
Il nostro uomo a Strasburgo
Il 13 aprile 1997 con la manifestazione del Palavobis a Milano nasceva quello che molti hanno definito il “partito della scuola”, un’aggregazione di organizzazioni laiche, cattoliche e legate al mondo sindacale scolastico con in comune la coscienza dell’importanza del sistema educativo per il futuro di un paese. Di quel movimento del Palavobis il quarantenne Mario Mauro è diventato il testimonial indiscusso e dopo due anni di battaglia senza quartiere al ministro Belinguer ora si presenta alle elezioni europee per portare in Europa la lotta per la libertà di educazione. “In fondo da quella data trae origine il mio tentativo in politica: quando lo Stato cerca, attraverso il sistema educativo, di dare un significato alla ricerca di felicità e di conoscenza delle persone, si fa immediatamente regime. E quando, come in Italia, lo Stato esercita in regime di monopolio l’attività educativa nel tempo è destinato ad affievolire la propria creatività e la speranza del suo popolo. In una simile situazione bisogna perciò guardare a quelle realtà che in qualche modo hanno già superato questa condizione di schiavitù della società civile nei confronti dello Stato. L’Europa può essere tanto il palcoscenico quanto il tribunale chiamato a rendere finalmente giustizia dell’ansia di libertà di educazione che c’è nel nostro paese, unico nel Continente nel quale non sia riconosciuto il valore pubblico dell’attività educativa gestita dai privati. Da questo punto di vista, la discussione del 21 aprile della petizione presentata dai genitori italiani sulla libertà di educazione rappresenterà un momento culminante di questa azione e deve esser chiaro che l’Italia viene messa sotto processo in quella circostanza non perché abbia una costituzione diversa dagli altri paesi ma perché finora non ha avuto il coraggio di applicarla e di attuare l’articolo 34 secondo cui deve esserci piena equipollenza tra gli studenti delle scuole statali e non statali.
Quindi la candidatura come naturale prosecuzione della battaglia per la libertà di educazione…
Anche qualcosa di più. Viviamo un tempo grave e avvincente in cui siamo chiamati ad assumerci fino in fondo e in ogni ambito la responsabilità dei propri ideali, fino ad accettare la sfida che viene dalla politica, soprattutto quando altri poteri sottraggono alla politica spazio e ne minano la credibilità negandone il senso profondo, cioè quello di essere una forma esigente di carità nei confronti dei bisogni del popolo. In questo senso l’altra grande battaglia portata avanti dalla Compagnia delle Opere negli ultimi due anni, quella sulla sussidiarietà, è parte di un movimento politico che sente la necessità di aiutare lo Stato a fare fino in fondo il proprio dovere, cioè governare e non cercare di omologare le coscienze, mettersi al servizio dei cittadini e non delle proprie burocrazie, intervenire laddove i cittadini singoli e le comunità naturali non sono in grado di provvedere adeguatamente ai bisogni fondamentali. Questo vuol dire, per esempio, affrontare il tema del lavoro, farsi carico del destino di una generazione, mentre nel nostro paese per ora si vedono leggi che vanno in direzione opposta. Come quella sull’obbligo scolastico a 15 anni del ministro Berlinguer un anno in più di scuola che non serve a nulla a chi ha già deciso di abbandonare gli studi, ma che serve al ministro Berlinguer e ai Mattarella che hanno pensato la legge perché sottrae 50mila ragazzi alla strada della formazione professionale e li fa sparire, per un anno, dal conto dei disoccupati. Un cinico trucco delle carte e un provvedimento che dovrebbe essere a favore dei giovani finisce per servire solo a un rendiconto politico. Un altro tema decisivo è quello della difesa della famiglia ancoraggio naturale della società senza il quale è difficile immaginare che Europa costruiremo. Si tratta di utilizzare gli strumenti esistenti – per esempio il richiamo alla sussidiarietà orizzontale nel trattato di Maastricht – per far sì che l’Europa non sia semplicemente un contenitore più grande, ma dopo l’unità monetaria rappresenti anche l’unità politica dei popoli.
Perché la scelta di presentarsi con Forza Italia?
Perché nel corso del lavoro “prepolitico” compiuto in questi due anni, abbiamo incontrato un solo interlocutore serio che ha attuato quanto chiedevamo, cioè la regione Lombardia che ha di fatto realizzato una reale politica di sussidiarietà con la legge sulla sanità e quella sulla parità scolastica per le materne. E questo è stato uno sprone ad assumersi delle responsabilità precise.
Quali sono le identità culturali che vedi come reali interlocutori in questo lavoro?
A livello politico, il riferimento è alla tradizione politica del Partito popolare europeo che l’Italia ha perso di vista con gravi danni. Nella diaspora della Dc si sono rivelate le anime reali dei fondamenti del dossettismo politico e la scelta di schierarsi con il centrosinistra mostra come già da anni fosse presente il tradimento degli ideali della politica di De Gasperi. Si tratta di rifondare questo legame tenendo anche conto che un dialogo con l’anima socialista europea è cosa ben diversa dalle “terze vie” che servono solo ad aumentare la confusione e a fare il gioco di chi mira all’assorbimento dell’identità dei cattolici in una veste grigia di riformismo con il solo scopo di cancellare i valori cristiani dei nostri popoli.
Un uomo che sulla scena europea ti sembra abbia incarnato questa identità?
Kohl. Il quale per un grande ideale si è sobbarcato il peso della Germania est e questo l’ha portato alla sconfitta politica. Perché a volte i grandi ideali non si conciliano con la pratica tattica, tanto spesso, in Italia, anteposta alla soluzione dei problemi. E meno male che c’è il Vaticano che assicura all’Italia una politica estera altrimenti inesistente.
E il neotimoniere della nave europea, Romano Prodi?
Sarà interessante vedere se Prodi privato degli alibi usuali di questi due anni, da Bertinotti a Cossutta, saprà fare propria la questione della libertà di educazione realizzando una direttiva con la Commissione europea che imponga all’Italia di attuare la sua costituzione. Oppure se ancora una volta tradirà, oltre alla tradizione dei cattolici democratici anche le speranze dei genitori italiani.
Il Vaticano si sta ponendo al centro dell’iniziativa diplomatica per la pace. Esattamente quello che l’Europa non è in grado di fare.
La Chiesa è un punto di riferimento ineliminabile per chi si dica cittadino europeo e in questo rapporto l’Europa potrà trarre grandi vantaggi: nel richiamo della Chiesa e andando al fondo della propria laicità potrà capire cosa significa servire i propri cittadini e non le proprie burocrazie.
Intanto siamo in piena era socialdemocratica pervasa da una sorta di “socialismo rosa”…
Mi sembra significativo: è la grande tentazione di difendere attraverso legami strettissimi di governo, per esempio, con i sindacati gli interessi di chi è già tutelato, escludendo chi è già escluso. Attualmente il conservatorismo è proprio di sinistra perché interpreta interessi consolidati e definiti da lunghi anni di gestione consociativa del potere.
Proprio l’Europa socialdemocratica si trova ad affrontare la prima guerra nel Vecchio Continente dal ’45 a oggi, dimostrando un preoccupante inconsistenza politica.
L’inconsistenza non deriva mai da un’incapacità operativa, ma piuttosto dalla mancanza di grandi ideali. E la socialdemocrazia europea non ha grandi ideali nemmeno nella sua versione più conclamata, il blairismo. Il quale rappresenta solo la versione macroscopica di un vecchio motto di Oscar Wilde sulla gioventù inglese che cresce sognando grandi rivoluzioni e finisce con un lavoro in banca. Nel blairismo c’è molto di questo realismo, e potrebbe essere un aspetto positivo, ma anche molta di questa tristezza. La spinta per assicurare al popolo grandi ideali e risultati concreti come la pace può venire solo da un recupero dell’identità cristiana e nelle storie e nelle culture diverse dei nostri popoli.
La drammatica attualità di queste settimane non parla di un’Europa capace di recuperare la pace nell’incontro di popoli e culture diverse…
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