
Il piccolo Mikey, storia pazzesca del miracolo di padre McGivney

“Michelle, il tuo bambino non ha alcuna speranza”. Il medico le aveva dovuto spiegare per filo e per segno cosa stava accadendo a quel figlio ancora in grembo: “Sindrome di down e idrope fetale. È una combinazione letale, non c’è alcuna possibilità di sopravvivenza”. Trent’anni che faceva quel mestiere e non aveva mai visto un bambino sopravvivere a una simile diagnosi, aveva ribadito il ginecologo della Vanderbilt University a suo marito Daniel che gli chiedeva se esistesse una minima possibilità. Michelle e Daniel Schachle non sapevano nulla di idrope fetale, di quel raro e misterioso accumulo di liquidi attorno agli organi vitali, al cuore del loro Benedict, “baby Ben”. Sapevano però molto di figli, ne avevano messi al mondo dodici, e sapevano anche cosa significava perderli: Michelle aveva già dato alla luce un bimbo morto. Ma la speranza, quella non era avvolta come una diagnosi negli incartamenti dei medici. Il bimbo si muoveva nella pancia di Michelle mentre nella sua casa a Dickson, nel Tennessee, l’allegro chiasso di figli robusti e figlie dai capelli lunghissimi rinfocolava lo spirito battagliero medievale che aveva legato i due ragazzi ai Cavalieri di Colombo e all’amicizia con il loro fondatore.
MICHELLE, CONVERSIONE E CAZZOTTI
Si erano conosciuti in prigione e si divertivano a raccontarlo così agli amici. Michelle era una madre single con due figlie gemelle che lavoravano nell’ufficio del capo della sicurezza, Daniel faceva la guardia. Si innamorarono e sposarono in fretta: Daniel adottò le due bambine, che all’epoca avevano quattro anni, e Michelle si convertì al cattolicesimo poco prima di entrare in chiesa vestita a nozze. All’inizio faceva un po’ a cazzotti con la sua fede, non afferrava il senso delle preghiere o del rivolgersi ai santi invece che a Cristo. Ma si sentiva “afferrata” e fedele al senso della vita, il rispetto della vita che ancora ragazza l’aveva spinta ad accettare di diventare madre. Daniel invece era ultra cattolico, tre anni prima di sposarsi era entrato nei Cavalieri di Colombo, lavorava per loro come assicuratore ed era stato anche Grand Knight del consiglio locale: tradotto, per chi non conoscesse la più numerosa organizzazione cattolica mondiale, aveva imparato a mettere la fraternità al centro di tutto, esattamente come aveva fatto nel 1882, a New Haven, il giovane prete irlandese Michael McGivney.
DANIEL, CAVALIERE DI COLOMBO
Daniel era rimasto profondamente colpito dalla storia del fondatore dei Cavalieri, maggiore di tredici fratelli che aveva perso il padre quando erano tutti ancora piccoli durante un incidente sul lavoro. Fin da bambino aveva conosciuto la povertà e la tribolazione delle donne vedove; e all’inizio del Novecento erano tante quelle che avevano perso il marito sotto le armi o per infortuni mentre cercavano di procacciare il pane alla famiglia. La fraternità, i Cavalieri di Colombo, animati dalle quattro virtù – carità, unità, patriottismo e fedeltà – erano nati così: fedeli al pontefice di Roma (quando i cattolici erano ancora una minoranza in terra protestante) e all’istituzione di una mutua a cui ognuno dei membri versasse una quota da redistribuire ai bisognosi. In fretta, mentre cresceva la fede di Michelle e con lei la famiglia Schachle – “dicevamo di sì ad ogni figlio, uno per uno” – padre Michael McGivney era diventato la roccia di marito e moglie: “McGivney Academy” era il soprannome della loro homeschool, il santino delle preghiere era tutto consumato.
“ABORTITE, TANTO IL BIMBO MUORE”
Il dottore cercava di rassicurarli. Non c’era speranza per il loro bambino e non c’era ragione per sentirsi in colpa interrompendo la gravidanza. “Potete abortire adesso, oppure lasciare che la natura segua il suo corso”. “Non mi è piaciuta nessuna di quelle opzioni”, avrebbe spiegato poi Daniel. “Mi ha fatto impazzire. Il mio lavoro di papà è proteggere i miei figli, non ucciderli”. Il medico aveva insistito, “potresti avere complicazioni gravi anche tu”, aveva detto a Michelle. Dal canto suo lei, per uno sputo di secondo, ci ha pensato, ad abortire. Lì, davanti al medico che parlava solo di rischi e con dodici figli a casa che l’aspettavano. Ma è stato un secondo.
“TI SCONGIURO, DIO, DAMMI UN BIMBO DOWN”
Invece di abortire gli Schachle fecero il loro mestiere, quello imparato in 18 anni di matrimonio: affidarono la loro creatura a padre McGivney, “sai – diceva Daniel alla moglie – padre Michael ha bisogno di un miracolo per diventare santo, e perché questo miracolo non può essere il nostro bambino?”. ” E se Dio decidesse di non salvarlo?”. “Abbiamo un viaggio a Fatima da fare ora”. Il viaggio-premio in Portogallo, programmato per i migliori dipendenti dei Cavalieri di Colombo, si trasformò quell’anno in un vero e proprio pellegrinaggio. I due sposi mandarono mail chiedendo a tutti i loro amici l’intercessione di padre Michael. “Sono passata dal chiedere a Dio ‘come potrei prendermi cura di un figlio down’ a ‘ti scongiuro, Dio, voglio un bambino down”. Durante il viaggio furono celebrate messe chiedendo l’intercessione, un popolo dall’America li accompagnò nella stessa, tenace preghiera. E padre Michael intervenne, eccome.
“MICHAEL, IL SUO NOME È MICHAEL”
Di ritorno dal pellegrinaggio, Michelle tornò a fare l’ecografia. Il medico che armeggiava con gli ultrasuoni non sapeva fosse lei la donna in cura alla Vanderbilt con un bambino che doveva morirle in pancia. Dopo aver riposto l’ecografo, iniziò a parlare del parto, e stampando la fotografia disse “è il bambino più carino che abbia mai visto”. Michelle era confusa, anzi, scioccata, “il parto? Dottoressa mi avete detto che non c’è alcuna speranza, l’idrope fetale…”. Il medico la guardò perplesso: l’ecografia non mostrava niente del genere, non c’era alcuna traccia di idrope. Chiamò i colleghi, molti medici si riversarono intorno a Michelle, armati di cartelle cliniche, ecografie precedenti, cosa poteva essere accaduto? Nel caso di quel bambino l’idrope non era reversibile. Nella confusione qualcuno chiese alla donna “come lo chiamerete?”, “Micheal, il suo nome è Michael”, rispose Michelle, scoppiando in lacrime di gioia.
UN BAMBINO PICCOLISSIMO
Non fu facile, mettere al mondo Micheal, “Mikey”: la sua mamma subì un cesareo d’urgenza il 15 maggio 2015 (nella ricorrenza del primo consiglio dei Cavalieri di Colombo) e il bimbo piccolissimo, nato a sole 31 settimane di gestazione, trascorse i primi 71 giorni della sua vita in ospedale. A sole sette settimane, come molti bimbi con la sindrome di Down, venne operato al cuore e a sei mesi venne ricoverato in fin di vita per altri due mesi a causa di una malattia respiratoria. Un intero popolo si strinse alla famiglia senza smettere di pregare padre McGivney (“non capite – diceva Michelle ai medici scoraggiati – fidatevi del buon Dio che ha grandi progetti per questo bambino”) e, in capo a un anno, il bambino sembrava rinato. Oggi ha cinque anni, è sano, forte, felice, nessuna conseguenza legata alla nascita prematura, nessun segno di aver sofferto di idrope fetale.
PAPA FRANCESCO APPROVA IL MIRACOLO
Il 26 maggio scorso papa Francesco, dopo un incontro con il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, ha autorizzato la Congregazione a emanare un decreto che riconosce il miracolo di padre McGivney, aprendo la strada alla beatificazione del fondatore dei Cavalieri di Colombo. Quando i giornali hanno diramato la notizia poco si sapeva del miracolo approvato, poco di quel “bambino non ancora nato e guarito in utero” dopo che la sua famiglia aveva pregato il prete irlandese. Poco si sapeva di un’indagine aperta nel 2016 nella diocesi di Nashville: il processo di valutazione, condotto nel più assoluto riserbo, è stato lungo e complicato, ha contato dozzine di interviste, esami di prove mediche, mesi di lavoro e un processo molto specifico alla Congregazione Vaticana per le cause dei santi.
UNA PREGHIERA SEMPLICE E CHIRURGICA
Sono stati interrogati venti medici diversi della Vanderbilt University Medical Center che si sono presi cura di Michelle Schachle durante la sua gravidanza e dopo la nascita di Michael (“Mikey”), e numerosi specialisti in medicina fetale esperti di casi simili. I medici stessi che avevano raccomandato a Michelle di interrompere la gravidanza hanno raccontato di non sapersi spiegare la scomparsa dell’idrope e di essere stati profondamente cambiati dalla storia di Michael. Il Vaticano ha richiesto prove specifiche anche sulle preghiere, chi pregava quando e a chi chiedeva il miracolo. Ma gli Schachle erano stati semplici e chirurgici: pregate padre McGivney, avevano chiesto questo agli amici, perché la vita di Michael possa essere il suo miracolo.
“PERCHÉ NON AVETE CHIESTO CHE GUARISSE DALLA SINDROME DI DOWN?”
Durante l’indagine agli Schachle fu ripetutamente chiesto perché non avessero pregato o chiesto di pregare anche per la guarigione di Mikey dalla sindrome di Down. Michelle era sconcertata, “durante il viaggio a Fatima ho solo chiesto il miracolo della sua vita, non avevo altra richiesta nel cuore”. Nessuna condizione è stata dettata, mentre i medici spingevano per l’aborto, “un bambino con la sindrome di down sarebbe stata una benedizione per la nostra famiglia, ci importava solo che potesse vivere”.
La cerimonia di beatificazione sarà programmata in autunno nell’Arcidiocesi di Hartford, nel Connecticut, dove la causa di santità è stata formalmente aperta nel 1997 e al padre irlandese stato assegnato il titolo di “Servo di Dio” e poi di venerabile per aver vissuto eroicamente le virtù cristiane. Quando gli Schachle hanno raccontato la loro storia alla Catholic News Agency, hanno mostrato alcune foto dall’album di famiglia. C’è tutto in quelle foto. Non si poteva raccontare un miracolo in modo migliore.
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