
Lettere dalla fine del mondo
Il peccato veniale ci sbriciola come un tarlo col legno
Mi colpiscono sempre le parole di san Paolo: dovrete rendere conto a Dio perfino di ogni parola vana. Per la mia esperienza, il termine “parola vana” significa tutto ciò che vivo prescindendo dal Mistero, cioè ogni volta che mi lascio guidare dalla mia opinione, dal mio istinto, dalla mia misura. Mi rendo conto che tutti i giorni mi dimentico di essere relazione con il Mistero e del fatto che non esiste nessuna cosa, anche apparentemente banale, che non contenga in se stessa la grande Presenza. «La realtà è Cristo» afferma san Paolo, sottolineando che sia il mondo intero che qualsiasi successo quotidiano provocano la mia libertà, affinché io possa riconoscere la voce del Mistero fatto carne in Cristo che mi chiama. Il Vangelo, parlando di Gesù, dice “bene omnia fecit”: ha fatto bene tutte le cose. Cosa significa questa provocazione nella mia vita? Essa rappresenta qualcosa di molto semplice, che ho imparato in questi 23 anni di missione in Paraguay. Quando sono rimasto solo in parrocchia mi sono chiesto: Signore cosa significa essere parroco e quale cammino educativo devo proporre affinché i fedeli che mi hai affidato possano incontrarTi?
Ricordo che mentre ero davanti al Santissimo Sacramento ho percepito chiaramente ciò che il Mistero mi stava chiedendo: vivere intensamente il reale in tutti i suoi particolari, dal modo di entrare e stare in chiesa, di pregare, fino alla cura della casa parrocchiale e delle altre opere che la Provvidenza ha generato usando il niente che siamo. Molte volte ho affermato che l’unica verità pastorale è quella di mostrare come vivo in ogni momento. Il libro Cristo e il lavandino è nato dall’esperienza, dalla coscienza che non esiste particolare della vita che non rimandi al Mistero. Il problema che viviamo ogni giorno coincide con la dimenticanza di questa verità, mentre quando uno la sperimenta, la vita diventa più vita, la sua umanità cresce esprimendo tutta la sua bellezza.
Proviamo ad immaginarci la differenza che esiste tra una persona che vive ogni istante con questa coscienza ed un’altra che vive il quotidiano dimenticandosi della realtà come luogo in cui l’uomo incontra il volto misterioso del Padre. Giovanni Paolo II ha affermato, parlando di S. Benedetto: «La grandezza di questo santo sta nell’aver vissuto in modo eroico il quotidiano ed in modo quotidiano l’eroico». In questa prospettiva non esiste divisione tra fede e vita. Una divisione che si evidenzia perfino nella nostra maniera di respirare. Per questo vorrei ringraziare il lettore di Tempi per la lettera che mi ha inviato, in cui ha sottolineato che il peccato veniale –- che quasi tutti sottovalutiamo – non separa da Cristo come il peccato mortale, ma è come il tarlo che pian piano e senza rumore è capace di demolire qualsiasi casa fatta di legno. Questo tarlo, come lo descrive molto bene l’amico della lettera che riporto di seguito, è l’immagine più bella che ci aiuta a capire meglio quei santi che si confessavano ogni giorno o che avevano al loro fianco il confessore. Che coscienza grande hanno queste persone della loro relazione con Cristo e della necessità drammatica di confessarsi, godendo della gioia provocata dalla tenerezza piena di misericordia del Mistero!
Quando spiego ai ragazzi la differenza che esiste tra il peccato mortale e quello veniale, di solito uso l’immagine di una bella casa, ben arredata. Il peccato mortale è paragonabile all’immagine di questa casa mentre crolla, invece il peccato veniale è la stessa casa che, anche se in apparenza non presenta nessuna crepa, è tutta impolverata, nessuno vuole pulirla o in cui neanche notano lo sporco. Pian piano le crepe appariranno ed arriverà il momento in cui la casa crollerà da sola. Tutti possiamo verificare nella nostra vita questo modo borghese di vivere, quando arriva il momento in cui siamo ridotti ad un mucchio di macerie. Ricordiamo ciò che afferma l’evangelista San Giovanni nell’Apocalisse: «Non sei né caldo né freddo, per questo ti vomiterò».
Carissimo padre Aldo, l’ultima volta che ci siamo visti mi hai sorpreso, come sempre, quando mi hai detto che il peccato veniale è più pericoloso di quello mortale. Spiegandomi che «quest’ultimo è eclatante, molto evidente, come un forte temporale o un terremoto: e uno lo vede e… si ravvede. Ma quello veniale è come un tarlo nel legno, (che in Paraguay si chiama cupi-i) uno lo lascia entrare e lui, il tarlo, pian piano con calma e senza che ce ne si avveda, mangiucchia tranquillo, a poco a poco. Il risultato finale è che il legno perde internamente la sua consistenza e si sbriciola!». Mi sono acceso a queste parole e così ho voluto approfondire l’argomento “tarlo”. Partendo dal fatto che ogni elemento della realtà ci insegna un aspetto del Mistero, mi sono dapprima documentato on line scoprendo quanto segue: «… i tarli sono insetti piuttosto timidi. Esistono tante specie di tarlo, ma tutti più o meno con lo stesso carattere introverso, schivo, poco socievole. Sono ombrosi e scorbutici… insomma un caratteraccio! Spesso si annidano in zone non raggiungibili e le uova sono quasi inattaccabili. Per questo, insieme ai trattamenti, occorre munirsi di tanta costanza, procedere periodicamente con attenzione, chiudere con la cera i buchi trattati e braccare il tarlo in quelli nuovi. Il trattamento migliore è quello di avere cura dei mobili in quanto lucidati ed incerati risultano poco invitanti per il “cavernoso” e quasi “invisibile” essere. Il tarlo dei mobili, si nutre della polpa del legno. Per sterminarli ci vuole una disinfestazione sicura sia per la salute di fusti vivi che per l’integrità della mobilia d’appartamento, in quanto compromettono le funzioni vitali nei primi e la stabilità e la robustezza nella seconda».
Ti ringrazio padre Aldo, perché ho potuto vedere molto bene anche su di me che il peccato veniale può essere davvero devastante rispetto allo sviluppo della persona. «Quello che uno cerca veramente di realizzare per se stesso lo si vede sempre e specialmente nel tempo libero» ci ha ricordato di recente Carrón citando don Giussani per le incombenti vacanze estive. Se spreco il tempo, se me le concedo tutte, se faccio cose veniali dicendomi pure “vabbé che male c’è, mica ammazzo nessuno ecc…”, se il tempo fatto di circostanze non è il luogo del significato e della scoperta della Sua presenza che si documenta in una conoscenza nuova e vera di tutto, io non maturo come persona e il nulla pian piano mi annienta senza che neanche me ne renda conto. E come può essere sottile e impercettibile ospitare in sé il “tarlo” del peccato veniale.
Ho scoperto che mi posso concedere tranquillamente degli spazi “miei” che sembrano neutri e innocenti (come il tarlo) ma in realtà non lo sono affatto e se mi permetto di vivere la tal cosa e la tal altra senza senso o con un significato ridotto capisco che è davvero un “peccato”: peccato! Ho perso il meglio! Non sono stato all’altezza del mio desiderio, l’ho proprio ridotto e così ho perso me stesso. Davvero l’istante o è rapporto col vuoto o è rapporto col Mistero e quindi di conoscenza e di gusto della vita, non c’è la via di mezzo. Questo mi pare che dica la differenza tra un uomo che vuole sempre imparare e maturare e chi è fermo e si lascia divorare dal tarlo. Come è grande l’esperienza del ricominciare, dell’andare al fondo. Ti dirò che ho voluto confessarmi e questa volta nel dire al sacerdote i miei peccati “veniali” non era più l’elenco delle mancanze ma piuttosto il dolore di aver fatto a meno della sua Presenza, dell’unico che ama me più di me stesso. Come quando si fa un torto a una persona amata. “Senza di me non potete far nulla” ci ha detto Gesù ed è proprio vero.
Nel tuo libro Cristo e il lavandino viene contestato e coi fatti questo scardinare Cristo dalla realtà in tutti i suoi dettagli, rendendolo non più Dio che fa tutto ciò che c’è e mi chiama a collaborare al suo disegno per dare forma vera e creativa al reale. Tu ci testimoni l’esatto contrario e cioè la pertinenza del Mistero con me e con ogni dettaglio della realtà. Quello che desidero è poterlo scoprire e vedere come la stoffa ultima di tutto quel che c’è. Tutto questo mi sta aiutando a gridare a Lui che si manifesti nella mia esperienza perché possa vivere con pienezza. Come dice don Giussani: «Vivere la vita con pienezza, è ciò che diventa incidente nella vita, fino al punto di attirarmi, di risvegliarmi e fare diventare tutto segno di Lui, fino al punto che il rapporto con Lui coincide con il rapporto con qualsiasi cosa, con qualsiasi “tu”. Tutto diventa segno. Nella storia di un grande amore tutto diventa segno. Perciò il contenuto dell’autocoscienza è la memoria di Cristo come contenuto normale del vivere…. Perché è questo contenuto della memoria che decide la statura di una personalità». E ancora: «La gioia più grande della vita dell’uomo è quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore. Il resto è veloce illusione o sterco».
Che gioia padre Aldo capire che il vero lavoro è quello sul “pensiero”; e vedendoti e lasciandomi colpire dal tuo sguardo ricomincio a camminare dentro il senso della vita che è Gesù. Riaccorgermi che Lui è la consistenza di tutto (“non perché lo sento, ma per natura”) mi fa ricominciare sempre con rinnovato stupore e riesco ad accettare le prove che mi dà non come una condanna ma come il modo che Lui usa per farmi maturare come uomo.
Lino
34 – 2012
Articoli correlati
1 commento
I commenti sono chiusi.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!
i segni del cielo arrivano quando non si sa arrivano come uno tzunami e ti inchiodano al tuo dovere di figlio di DIO non ti puoi muovere hai paura anche di respirare hai paura di rompere l’incanto.