«Il Nobel per la Pace a Memorial è una scelta giusta e coraggiosa»

Di Leone Grotti
08 Ottobre 2022
«Questo non è un premio di protesta contro Putin, ma indica una strada: se la Russia non sarà libera, non ci sarà mai la pace». Parla Anna Bonola, docente di Slavistica presso l’Università Cattolica di Milano e codirettrice del Centro studi Vasilij Grossman
Una donna davanti alla sede di Memorial a Mosca, in Russia

Una donna davanti alla sede di Memorial a Mosca, in Russia

«Finalmente un vero premio Nobel per la pace, coraggioso e che, pensando alla guerra in Ucraina, mira alla riconciliazione». Così Anna Bonola, docente ordinaria di Slavistica presso l’Università Cattolica del Sacro cuore di Milano, commenta a Tempi la scelta di Oslo, che ieri ha premiato l’attivista bielorusso Ales Bialiatski, l’associazione russa Memorial e quella ucraina Center for Civil Liberties. Concentrandosi sulla scelta di insignire l’associazione fondata nel 1989 dal grande fisico perseguitato Andrej Sakharov, e «liquidata» dalla Corte Suprema russa il 28 dicembre dell’anno scorso, la codirettrice del Centro studi Vasilij Grossman dichiara: «Questo non è innanzitutto un Nobel di protesta contro Vladimir Putin, ma l’indicazione di una strada per raggiungere la pace».

Quale strada?
Memorial è nata per ricordare i crimini legati al regime sovietico e ristabilire la memoria di tutti coloro che sono finiti come in un buco nero. All’inizio della perestrojka, i fondatori di Memorial capirono che la Russia del futuro non sarebbe stata se stessa né libera se non avesse fatto i conti con il proprio passato. E il primo modo per farlo era scoprire che cos’era successo alle centinaia di migliaia di persone che subirono la persecuzione del totalitarismo sovietico. Ecco dunque la strada indicata: se la Russia non sarà libera, non ci sarà mai la pace.

È per questo che Putin ha fatto chiudere Memorial l’anno scorso?
C’è una cosa che in Occidente non capiamo molto: il popolo russo è tra le grandi vittime di questa guerra. Non tocca a me dire se ci siano anche responsabilità e connivenze. Di sicuro, in questo momento la società russa è lacerata, guardiamo a quanta gente sta scappando per la mobilitazione militare parziale.

Perché il lavoro di Memorial dà tanto fastidio al Cremlino?
Dietro l’ideologia di Putin del Russkij Mir c’è l’idea della ricostituzione dell’influenza russa su tutto lo spazio ex sovietico. Per questo il presidente russo recupera modelli, slogan e figure di riferimento dell’epoca sovietica. Il personaggio più importante per Putin da questo punto di vista non è Lenin, che con la sua politica linguistica concesse autonomia ai popoli che facevano parte dell’Urss. E non è neanche Kruscev, che regalò la Crimea agli Ucraini.

Chi è allora?
La retorica e propaganda putiniana esalta Iosif Stalin, che si macchiò di indicibili crimini contro l’umanità. Ma in quest’ottica tali crimini vanno dimenticati, cancellati. Ecco perché Memorial deve sparire.

Com’è possibile cancellare la memoria delle purghe, dei gulag, del Grande Terrore?
Mi permetta un esempio personale. Negli anni Duemila mi sono recata sulle isole Solovki, dove si trova un bellissimo monastero antico, che divenne una prigione in epoca zarista e poi fu trasformato da Lenin nel primo lager sovietico. La Russia era diventata democratica già da dieci anni ed era in corso il restauro del monastero. All’interno c’era una mostra fotografica che mostrava i luoghi del lager. C’era anche una chiesetta dove fucilavano i prigionieri: venne restaurata ma l’abside crivellata dai colpi di fucile fu lasciata com’era, con i fori di proiettile, per conservare la memoria. Bene, ora di tutto questo non rimane più nulla.

Cioè?
La mostra è stata tolta, il monastero radicalmente restaurato: non c’è più traccia dei lager nelle Solovki. L’ideologia del Russkij Mir si basa sulla censura dei crimini del totalitarismo sovietico. Lo stalinismo è stata anche un’epoca di nazionalismo e Putin vuole tornare a quello “splendore”.

Gli attuali responsabili di Memorial, recentemente intervenuti in Italia al Meeting di Rimini, hanno assicurato che continueranno a lavorare, anche se l’associazione è stata chiusa. Hanno il sostegno della popolazione?
Non posso dirlo con certezza. Sicuramente hanno l’appoggio dell’intellighenzia, che ormai però bisogna definire “dissidente”.

Il Comitato di Oslo ha fatto un buon lavoro, dunque?
Eccellente. Finalmente un Nobel per la pace degno di questo nome. Ci voleva molto coraggio per premiare ucraini, russi e bielorussi insieme.

@LeoneGrotti

Foto Ansa

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