessità che potrebbero essere facilmente prodotti in loco»; quindi «l’inaccettabile legalizzazione del sistema di scambi mondiale sancito dal Wto costituisce un passo in direzione opposta a quanto sarebbe viceversa necessario creare». Si tratta di tre palesi controverità. Gli affamati nel mondo sono, secondo gli ultimi dati disponibili, 826 milioni (fonte: Fao, The state of food insecurity in the world 2000); il prezzo dei generi di prima necessità non è affatto aumentato nel tempo, anzi: grazie ai progressi tecnologici e alla libertà di mercato fra il 1961 e il 1997 i prezzi sono diminuiti in termini reali di circa il 40 per cento, con grande vantaggio dei poveri che devono fare la spesa (fonte: Ifpri, Pilot analysis of global ecosystems); il Wto è impegnato nell’abbassamento delle barriere tariffarie e nell’eliminazione delle sovvenzioni Ue ed Usa alla produzione agricola, due cose che permetterebbero un’ulteriore diminuzione dei prezzi e la penetrazione dei mercati occidentali da parte delle agroesportazioni terzomondiali. Perché non c’è niente di male se il Senegal esporta il suo cotone per procurarsi valuta pregiata e importa riso thailandese che costa meno di quanto si spenderebbe a produrlo localmente. Ma questa logica economica elementare non penetra nelle menti degli antiG8.
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